Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (1)

tetti di milano

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – prima puntata

Milano, lunedì 2 luglio 2018

Non riesco a dormire, non c’è verso; qualcosa mi impedisce di farlo. Mi sforzo di non pensarci, ma è lì che picchia, incessante. Sembra quasi che mi parli: Sì, sì, Charlotte, fingi pure di ignorarmi, brava!

Scaglio il cuscino contro il muro e decido di alzarmi nonostante siano solo le cinque. Per una volta farò una bella colazione lenta, come in ogni pubblicità che si rispetti, altro che caffè e croissant al bar. Mentre metto in una ciotola yogurt e cereali, sento la tensione allentarsi un po’; aggiungo alcuni mirtilli e delle prugne secche che non ricordavo di avere. Bizzarro come le cose possano restare nascoste in un frigorifero. Forse succede lo stesso alle persone: ci si trasforma in una confezione di prugne secche – o in un vasetto di capperi o in un tubetto di pasta d’acciughe – e si diventa invisibili, al sicuro dietro la marmellata, protetti da tutto e da tutti.

Sotto la doccia cerco di sciogliere il resto della tensione che ho ancora addosso, ma senza successo. Così mi vesto, esco e prendo la metropolitana, la prima corsa della giornata. Abito in via Marghera, in una casa sui tetti; l’appartamento è meno bello di quello che avevo a Parigi, ma ha una terrazza e mi piace.

Quando riemergo in piazza San Babila sono passate da poco le sei. Perfettamente sveglia nonostante la notte insonne, mi godo ogni passo del breve tragitto fino alla galleria in cui lavoro: le luci del mattino, i palazzi, le strade ancora vuote, l’odore della città.

Mentre infilo la chiave nella porta, quel qualcosa che mi ha impedito di dormire fa di nuovo capolino nella mia mente. Lo scaccio e vado dritta nella piccola cucina sul retro a prepararmi il caffè. Mi piace americano, acquoso; la brodaglia per turisti, direbbe mio padre. Porto la tazza in ufficio e accendo il computer per dare un’occhiata ai giornali.

Simone Veil e suo marito sono entrati al Panthéon, leggo.

Aux grands hommes, la patrie reconnaisante.

Ci siamo. Quel qualcosa che ha cominciato a bussare nella mia testa prima di andare a letto, mentre guardavo degli spezzoni della cerimonia, esplode senza che io possa fare niente per impedirlo – boom! – e mi riporta indietro nel tempo: 11 settembre – che ironia, tra l’altro – 2017.

Un lunedì, come oggi.

Parigi, lunedì 11 settembre 2017

Cado dalle scale; un volo spaventoso che mi fa rotolare fino al pianerottolo, procurandomi lividi ed escoriazioni su tutto il corpo. Batto forte la testa, ma per fortuna non succede niente di grave, nemmeno un osso rotto. Una miracolata. È la borsa, per uno strano scherzo del destino, a salvarmi attutendo i colpi. Forse anche Mary Poppins la tiene per lo stesso motivo: per attutire i colpi, quelli della vita.

Al pronto soccorso, dopo TAC e raggi X, mi spediscono a casa dicendomi che sono stata molto fortunata, che avrò dolori in tutto il corpo per diverso tempo, ma che per la caduta che ho fatto non sono niente. Lo so bene. Ringrazio i dottori e, stremata per aver passato ore in osservazione seduta su una sedia senza mangiare, lascio che Sami si occupi di me. Mio marito mi porta a casa, va a comprare le medicazioni mentre faccio il bagno, mi prepara la cena e mi mette a letto. È attento e premuroso, ma non dura a lungo.

