Strani giorniSmontiamo la retorica sulla didattica a distanza, per favore?

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Parliamo di didattica a distanza. Senza veli, senza opportunismi di facciata, senza il bisogno di obbedire alla logica delle tifoserie e delle fazioni contrapposte. Ne voglio parlare, fornendo un mio punto di vista personale, come persona informata sui fatti. Per almeno due buone ragioni: 1. ho lavorato, in qualità di docente, proprio con la DAD (questa la sigla); 2. in qualità di docente. Non la butterò nemmeno sul pietistico, tirando fuori i temi dei miei allievi che mi hanno scritto, in una prova scritta di qualche mese fa, che sperano di non dover mai più tornare di fronte a un monitor a fare lezione (con buona pace di De Luca). Vorrei invece soffermarmi su alcune considerazioni di carattere generale e su alcuni dati (con tutti i limiti che un articolo del genere porta con sé, inevitabilmente).

Alcune doverose premesse

Premetto da subito, proprio perché non voglio alimentare polemiche di alcuna natura: il lavoro degli/lle insegnanti è stato egregio. Ovviamente, come ogni cosa umana, ci saranno stati casi di inadeguatezza e di incapacità. E sicuramente, anche tra i migliori e le migliori, ci saranno stati errori, tentativi, passi falsi. Vi do una notizia: se siamo disposti/e ad assolvere governi e CTS da ogni responsabilità – perché quale governo era preparato ad un’emergenza simile? – la stessa cosa si deve dire nei confronti del corpo docente. Nessuno/a di noi era preparato ad affrontare la didattica a distanza, sia perché nessuno poteva prevedere una situazione simile, sia perché – di conseguenza – non è mai stata fatta una formazione specifica. Di quelli che possono essere errori, passi falsi e risultati non soddisfacenti non si può accusare né il Ministero, né l’insieme dei professionisti e delle professioniste della scuola.

Ricordo inoltre che la scuola, soprattutto la scuola pubblica, si è trovata a gestire un’emergenza di portata globale con risorse minime – sono noti i tagli e le scellerate politiche degli ultimi vent’anni, proprio a danno della qualità dell’offerta formativa – in un paese in cui l’informatizzazione delle nostre strutture scolastiche si è limitata in pochi casi a un’aula multimediale, connessioni internet carenti e una LIM per classe. In un contesto complessivo, se vogliamo dirla tutta tutta, in cui la professionalità docente è stata declassata a “badantismo” per minori. E la scuola, di conseguenza, ridotta a luogo in cui lasciare la prole mentre il mondo degli adulti va a lavorare.

“La didattica a distanza, se fatta bene, è la stessa cosa della scuola in presenza”

Fatte queste premesse, se si vuole capire il quadro di riferimento complessivo, vorrei soffermarmi su alcuni luoghi comuni che stanno diventando moneta argomentativa sulla didattica a distanza “a tutti i costi”. Uno di questi narra – perché sempre di narrazioni fuorvianti si tratta, quando si affronta il dibattito pubblico – di una DAD come semplice sostitutivo della scuola in presenza. “Se fatta bene, la didattica a distanza può dare gli stessi risultati della lezione in classe”. Quando ascolto affermazioni così perentorie, mi chiedo spesso se chi le produce o le riproduce abbia una competenza specifica sull’argomento. Se sia un docente di scuola – di ogni ordine e grado – o se parli dall’alto di studi di settore, (utili per carità, ma la pratica è un’altra cosa) o, peggio, in virtù del senso comune.

E allora, diciamo subito: è una fandonia. La didattica a distanza non è la stessa cosa della scuola in presenza. Se volessi semplificare con due esempi: 1. fare un aperitivo on line non è la stessa cosa che andare insieme al bar e godersi il momento; 2. il sexting non è la stessa cosa di fare l’amore. Il principio è simile. E non si tratta di banalizzare con riferimenti all’alcol o al sesso, ma di aspetti relazionali profondi. È una questione di setting, innanzi tutto. Il setting didattico in praesentia è fatto di occhi che si guardano, di interazioni nate dal qui ed ora. Si tratta di corpo e anima, in due parole. Di pause, di sorrisi. Di voce che si indurisce, quando è il momento. Si tratta, in una parola soltanto, di umanità. Sono tutti elementi che rendono più ricco il contesto di una lezione che non può prescindere dall’aspetto “umanistico-affettivo” (sto usando un termine tecnico). E che nella DAD è fortemente limitato.

I limiti del supporto elettronico

Secondo poi, è una questione di mezzo. Ora, non vorrei citare a sproposito il modello di Jakobson, ma il mezzo con cui avviene una comunicazione – e quella didattica rientra nella sfera della comunicazione – incide e non poco sulla qualità della trasmissione del messaggio e sulla sua natura. Al modello di Jakobson sono associate, infatti, le funzioni del linguaggio. La cosiddetta “funzione fàtica”, si lega al canale con cui si trasmette il messaggio. Faccio un esempio concreto: siamo al telefonino, c’è poco segnale. Non sentiamo più bene chi ci parla dall’altra parte. Comnceremo a chiedere “mi senti?”, “ci sei?” o a dire “forse il segnale e disturbato”. La comunicazione si sposta da ciò che vogliamo dire al perché non riusciamo a farlo. Dal tema del discorso al mezzo utilizzato. Ciò interrompe quanto volevamo dire. Con la didattica a distanza questo rischio si amplifica. Sia perché la connessione è stata più di una volta ballerina, sia perché le piattaforme usate hanno dato problemi. Il canale, insomma, ha decretato la qualità di cosa volevamo trasmettere. Tradotto: spesso si perde tempo perché “prof, non si sente niente”, “prof, non funziona la cam”, “prof, ci sono altri quattro computer connessi e ho la connessione lenta”.

