Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (4)

Muro

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – quarta puntata (continua da qui)

«Fa già caldo a quest’ora» dice Gaetano dopo essere entrato. «Incredibile che sia già arrivata l’estate. Se mi permetti una confidenza, Charlotte, più invecchio, più mi sembra che il tempo mi sfugga di mano. Ho fatto tanto, ho visto tanto, dovrei essere in pace col mondo, eppure la mia sete non si placa. Non riesco a fermarmi, ma del resto non ci sono mai riuscito».

Lo guardo. Ha settantadue anni ma sembra più giovane, forse proprio per via dello spirito indomabile. Non so cosa rispondere. Di norma farei una battuta, ma il tono amaro della sua voce mi frena.

Che non sia mai riuscito a fermarsi è vero. Tre ex-mogli, quattro figli e parecchi nipoti non gli hanno impedito di girare il mondo e di continuare a farlo nonostante l’età, anche se la sete di cui parla è una faccenda ben più ampia del semplice viaggiare. È una sete di conoscenza, di esperienze, di gusto della vita. Una ricerca continua di qualcosa, o di qualcuno, o forse anche solo di se stesso, che si riflette nella sua vita così come nelle sue opere. Qualcosa che, evidentemente, non ha ancora trovato. Glielo chiedo; lavoriamo da sei mesi fianco a fianco e abbiamo raggiunto un certo grado di confidenza e di sintonia.

«Cosa stai cercando esattamente?»

«Forse quello che cercano tutti. Uno scopo, un senso, un fine ultimo. Alcuni sanno accontentarsi, anzi accontentarsi non è la parola giusta. Sanno fermarsi ad apprezzare quello che hanno, sanno prenderlo come punto di arrivo. Invece per me ogni cosa è un punto di partenza. Un trampolino di lancio. Una corsa che temo si fermerà solo con la mia morte. Eppure, se posso essere immodesto, avrei tutti i motivi per essere soddisfatto della vita. Sono uno scultore affermato, un artista affermato, per lo meno così si dice, sono ricco, ho figli e nipoti che mi vogliono bene nonostante tutto, ho avuto donne interessanti e mi pregio di essere stato un uomo interessante anche io; ho fatto del male, certo, ma ho fatto anche del bene. Però non mi basta. Non mi basta mai. Tu cosa cerchi, invece?»

«Io?»

Lo guardo. Cosa cerco io?

«Sì, tu. Charlotte Martini cosa stai cercando?»

Di dimenticare, di ripartire. Ecco cosa sto cercando.

«Sto cercando di stare bene» rispondo con sincerità.

«Perché sei tornata a Milano? Me lo sono sempre chiesto. Sentiti libera di dirmi che non sono affari miei, non ti licenzierò per questo».

Sorrido per il suo tono scherzoso, ma il mio primo istinto è proprio quello di dirgli che sì, non sono affari suoi. Però Gaetano mi piace, come uomo e come artista. Gli ho raccontato tante cose di me, ma mai il motivo reale per cui ho lasciato Parigi. Oggi, però, complice Simone Veil, sento che è arrivato il momento di farlo. So che il suo interesse è sincero, una specie di manifestazione di affetto, e non voglio più nascondere questa parte del mio passato.

«Sono tornata a Milano per via di mio marito» rispondo senza girarci attorno e poi gli racconto tutto, compresa la storia del punching ball. Non l’ho mai detto a nessuno, se non a Maude a e mia sorella, ma ho come l’impressione che Gaetano abbia intuito qualcosa di quello che mi porto dentro. Non la storia in sé, quella non potrebbe, ma il mio stato d’animo. Non mi sbaglio.

«Tutto si spiega, ora» mi dice infatti. «Tu sei brillante sul lavoro, Charlotte, si vede che ci metti l’anima, ma hai come una patina che ti ricopre e che ti impedisce di brillare nel resto del tempo. Emetti solo una luce fioca, e ogni volta che si apre una fessura che fa intravedere il bagliore che c’è sotto, ti affretti a richiuderla. Parte una scintilla e tu la spegni. È come se avessi sempre il freno a mano tirato, escluso, ripeto, quando ti occupi degli artisti e della galleria. Non so se dovrei dirtelo, ma hai presente Ofelia a Marrakech? Ecco, mi sono ispirato a te».