Quando in piena notte mi sveglio dolorante e cerco conforto, mi respinge in malo modo. Non rompere, mi dice, come fa da diverso tempo. Allora mi alzo, a fatica, e vado in salotto. La borsa rossa che si è rotta al posto del mio corpo è appoggiata sul divano, piena di graffi, come me; mi sale in gola una risata isterica. Chissà se anche all’altra donna la borsa ha salvato la vita. Chissà se anche con l’altra donna Sami è una specie di Dr Jekyll e Mr Hyde. Forse no. E forse quest’altra donna non esiste nemmeno, eppure io so di aver intuito il giusto. L’errore di Sami è stato uno dei più banali: quando mi ha dato la borsa – un regalo che desideravo da tanto e che al momento mi ha resa stupidamente felice – non si è accorto dello scontrino scivolato nel pacco. E sullo scontrino, di borse, ne comparivano due. Un errore, perché no, ma il dubbio si è insinuato in me e adesso, in questa notte post-caduta, piena di medicine che mi intontiscono o forse – al contrario – mi rendono più lucida, l’esistenza di un’altra donna mi sembra l’unica realtà possibile e mi rendo conto che la borsa che mi ha già salvato la vita una volta forse me la sta salvando un’altra.

La prendo in mano: è tutta rovinata, come il mio corpo. Mi siedo sul divano, mentre in camera Sami ha ripreso a russare. Dalla borsa tolgo il diario, per buttare giù i miei pensieri come faccio da quando sono ragazzina. Scrivere mi calma, mi aiuta a vedere le cose con più distacco. È un po’ che non lo faccio: le ultime pagine risalgono a un paio di settimane fa. Le leggo.

Sono le 12:46 di domenica, fuori piove e dentro anche. Guardo l’anello appoggiato sul comodino, la mia fede. È circondato da fazzoletti bagnati e io non lo voglio più vedere. Tiro il lenzuolo sopra la testa e chiudo gli occhi. Devo andarmene.

Sento i suoni della tv in salotto. La odio. Odio me stessa, per essere ancora qua a farmi umiliare.

Vorrei non essere più rimproverata. Vorrei non essere rimproverata mai. Mi logora. Mi sento una merda. Una nullità. Sbaglio sempre. Mai un sorriso. Solo parole cattive.

Certe volte vorrei dire qualcosa, ma non lo faccio. Mi sforzo di non parlare, di stare zitta, perché ho paura delle risposte. Scappo da loro e mi rifugio nel silenzio e nelle lacrime. Il silenzio è sicuro. Le parole sono cattive.

Come oggi.

Non rompere.

Mi hai rotto.

Non rompermi.

Ma sei cerebrolesa?

Cerebrolesa è una parola che non sopporto. È una parola stonata, una parola da ignoranti. Eppure sono ancora qua ad ascoltarla.

Scusa, sono stato maleducato. Non so cosa mi prende, non succederà più.

E io gli credo. Ogni volta. Da troppo tempo. Pensavo di essere abbastanza intelligente da andarmene dopo i primi episodi. Si pensano tante cose. Sono sempre stata quella che diceva agli altri che non bisogna farsi umiliare, poi è successo a me e sono rimasta. L’assurdità del comportamento umano. L’assurdità che non capisci fino a quando tocca a te.

E adesso sono qui, vestita, sotto le lenzuola, terrorizzata. Muta.

Devo andarmene. Devo spezzare la corda che mi tiene legata a questa situazione. È una corda che ho costruito io, contro i miei principi, contro il buon senso, contro tutto. Eppure c’è.

La paura di parlare è una delle peggiori. Senti il desiderio salire, bruciante; senti le parole in gola che vogliono uscire, ma le trattieni come il vomito. Le rimandi giù; deglutisci saliva, parole e dolore.

Come faccio io. Ingoio frasi innocenti, domande sciocche, battute divertenti. Parlare è disturbare. Disturbare è un errore.

Hai rotto.

Tutto rompe.

Devi smetterla di rompermi.

Scusa, sono un cretino. È che sono stanco.

Sono stanca anche io. Di non essere libera, di non poter parlare, di avere paura, di credere alle favole, di aver perso l’intelligenza e la forza di volontà. Sono stanca di annullarmi, di rinunciare a vivere. Stanca di lui, che non sopporta la gente, che non sopporta nessuno, nemmeno me. Sua moglie. La moglie che tratta peggio di tutti, perché per non esplodere con gli altri tutta la merda la conserva per me.

Devo andarmene, ma come si fa? Non me l’hanno insegnato. O forse sì, ma io l’ho dimenticato, insieme alla dignità. Insieme alle parole. Insieme alle risate.

Vorrei che il vento mi portasse via.

(continua)