Passione e Competenza per un\'Italia miglioreLa crisi climatica impone un diverso rapporto con i cittadini

Oggi, nel mondo, e in particolare in Europa, sta crescendo la consapevolezza che, in assenza di azioni drastiche per la difesa dell'ambiente, si andrà verso una catastrofe climatica. Questo sta pro...

Oggi, nel mondo, e in particolare in Europa, sta crescendo la consapevolezza che, in assenza di azioni drastiche per la difesa dell’ambiente, si andrà verso una catastrofe climatica. Questo sta producendo nuove politiche e nuove regole oltre ad influenzare l’orientamento di chi investe.

Così scrive Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera di domenica 16. Avverte anche che

il green deal europeo è una missione che definisce una nuova identità dell’Unione e afferma la leadership globale dell’Europa sulle politiche ambientali. Ma definire una missione non significa necessariamente portare a casa risultati. Il pericolo che, come per l’unione monetaria, interessi diversi non siano ricomposti, ma che, al contrario, le divisioni tra Paesi e gruppi sociali si approfondiscano, è tangibile. Dopo tante promesse, il fallimento, oltre a essere tragico per il futuro dell’umanità, potrebbe anche essere la tomba dell’Unione. Come al solito la responsabilità di evitarlo ricade non solo su Bruxelles ma su tutte le capitali europee, inclusa – ovviamente – Roma.

La domanda che dobbiamo porci è se governi europei così traballanti (ci riferiamo non solo all’Italia, ma anche a Francia, Germania, Spagna per citare solo i Paesi maggiori) sono in grado di varare politiche incisive. È utile, per questo, guardare ai segnali di scetticismo che vengono lanciati e che potrebbero frenare le politiche sulla crisi climatica. Questa settimana il presidente francese Emmanuel Macron è andato sul Monte Bianco a fare un discorso ambientalista, ma ecco la risposta del deputato dei républicains Julien Aubert sul conservatore Le Figaro (tradotto dalla rassegna stampa del Corriere):

Bisogna senz’altro modificare i nostri comportamenti, ma non potremo farlo senza le persone. Quando ci si parla di neutralità carbonica, bisogna capire cosa implica: la divisione per 7 delle emissioni di CO2, ossia la fine del turismo, degli aerei e dell’allevamento. Ciò impone di discuterne un po’, prima…

Sulla stessa linea anche l’ex presidente di Ansaldo nucleare Umberto Minopoli sul Foglio:

Che fare? Anzitutto il Green new deal dovrebbe liberarsi dal catastrofismo delle “date”. Avere costretto la “transizione energetica” entro la gabbia del 2050, presunta data ultimativa per la “sopravvivenza” del pianeta e del dimezzamento del contributo delle fonti fossili (gas e petrolio) entro i prossimi 10 anni, è irrealistico e penalizzante per la crescita. Gli obiettivi antiemissivi di CO2 saranno, con questa tempistica, tutti mancati. L’unica strada virtuosa sarebbe una transizione soft alla decarbonizzazione, senza l’ansia e la ghigliottina delle date. (…) Le politiche climatiche si dimostreranno una bolla di decrescita se non fanno un efficace bagno di realismo e sostenibilità economica e sociale.

Purtroppo, a detta di gran parte degli scienziati, ci manca il tempo per la transizione “soft” auspicata da Minopoli. Ma quanto sia difficile parlare ai cittadini europei di una transizione “hard” risulta anche da questo episodio raccontato da Federico Fubini, sempre sul Corriere in un articolo dal titolo “Le verità spiacevoli per la Ue” in cui parla tra l’altro della cosiddetta “gaffe di Josep Borrell”:

Ha detto giorni fa l’Alto rappresentante della politica estera di Bruxelles, ricordando i limiti dell’evangelizzazione ambientalista dell’Europa nel mondo: «mi piacerebbe sapere se i giovani che manifestano nelle strade di Berlino, chiedendo misure contro il cambio climatico, sono coscienti dei costi. Se capiscono che dovranno ridurre il loro tenore di vita per compensare i minatori di carbone polacchi che resteranno disoccupati». Borrell ha fatto capire che l’Europa ha scelte dure da affrontare, se vuole il ruolo guida nel mondo che oggi reclama. Ha detto che la politica e la potenza non sono mai gratis. Apriti cielo: la Commissione europea si è ufficialmente dissociata e lo spagnolo ha dovuto scusarsi per aver parlato di quella che chiama la «sindrome Greta»; aveva osato dire una verità spiacevole in un’Europa abituata a vivere protetta. Ma un sistema che non sopporta la verità è un sistema politico debole. E l’Europa, oggi, non se lo può permettere.

