Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (3)

Case Milano

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – terza puntata (continua da qui)

Stare da lei mi aiuta ad affrontare i primi momenti, ma quando torno nella casa che ho sempre diviso con Sami, e che è ancora a tutti gli effetti casa mia, per prendere altre cose, mi rendo conto di aver bisogno di un taglio più netto, più radicale. La scintilla che mi ha fatto lasciare Sami si sta spegnendo e non deve succedere.

«Sto pensando di tornare a Milano» butto lì a Maude una sera.

Sono nata e cresciuta a Milano, da madre francese e padre italiano. Mi sono trasferita a Parigi per uno stage di tre mesi dopo la laurea, ma poi mi sono innamorata della città e così i tre mesi, tra un dottorato in storia dell’arte, qualche lavoretto e alla fine un posto nel campo dell’arte contemporanea alla Sorbona, sono diventati tredici anni.

«Vuoi andare a trovare i tuoi?»

«No, intendo proprio tornare a Milano a vivere. Amo Parigi, ma sento che mi farebbe bene un cambiamento. Soprattutto sento che se non lo faccio adesso, poi mi adagerò come ho fatto finora. Non mi basta il divorzio, Maude. Non mi basta».

«E allora fallo. Mi mancherai tantissimo, sappilo, ma fallo. Approfitta della carica di energia che ti ritrovi addosso e scuoti la tua vita. Per il lavoro hai già pensato a qualcosa?»

«In realtà no, non ho pensato a niente. La vita da docente universitaria mi piace, ma non disdegnerei un cambiamento anche in quello».

«Brava, tutto nuovo. Potresti farti la cresta, già che ci sei».

Rido. Adoro Maude e i suoi modi, diretti e affettuosi allo stesso tempo. Non averla più fisicamente accanto sarà difficile.

Prima di cambiare idea, chiamo i miei genitori per chiedere loro ospitalità per il tempo necessario a trovare una sistemazione. Mi dedico alle cose pratiche per non crollare. La determinazione e la scarica di adrenalina che mi hanno investito subito dopo la decisione di lasciare Sami stanno infatti scomparendo a favore di un’analisi più razionale di quello che sto facendo.

È proprio questo il mio problema: cosa sto facendo? E soprattutto, cosa farò?

Sono contenta di aver finalmente trovato il coraggio di uscire da una situazione malata, ma avrò davvero la forza di ricominciare tutto da zero? Ho guadagnato il mio posto alla Sorbona lottando con le unghie e con i denti, sono riuscita a trovare il giusto compromesso tra insegnamento e ricerca, con gli studenti mi sento a mio agio; mi piace indirizzarli verso le loro inclinazioni, mi piace vederli crescere e spiccare il volo. A Milano cosa farò? Non è facile entrare in un’università italiana e non sono nemmeno sicura di volerlo fare. Ho qualche risparmio che mi permette di non avere l’acqua alla gola, ma un lavoro mi serve, e il prima possibile.

Mentre penso a come organizzare il trasferimento, le cose prendono una piega improvvisa che mi forza ad accelerare i tempi.

Passando dalla casa che ho diviso con Sami per decidere con lui il destino di alcuni beni che abbiamo in comune, lo trovo in lacrime. Con un pizzico di cattiveria constato che finalmente sta soffrendo anche lui, ma mi rendo subito conto che il motivo non sono io, non siamo noi. È morta la sua amante, ecco cosa è successo. Mi sputa tutto in faccia e io resto lì ad ascoltare, immobile, senza che il mio istinto di sopravvivenza faccia alcunché per salvarmi dalla valanga di cattiverie che gli escono dalla bocca.

Mi dice di Louise, dell’incidente in cui ha perso la vita, della borsa rossa che le ha regalato – non hai fatto nemmeno lo sforzo di scegliere due colori diversi, penso –, dei loro incontri; ma soprattutto mi dice di come io fossi necessaria al loro equilibrio. Di come si sfogasse con me per essere gentile con lei; di come lasciasse che la sua natura mi facesse del male per non farlo a Louise. Lui è così, mi spiega, ha bisogno di un punching ball per scaricare e quel punching ball sono sempre stata io. Mi colpevolizza per averlo lasciato senza una valvola di sfogo.

Sentirmi dire in faccia quello che ho sempre intuito, ma di cui non ho mai avuto la certezza, mi sciocca. Quando finalmente riesco a muovermi, dopo troppe parole che non dimenticherò mai, torno da Maude pietrificata. Non piango nemmeno, tanto la cattiveria dell’uomo che ho amato – perché l’ho amato – mi ha prosciugato. Incarico Maude e suo fratello di occuparsi delle cose rimaste nell’appartamento – ho deciso di prendere solo i miei effetti personali e qualche ricordo a cui tengo – e incarico un avvocato di occuparsi di tutte le pratiche per il divorzio. Non voglio più vedere le tazze, le lenzuola, le lampade; non voglio più vedere Sami.