Gaetano si riferisce a un’installazione che ha creato per una mostra che ci sarà a breve alla Monnaie de Paris, composta da una serie di disegni tutti uguali a carboncino – una donna di spalle seduta su una panchina, Ofelia, appunto – sotto una cascata di fiori di stoffa, schiacciati a loro volta da alcune piastrelle rotte. Un’opera piena di contrasti, accentuati dai diversi materiali: l’esplosione di colori dei fiori, la carica distruttiva delle piastrelle e la bidimensionalità della donna sulla carta, leggermente reclinata su se stessa e quasi spettrale.

«Ofelia dimessa» rispondo amaramente.

«Esatto. Charlotte dimessa. Appannata. Sono vecchio, ma la natura con me è stata clemente e mi ha fatto un grande regalo: capisco le persone e l’intelletto non mi ha ancora abbandonato».

«Hai ragione. Sono come la tua Ofelia. Non sono stata capace di vivere la nuova vita che mi ero ripromessa. Gli anni passati a fare da sacco mi hanno segnato più di quel credevo».

Leggo la domanda negli occhi di Gaetano e rispondo prima che lui possa formularla: «No, non mi ha mai picchiata, se è questo quello che stai pensando. Non mi ha mai toccata con un dito. Mi ha umiliata con le parole, con i gesti, persino con i silenzi. L’ho lasciato fare, non lo nascondo. Quando ci siamo sposati, sei mesi dopo esserci conosciuti, Sami era semplicemente un uomo affascinante con un lato misterioso, un lato che all’inizio, lo ammetto, mi ha intrigato. È stato solo vivendoci assieme che ho capito come andavano davvero le cose. E invece di reagire, mi sono spenta a poco a poco. Invece di ribellarmi, mi sono trasformata nell’ombra di me stessa. Fuori casa, con gli amici e i colleghi, cercavo di essere la Charlotte di sempre; in casa ero una specie di fantasma. La mia mente ha fatto corto circuito. Invece di scappare, sono rimasta. È assurdo, a pensarci da fuori. Eppure mi è successo. Quando finalmente ho trovato la forza di andarmene, credevo che tagliando tutti i ponti con Parigi avrei tagliato anche il mio dolore, ma non è successo. Qualcosa è andato storto nei miei progetti di rinascita. Credevo di mascherare bene, ma la tua Ofelia a Marrakech mi fa intuire di no. Il mese scorso ho provato persino a uscire con un uomo, ma ho desistito dopo qualche incontro. Ero bloccata. Sono bloccata».

«Eppure nel lavoro sei una forza della natura».

«Sì, lo sono» ammetto, senza arroganza ma anche senza falsa modestia. «Ma è perché mi occupo degli altri e non di me stessa. Non ho paura a mettermi in gioco per la galleria o per gli artisti che passano di qua. Lavorare mi dà la carica. Forse mi dà l’adrenalina che non mi dà la sfera privata».

«Sei tu stessa a precludertela, però».

«Ne sono consapevole».

«Brilli per gli altri, ma non vuoi farlo per se stessa».

«Sono consapevole anche di questo».

«E ti sta bene?»

«Direi di no, ma forse sì, altrimenti cercherei di cambiare».

«Non è mai tutto bianco o tutto nero, Charlotte. Il che è una benedizione, ma spesso è anche un problema. Però sappi che apprezzo molto che tu ti sia aperta con me. Sei mai stata in terapia? A volte è di grande aiuto».

«Ci ho provato appena trasferita, ma spendevo un sacco di soldi e mi sembrava di non cavare un ragno dal buco, così ho smesso. Non ero pronta a guardarmi dentro, credo. Forse dovrei riprovare. Tu sei mai stato in terapia?» rilancio curiosa.

«Sì, anni fa per tanto tempo. Ma anche l’arte per me è una sorta di terapia. È il mio modo di riappropriarmi di me stesso, di guardarmi dentro, come dici tu, e di guardare gli altri. Ti piacerebbe vedere come immagino Ofelia a Marrakech di fronte e non di schiena?»

«Ofelia o Charlotte?» chiedo titubante.

«Entrambe. Anzi, mi hai dato un’idea. A che ora arriva il giovane Tonelli?»

Aspettiamo per quella mattina un ragazzo che vuole proporre alla galleria le sue opere. In genere i colloqui li facciamo in due e poi Gaetano lascia a me l’organizzazione pratica.

«Alle dieci».

«Perfetto, ho tempo a sufficienza per buttare giù un paio di schizzi».

(continua)

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