Le ricadute sociali della pandemia

Terzo aspetto: le ricadute sociali e psicologiche che la didattica a distanza si porta con sé. Non ho l’arroganza di fornire verità assolute. Eppure, molto spesso, la noia di stare davanti a un computer – proprio per la mancanza di un setting didattico e per i problemi di connessione, ma non solo – porta a conseguenze che chi ha lavorato in DAD ben conosce. Al di fuori dell’esperienza personale, cito i risultati di un sondaggio pubblicato oggi da Open: «Nel mezzo del loro sviluppo cognitivo-comportamentale e sociale tra la fase adolescenziale e quella di giovani adulti, la pandemia ha influenzato non solo l’umore, ma anche i comportamenti degli studenti italiani tra i 14 e i 18 anni». Le conseguenze? «Stanchezza, incertezza, preoccupazione, irritabilità, ansia, ma anche disorientamento, nervosismo, apatia, scoraggiamento e il pensiero di aver sprecato un anno della propria vita». E non finisce qui.

«Dall’analisi» leggiamo sempre su Open «emerge che il 28% degli studenti durante il primo lockdown primaverile, durante la prima ondata, ha visto almeno un proprio compagno o compagna di classe abbandonare completamente le lezioni; mentre un 7% segnala invece di averne persi almeno 3». Open fa notare che «tra le principali cause d’assenza e di abbandono» ci sono «la difficoltà di connessione per la didattica a distanza e la mancanza di concentrazione». Torniamo dunque al setting e al mezzo. Ma non solo: dall’indagine «emerge anche una profonda frattura generazionale: circa il 50% dei giovani si sente accusato, dagli adulti, di essere diffusore del virus». Perché sempre di narrazioni stiamo parlando. E la pandemia è stata narrata malissimo, a più livelli.

La narrazione tossica sull’inadeguatezza scolastica

Tra le narrazioni più tossiche c’è stata quella di una deresponsabilizzazione di chi dovrebbe governare i fenomeni, prima ancora della società, per far ricadere la colpa – parola molto amata nella coscienza collettiva nazionale – sul mondo della scuola. Se la DAD non funziona è perché gli insegnanti non sono capaci. Proiezione di quel j’accuse generalizzato contro la scuola, per cui l’insegnante sbaglia sempre. Eppure, è già stato detto che il corpo docente si è ritrovato di fronte una pandemia non prevista esattamente nello stesso modo in cui ci si sono trovati governi, strutture sanitarie e intero sistema economico. A ben vedere, sempre a livello di narrazione collettiva, si è molto indulgenti per quanto riguarda le responsabilità della classe politica (basta vedere una qualsiasi puntata di Otto e mezzo e soffermarsi sulle difese d’ufficio di certi ospiti, per averne contezza) quanto implacabili su quanto fatto o non fatto dietro a un computer.

Questa narrazione va rigettata. In un quadro globale di incertezza, imprevedibilità e inadeguatezza strutturale, cercare colpevoli tra chi ha lavorato nonostante tutto è poco utile. Ci sono invece responsabilità politiche di lungo corso. Il lavoro di docenti, dirigenti e altro personale del mondo della scuola è criticabile e si espone all’errore, come qualsiasi cosa derivi dall’agire umano. Andrebbe tuttavia riconosciuta la volontà da parte degli/lle insegnanti a fornire un servizio che è stato comunque erogato. Il resto è disinformazione o malafede. Sulla qualità dei risultati, possiamo discuterne a lungo. Ma se mi lasci alla deriva con una scialuppa di salvataggio, se arriva la tempesta in mezzo all’oceano la “colpa” non è di chi prova a tenere fermo il timone. E nemmeno di chi viene travolto e affoga.

Una misura d’emergenza

La didattica a distanza, concludendo, è stata e resta una misura d’emergenza e come tale va trattata. Contrariamente a quello che si vuole credere e contrariamente a ciò che si va dicendo, centinaia di migliaia di docenti hanno provato ad affrontare la sfida che gli si è posta dinnanzi con umanità, professionalità e dedizione. Chi dice il contrario non sa di cosa sta parlando o parla di casi specifici che non possono essere elevati a leggi universali. Se sarà necessario, come già avviene in molti istituti, si tornerà a lavorare di fronte a un monitor, con tutti i limiti del mezzo e del setting. Ma la scuola in presenza è un’altra cosa e resta, al momento, la dimensione ideale per l’apprendimento.

La classe politica dovrebbe lavorare per garantire il rientro in aula di milioni di ragazzi e ragazze, in sicurezza. Ciò coinvolge altre questioni (a cominciare dal tracciamento e dai trasporti), ma qui si apre un altro capitolo. Questo, comunque, va detto. Senza demonizzare categorie professionali e senza pensare di poter sostituire una professione con un servizio. O, peggio, con una connessione.

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