Due giorni dopo sono a Milano.

Milano, lunedì 2 luglio 2018

Ripenso a tutto questo mentre guardo per l’ennesima volta la bara di Simone Veil entrare al Panthéon. Vorrei avere la sua forza, la sua tenacia. Vorrei combattere per i diritti umani, o almeno per i miei. E invece non ci riesco. Sono passati dieci mesi da quando ho lasciato Sami, nove da quando ho lasciato Parigi, sette da quando ho lasciato la casa dei miei genitori per trasferirmi nel mio appartamento, ma la parola punching ball quella no, non l’ho ancora lasciata. Sono ancora piena di fragilità e questa cosa non mi dà pace. Cerco di combattere, ma non ci riesco. O meglio, non vedo risultati tangibili che mi fanno capire che sto andando nella direzione giusta. Mi sembra di avere un enorme puzzle tra le mani: metto insieme qualche pezzo qua e là, ma la visione d’insieme è ancora lontana, lontanissima. Anelo alla perfezione del castello innevato che c’è sulla scatola e invece riesco a comporre solo pochi alberelli rinsecchiti, mentre tutto il resto si confonde in un mucchietto senza forma, esattamente come le mie emozioni, come i miei pensieri, come quello che vorrei essere. Come quello che so di poter essere.

Chiudo internet e mi metto a lavorare, per distrarmi da quella spirale che vuole riportarmi da Sami.

Alle otto in punto arriva Gaetano Ferri, il mio capo.

A volte mi sembra ancora strano essere finita a lavorare per un artista la cui vita e le cui opere sono state per anni parte delle mie lezioni alla Sorbona, eppure il caso ha voluto così. Un giorno di dicembre, mentre camminavo per strada dopo un colloquio di lavoro, un capogiro improvviso mi ha costretta a chiedere sostegno a uno sconosciuto che stava entrando in un negozio in rifacimento. Quello sconosciuto era Gaetano e quel negozio in rifacimento era la galleria, ma questo l’ho scoperto solo dopo perché, pur conoscendo Gaetano Ferri di fama, nella concitazione del momento non l’ho riconosciuto. Lui mi ha offerto una sedia e un bicchiere d’acqua e io ho buttato lì due parole di spiegazione.

«Sono reduce da un colloquio che doveva essere alle undici, ma alla fine mi hanno ricevuta alle tre e sono digiuna da stamattina. Dev’essere per questo che mi gira la testa. Stavo giusto cercando un bar per mangiare qualcosa».

«Mi dispiace di non avere nemmeno un biscotto, ma qui sono appena finiti i lavori e non ho ancora allestito nulla. Il colloquio è andato bene?»

«Credo di sì, ma non so se voglio davvero fare corsi di recupero a studenti non interessati. Mi piace insegnare, ma quando ha senso farlo. E non si preoccupi per il biscotto, adesso vado a comprarmi qualcosa da mangiare».

Ma come ho provato ad alzarmi, mi è venuto un altro capogiro.

«Facciamo così» mi ha detto Gaetano. «Stia ferma qua e mi dia due minuti».

È uscito senza lasciarmi il tempo di replicare, per poi tornare poco dopo con un sandwich.

«Non è granché, me ne rendo conto, ma è quel che passa il bar qui accanto».

È stato mentre mi allungava il panino che mi sono resa conto all’improvviso di chi avessi davanti.

«Ma lei è Gaetano Ferri!» ho esclamato. «Mi scusi se non l’ho riconosciuta subito».

«Perché avrebbe dovuto?»

«Perché ho parlato di lei a intere classi di studenti, ecco perché».

Abbiamo iniziato a parlare, di me, del mio percorso, del mio lavoro alla Sorbona e del suo progetto: mettere a disposizione uno spazio per consentire agli artisti meritevoli ma senza mezzi di farsi conoscere. Lo spazio era quello in cui ci trovavamo e quello di cui io, qualche settimana dopo, sono diventata la direttrice. Mi ha offerto il posto il giorno stesso. Io ho messo in chiaro che non avevo mai fatto nulla del genere, che ero sì preparata sulla storia dell’arte, in special modo quella contemporanea, ma non sulla gestione pratica di una galleria e lui ha replicato che gli piaceva la mia passione per la materia e che era certo che tutto il resto lo avrei imparato.

E così ho fatto; mi sono buttata a capofitto nell’organizzazione del lavoro e a febbraio abbiamo aperto lo spazio al pubblico con i primi dieci artisti. Abbiamo un programma molto serrato: ogni quattro mesi c’è un ricambio totale. Un tempo sufficiente per loro per cominciare a farsi conoscere, un tempo sufficiente per noi per fare nuovi colloqui e trovare persone in gamba.

(continua)

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