Passione e Competenza per un\'Italia miglioreDobbiamo continuare ad abbracciare i più deboli

di Donato Speroni L’acronimo Covid 19 purtroppo ci è divenuto familiare, aggiungendosi ai tanti correntemente in uso. Invece quest’altro, Fcs, è pressoché sconosciuto. Sta per Fragile and conflict...

di Donato Speroni

L’acronimo Covid 19 purtroppo ci è divenuto familiare, aggiungendosi ai tanti correntemente in uso. Invece quest’altro, Fcs, è pressoché sconosciuto. Sta per Fragile and conflict affected situations ed è la definizione formale di fragilità di un Paese, utilizzata dalla Banca mondiale. Uno studio che riportiamo sul nostro sito segnala il deteriorarsi della situazione. Dice Carolina Sánchez-Páramo, direttore globale della Poverty and equity global practice della Banca mondiale:

Questo rapporto illustra chiaramente un mondo a due velocità, in cui l’estrema povertà sta diventando più radicata in situazioni fragili mentre sta rapidamente diminuendo in altre. Se non affrontiamo le questioni della fragilità e dei conflitti, non saremo in grado di vincere la lotta contro la povertà estrema.

Le situazioni peggiori, secondo questo studio, si ritrovano nell’Africa subsahariana, ora afflitta da un altro flagello nelle sue regioni orientali, l’invasione delle cavallette. Segnala la newsletter quotidiana Bloomberg green:

Il numero delle cavallette in Africa orientale potrebbe moltiplicarsi di 500 volte entro giugno, secondo la valutazione della Fao. La regione riceve forti piogge stagionali (condizione ideale per la moltiplicazione delle locuste), da marzo a maggio. “Le invasioni di cavallette diventeranno più frequenti e più gravi a seguito del cambiamento climatico”, afferma Rick Overson, coordinatore di un gruppo di ricerche sul tema alla Arizona state university. “Le cavallette sono in grado di adattarsi rapidamente e di sfruttare le precipitazioni estreme”. Si tratta di una prospettiva drammatica in un continente dove la sicurezza alimentare è già precaria.

Spostiamo il nostro obiettivo ai confini dell’Europa, tra Turchia, Bulgaria e Grecia, dove migliaia di profughi sono assiepati nella vana speranza di entrare via terra nell’Unione o tentano la sorte sui gommoni per raggiungere il Dodecaneso. Ne ha parlato giovedì sul Riformista monsignor Vincenzo Paglia.

Alle frontiere del Mediterraneo si arresta l’umanità. Migliaia e migliaia di profughi diventano merce di scambio nell’indifferenza generale e nella strumentalizzazione per fini geopolitici. Forse possiamo dire che il coronavirus è stato capace di indebolire ancora di più le difese immunitarie della solidarietà, della giustizia, della libertà, della fraternità e dell’uguaglianza.
Nel commentare l’articolo a “Stampa e regime” su Radio Radicale, Carlo Romeo ha ricordato la vignetta, magistrale e tragica, con un bambino nelle acque del Mediterraneo che ci dice “Quando guarite? Perché qui fa freddo”.

Prima di tornare in Italia, fermiamoci in Svizzera con un articolo di Paolo Viana sull’Avvenire, un giornale sempre più apprezzato anche dai “laici non devoti”: “Il giorno in cui la Svizzera scoprì di avere molti poveri”.

Con il mercato del lavoro più precario, aumentano disoccupazione e insicurezza e il sistema di welfare si rivela inadeguato. Il peso dei debiti e le code alle Caritas.

Finalmente arriviamo al nostro Paese, alla crisi da coronavirus che stiamo vivendo e agli effetti delle misure messe in atto dal governo. Scegliamo il commento del vicedirettore della Stampa Andrea Malaguti che non ne discute la necessità ma avanza una richiesta:

La vita come l’abbiamo conosciuta fino ad ora non esiste più, sospesa a tempo indeterminato, costretta in un limbo fatto di solitudine e angoscia, l’allarme che scatta degli esseri umani quando non sono in grado di controllare e persino di capire la portata e le caratteristiche di quello che li circonda. Dovremo inventarci un altro quotidiano e a pagare di più sarà come sempre chi ha meno. Gestire figli senza scuola sarà più complicato per chi ha portafogli più leggeri o meno nonni; riorganizzarsi un’esistenza tra le mura di casa sarà più facile per chi ha computer per fibra ottica e abbonamenti a Netflix o a Sky. È troppo immaginare che la classe dirigente si faccia carico delle disuguaglianze anche di fronte a una crisi di sistema? Ora è naturale aspettarsi dal Presidente del Consiglio una spiegazione aggiornata, chiara e quotidiana, dei motivi che hanno spinto verso una terapia d’urto che può mettere in ginocchio il Paese, ma che finirebbe per risultare accettabile se sull’altro piatto della bilancia ci fossero davvero la salute e la vita di ogni singolo italiano. È questa la posta in gioco? Ci stiamo muovendo di fronte alla paura dell’ignoto? L’unica cosa semplice da calcolare sono i danni di questa monumentale serrata.

Bisogna insomma combattere l’infezione, salvare l’economia, ma anche evitare che questa crisi accentui le disuguaglianze all’interno del Paese. Lo afferma anche un contributo di ActionAid al Forum disuguaglianze diversità:

Nei giorni del Covid19 è utile preoccuparsi non soltanto perché va affrontata un’emergenza sanitaria – lasciamo infatti alle autorità competenti la classificazione degli eventi e la loro pericolosità di breve termine – ma perché ci pare di riconoscere il rischio che la narrazione prevalente eviti i problemi profondi che produrrà questa situazione sui giovani, i precari, i migranti ed altri gruppi già in difficoltà. La narrazione mediatica per ora dà una lettura semplicistica di quanto sta accadendo, senza porre attenzione alle disuguaglianze e alle diversità.

A queste considerazioni possiamo aggiungere le donne, non solo perché quasi sempre il problema dei bambini che non vanno a scuola ricade su di loro, ma perché anche senza il Covid 19 sono comunque strutturalmente più in difficoltà, come ha messo in evidenza l’indagine di Weworld presentata nei giorni scorsi, che ci restituisce l’immagine di un Paese solcato da profondi divari a danno della componente femminile e dei bambini, soprattutto in alcune aree del Mezzogiorno.

Questa settimana ho scelto di parlare delle disuguaglianze per ricordarci che la crisi in atto non deve farci deflettere dagli impegni sull’Agenda 2030. Il tema va a toccare vari Obiettivi di sviluppo sostenibile, a cominciare dal Goal 10 e tocca delicati problemi di genere (Goal 5), oggetto di particolare attenzione in questi giorni anche in vista dell’8 marzo, che non vedrà certo manifestazioni di massa ma che non deve essere dimenticato perché, come ha detto Flavia Perina su a Prima Pagina, “le mimose continuano a fiorire”.

Non possiamo neppure permetterci di procrastinare il tema della crisi climatica. Ieri la Commissione europea ha presentato la proposta di legge per il clima, che forse è insufficiente, come sostiene Greta Thunberg, ma che rappresenta comunque un importante passo avanti per l’Europa.

La mitigation tuttavia non si raggiunge senza un grande impegno internazionale, che rinnovi e rafforzi gli accordi di Parigi del 2015. Il momento critico per questa verifica sarà la Cop 26 che si svolgerà a Glasgow dal 9 al 19 novembre. La decisione del premier britannico Boris Johnson, che qualche settimana fa ha tolto la presidenza di Cop 26 a Claire O’Neill, non è un buon segno. O’Neill ha accusato Johnson di huge lack of leadership and engagement in merito a questo incontro internazionale e in effetti il tema non sembra in cima ai pensieri dei governanti britannici post Brexit. Ma il mondo cambia in fretta e in modo sorprendente. Quando si aprirà Glasgow potrebbe anche essere stato eletto un altro presidente degli Stati Uniti.

Certamente stiamo vivendo tempi difficili, nei quali dobbiamo fare scelte molto importanti, tenendo presente tutti gli effetti, anche quelli solo apparentemente secondari. L’Alleanza non rallenta il suo impegno anche in presenza del Covid 19. In queste settimane lavoreremo di più on line, organizzeremo incontri in streaming, ma lanceremo anche nuove iniziative per coinvolgere tutti sulle priorità decisive per il nostro futuro, che il coronavirus non ci deve far dimenticare.

di Donato Speroni, responsabile della redazione dell’ASviS