GovernDancePare non esserci pace….per i furbetti o presunti tali.

La moralità è condizionata dalla ricchezza materiale, che ci piaccia o meno

Pare non esserci pace per chi si impegna in questo Paese nell’ardito compito di amministrare, gestire, occuparsi della cosa pubblica. Dalle critiche giustificate verso chi non ha i titoli di studio necessari a occuparsi delle questioni europee ai “furbetti del bonus”. Tutto lascia sottintendere due atteggiamenti pericolosi per chi, invece, dovrebbe essere incaricato del bene comune. Una competenza extra-ordinaria che garantisca le migliori scelte per il bene collettivo e, ancora piu’ importante, una indipendenza di pensiero che non puo’ essere condizionata da necessità economiche troppo stringenti. Non piacerà a molti, ma il nostro orientamento morale è fortemente influenzato dai nostri bisogni materiali, tanto da togliere lucidità decisionale e di pensiero, di valutazione non pregiudiziale, quando siamo in uno stato di necessità esistenziale o comunque quando ci percepiamo in tale stato.
La prima considerazione è prorpio relativa al percepirsi in uno stato di necessità o di benessere. Perché la ricchezza e la povertà, al di là della retorica ideologica, sono davvero dimensioni parzialmente soggettive. E’ una decisione fra sé e sé; quello per cui mi impegno mi viene retribuito equamente? Mi sento soddisfatto del mio tenore di vita e quanto sono disponibile a fare per modificarlo, se non ne sono contento? Molto sta in nostro potere, moltissimo. Questo è cio’ che ci irrita principalmente. Meglio pensare che le condizioni insoddisfacenti ci rendano vittime e siano responsabilità altrui.
Traspare inoltre da alcune considerazioni dei protagonisti della vicenda “bonus”, una qualche intenzione predatoria nei confronti del bene pubblico. Questa seconda considerazione è antica eredità di molte generazioni che hanno sempre in parte reputato la pubblica amministrazione e i suoi organismi, un corpo da sfruttare, una risorsa di cui approfittare quasi i danni alla collettività fossero danni impersonali, non condannabili, non imputabili, non reali, ma generici e meno punibili di altri. Eppure il danno alla collettività dovrebbe essere ben piu’ temuto anche in base alle implicazioni che ne derivano e che vanno ad impattare un numero di persone rilevanti e l’intero sistema.
E’ il solito problema della miopia a breve termine; ci si dimentica sempre di quello che sarà l’impatto sulle prossime generazioni. E cosi’ continuiamo ad affidarci,fra gli altri, ad una manciata di disperati, che senza competenze e meriti, si rivolgono alla politica come loro ultima spiaggia per poter portarsi a casa propria qualcosa, anziché onorare il sommo bene che, chi fa politica, dovrebbe rispettosamente salvaguardare.

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