Ho immaginato un tempo in cui, nel cosiddetto Primo Mondo, si registra un’impennata di suicidi.
Ho immaginato, poi, il bailamme dei titoli di giornali e le zoppicanti dichiarazioni dei Governi.
Ho immaginato, infine, lo sgomento. Quando viene a galla il motivo di tutti questi suicidi:
Il mio lavoro è inutile
Dicono proprio così, infatti, tutti messaggi dei suicidati.
Scritti in tante lingue diverse, eppure con lo stesso significato.
Scritti da persone di ogni età e di ogni professione (ed estrazione sociale), eppure con il medesimo sentire.
Semplice scoramento o tragica consapevolezza?
Ho immaginato tutto questo, perché potremmo venire colti dal dubbio sul nostro operare. Viviamo, infatti, un tempo incerto, quello della pandemia. Proprio quando dovrebbe essere urgente interrogarsi sul significato della vita, delle nostre azioni, delle nostre scelte e prospettive, sembra, invece, che non ne azzecchiamo una. Almeno in Europa e USA.
Il senso di fallimento generalizzato è contagioso come il virus
Poi succede – per caso o non per caso – di imbattersi in Massimo Recalcati che in Cosa resta del padre? dedica un approfondimento sull’Elogio del fallimento.
In opposizione al “culto ipermoderno della prestazione”, perché tutte le vite, i “residui”, gli “scarti” hanno dignità e anzi necessità di esistere. Tanto che Lacan era solito dire: “Un atto mancato è il solo atto riuscito possibile”.
Frasetta da Baci Perugina ? Sillogismo da psicoanalisi?
No. La contraddizione è solo apparente.
- Per crescere e vivere in modo consapevole (in poche parole per essere adulti) i fallimenti, la cadute, gli sbandamenti, “un faccia a faccia con lo spigolo duro del reale” sono necessari. Va, infatti, realisticamente riconosciuto che “chi non si è mai perduto non sa cosa sia ritrovarsi”.
- Il vero fallito non è il soggetto, la persona, bensì “l’oggetto” del desiderio (la carriera, i soldi, il potere, il sesso…). Lui, l’oggetto, è sempre fallito, perché per sua natura è “insoddisfacente”, non sarà mai dunque pienamente e completamente raggiunto. Per lo meno nel modo che immaginiamo noi. Questo è nella natura delle cose e lo possiamo verificare nell’esperienza della vita. Ci piaccia o no.
Non so voi, ma io fatico assai a farmelo piacere.
Certamente le condizioni, spesso tragiche, che viviamo non cambiano, una volta che abbiamo smesso di colpevolizzarci per il nostro fallimento. L’Elogio del fallimento, però, non vuole essere consolatorio né vuole assolverci dalle inevitabili mancanze, bensì ci aiuta a comprendere che solo la consapevolezza di che cosa ci fa sentire inutili può permetterci anche di resistere.
La resilienza implica realismo (sfacciato, duro, senza sconti) e consapevolezza (ragionata, accettata, resa parte di noi).
Sì è un paradosso, ma quale sarebbe l’alternativa?