Strani giorniPerché la Giornata contro la violenza sulle donne riguarda anche me

Teti fu stuprata. Il Fato predispose per lei la nascita di un figlio che avrebbe superato in gloria il padre e nessun dio volle prenderla in moglie. Zeus decise, allora, che fosse Peleo – un mortale – il prescelto. Ma per averla bisognava ghermirla, mentre faceva il bagno nel suo mare. Costringerla ad avere un rapporto sessuale con lei. Anche se, come fu avvertito Peleo, avrebbe combattuto con tutte le sue forze per non cedere. Poi accadde quanto prescritto. Teti fu violentata e nacque Achille. Noi però raccontiamo la versione romantica del mito. Quella di un amore difficile tra uomini e immortali, permesso per intercessione del signore dell’Olimpo. 

Non è un caso isolato. Si pensi a Persefone, rapita da Ade. Sì, rapita. Non importa quale fosse la sua volontà. Ade voleva una moglie. Scelse la via più semplice: per lui. Questi ed altri miti fondativi della nostra civiltà ci restituiscono un universo in cui la volontà maschile si declina in abuso. E tali abusi, a cominciare dai testi in uso nelle nostre scuole o venduti nelle nostre librerie, non vengono problematizzati. 

Con le fiabe non va affatto meglio. Non c’è molto da aggiungere se rileggiamo la storia di Cenerentola, condannata a far la serva in cucina. Il suo riscatto? Essere salvata da un principe. Così pure Aurora, ne La bella addormentata. Caduta in un sonno profondo per la ben nota maledizione, si salverà solo con un bacio non richiesto da parte di uno sconosciuto. Chissà come si reagirebbe, nel mondo di oggi, se uno sconosciuto baciasse una ragazza mentre dorme, nella sua stanza. Perché, in estrema sintesi, questo è.

Il rischio – mi hanno detto, tempo fa – è che tale lettura farebbe perdere la “magia” delle storie che fanno parte del nostro universo di fiabe e di storie della buonanotte. Ma per quel che mi riguarda non c’è alcuna magia in un universo in cui la salvezza passa, dopo la violenza, per la costrizione. A cominciare da matrimoni non messi in conto (come accade alle principesse di cui si è parlato). Erano i tempi, si obbietterà. Ed è vero, era così che accadeva. Ma questa frase, così com’è, è incompleta. È necessaria una piccola aggiunta: erano i tempi ed erano tempi crudeli.

È necessario dare una lettura critica del contesto sociale che ha prodotto miti e fiabe. Attraverso la lente del qui ed ora. Darne lettura critica significa comprendere quali sono gli errori del passato che non andrebbero più commessi. Uso il condizionale perché purtroppo anche la società del “qui ed ora” presenta non poche criticità. In termini di violenza, in generale. Contro le diversità, se vogliamo restringere il focus. Contro le donne, se vogliamo centrare l’obiettivo.

Qualcuno si chiederà perché mai un tema del genere dovrebbe interessare noi maschi. Per almeno due buone ragioni. Una, egoistica: se la violenza di genere ricadesse sulle nostre madri, sorelle, mogli, figlie, amiche e colleghe, toccherebbe anche noi. E la cosa non ci farebbe piacere. Ma questo, appunto, è un approccio egoistico perché legato alla sfera degli affetti. Un’ingiustizia però non diviene tale solo se ci tocca, più o meno indirettamente. Un’ingiustizia è tale e non ammette deroghe. Ed è questa la seconda buona ragione: una ragione di umanità. Di qualità del nostro essere umani. 

La questione della violenza di genere – e in genere dei maschi contro le donne – ci interroga. Ci chiede che tipo di uomini vogliamo essere. E non ci tocca solo sul piano personale. Non è sufficiente che noi non facciamo quelle cose lì. Perché se lasciamo intatto un sistema (pseudo)culturale che permette a quelle cose lì di accadere, in un certo qual modo ne siamo responsabili. Nel senso che ne dobbiamo rispondere. E si torna alla domanda: che tipo di uomo voglio essere?

Oggi è la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Oggi in molte, in tante, parleranno di cosa è giusto fare e di cosa è meglio evitare. Rimando a tutte loro – penso a Giulia Blasi, Jennifer Guerra, Vera Gheno, Caterina Coppola e a molte altre donne, amiche e femministe – per capire i reali termini della questione. Sapranno indicare dati, spunti critici, punti deboli di un sistema che permette l’assassinio di una donna ogni tre giorni e che, in misura meno evidente, genera squilibri, ammette violenze (fossero anche le più piccole) e produce sofferenza.

Ma da insegnante, da attivista e da uomo – nel senso di essere umano di sesso maschile – la questione deve riguardarmi. Mi riguarda perché sono i maschi a uccidere, violentare, brutalizzare e discriminare le donne. A cancellarle, quando si tratta banalmente di dover riconoscere il femminile delle professioni, da ministra a rettrice. A ridicolizzarle, quando si ha la percezione che non stiano al loro posto. 

Di fronte a tutto questo, bisogna prendere posizioni nettissime. Perché tutto questo ci riguarda nella misura in cui ci interroga sul tipo di persona che vogliamo essere e sulla società che vogliamo costruire. Una società in cui non insegnare più alle nostre figlie a difendersi. Una società che educa i nostri figli a non essere una minaccia.