Ho messo in fila questi segnali negativi non per deprimerci ma per riflettere. Se ne deduce infatti che la transizione ecologica per essere efficace avrà costi rilevanti, più di quanto i governi nazionali ed europeo siano disposti ad ammettere, costi che le opinioni pubbliche dei Paesi del nostro continente, seppure apparentemente più sensibili di altre, non sono preparate ad accogliere. È evidente che ogni accelerazione in questa direzione, in un momento in cui tanti elettori di classe media già si sentono impoveriti e defraudati del loro futuro, può provocare una reazione destabilizzante, verso il populismo e il sovranismo: ciò che tutti i governi dei principali Paesi europei in questo momento vorrebbero evitare.

Si potrebbe dire che è in gioco il concetto stesso di democrazia. Sembra che i regimi autoritari, finché reggono, siano più attrezzati per fare rapidamente i cambiamenti necessari per andare incontro alle crisi. Per esempio, riprendendo una considerazione della settimana scorsa, possiamo chiederci che cosa sarebbe successo se l’epidemia di coronavirus fosse esplosa in una città europea. Quale governo avrebbe avuto il coraggio di isolare milioni di persone con la stessa rigidità del governo cinese?

Molti scienziati e politologi s’interrogano: i moderni mezzi di comunicazione hanno accorciato lo spazio operativo dei dirigenti politici. Mentre nella democrazia settecentesca, arrivata fino a noi, gli eletti avevano una relativa libertà per quattro o cinque anni, oggi gli elettori si ritengono più informati; grazie ai social interagiscono continuamente con i loro rappresentanti politici, condizionati anche dai continui sondaggi. Teoricamente, in un mondo nel quale ogni cittadino è collegato alla rete, sarebbe possibile passare anche a forme di democrazia diretta, ma questo non farebbe che accentuare la spinta verso scelte demagogiche e di breve termine.

Esistono alternative? Una soluzione interessante ci viene segnalata nell’articolo “La democrazia diffusa” dallo scienziato Giuseppe Remuzzi su La lettura:

Gli studi più recenti (fra cui uno, molto bello, dell’Università di Princeton, pubblicato nel 2013) hanno dimostrato come anche persone che hanno difficoltà a seguire un ragionamento logico, se messe in condizione di apprezzare la complessità dei problemi, possono portare contributi costruttivi. Siamo nel campo di quella che gli anglosassoni chiamano “deliberative democracy”, non molto lontano da quanto già teorizzava Aristotele, ma che negli ultimi anni si studia più che in passato servendosi di approcci sperimentali, proprio come si fa nel campo della ricerca biomedica.

Remuzzi cita diversi esempi, dall’Irlanda alla Mongolia, dall’Oregon all’Australia, ma in pratica il sistema funziona così: un gruppo di cittadini scelti a sorte e rappresentativi dell’intero universo degli elettori vengono incaricati di studiare a fondo un problema: un sistema con qualche analogia con le giurie popolari dei processi penali. Alla fine, udite le diverse tesi, esprimeranno un giudizio che può essere vincolante o consultivo rispetto alle decisioni politiche. Continua Remuzzi:

Gli studi più recenti hanno messo in evidenza che la democrazia deliberativa tende a ignorare le posizioni estreme e questo potrebbe essere di grande interesse per il futuro della democrazia. Ci sono casi per esempio in cui la democrazia deliberativa supera il populismo utilizzando la ragione.

A questo proposito l’autore cita un progetto svolto in California coinvolgendo più di trecento cittadini in rappresentanza delle varie regioni dello Stato, che sistematicamente dialogavano con politici ed esperti dei vari settori sui temi che coinvolgono da vicino la vita della gente.

Dopo esercizi come questo si è visto che il consenso alle proposte populiste dei politici di professione calava enormemente.

La democrazia deliberativa è un’utopia? Lo stesso Remuzzi ci avverte che molti sociologi lo pensano. Ma la spinta in questa direzione da parte dei ricercatori ci dice che abbiamo bisogno di nuove forme di partecipazione dei cittadini, resi consapevoli della complessità delle sfide del futuro. Sarebbe interessante sperimentare la democrazia deliberativa su un campione di italiani rispetto alle scelte e ai sacrifici necessari per affrontare la crisi climatica con la giusta attenzione agli aspetti sociali.

Intanto, l’Alleanza fa il possibile per misurare i progressi (e i ritardi) nel percorso italiano di avvicinamento all’Agenda 2030, segnalando gli aspetti positivi (come il nuovo piano per il Sud), analizzando le novità normative e informandone non solo il mondo politico ma tutti i cittadini interessati. Mercoledì 26, all’Auditorium Parco della musica di Roma, l’ASviS presenterà l’analisi della Legge di bilancio 2020 alla luce degli Obiettivi e dei Target dell’Agenda 2030. L’evento è “sold out” come un grande concerto, perché le richieste di partecipazione sono state oltre 800, costringendoci a chiudere le iscrizioni. Anche questa è una prova del fatto che esiste una vasta opinione pubblica che vuole capire e impegnarsi per un futuro sostenibile.

di Donato Speroni, Responsabile della Redazione dell’ASviS

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