La City dei TartariUn anno immobile – Storie pandemiche 1 – La Foresta e le foreste

Tutto é diventato immobile un anno fa. Londra, il 16 marzo del 2020, é entrata nel lockdown, una forma di incantesimo o maleficio dove tutte le nostre liberta’, che abbiamo sempre ritenuto – in questa parte del pianeta – inviolabili, sono state sospese. Tempo sospeso, questo anno.

Tempo nel quale le nostre anime e i nostri corpi, lontani e persi rispetto agli altri, sono diventati frammenti, fotografie, connessioni in video, vite trasmesse a seconda della potenza della rete in una definizione piu’ o meno accettabile. Celle di silicio e plastica, gli sfondi oscillanti, come all’inizio della televisione, effetti CromaChi e voci robotiche a cui siamo ormai abituati.

Da un anno lanciamo S.O.S. piu’ o meno leggeri ed ovattati, in bottiglie virtuali. Sperando che nessuno si dimentichi di noi, di come sorridiamo in tre dimensioni. E di quale sia il vero suono della nostra voce. E, nel mentre, in questo anno tante storie. Piccole, minori. Cose accadute attorno al quartiere o lette da qualche parte on-line. Sui giornali divorati di nuovo come prima che arrivasse tutta questa tecnologia che ci fornisce notizie a velocita’ stellare. Ecco. In questo momento, nel blog, mi viene voglia di raccontarne alcune, di queste piccole storie pandemiche. Raccolte e non ancora messe nel gorgo dei social. Oggi, ad un anno da quell’annuncio che ci ha condannato ad una immobilita’ insolita, provo a snocciolarle una per una. Un diario non sequenziale, ma emozionale di un anno passato in una Londra immobile e sospesa. O in un luogo che non esisteva prima della pandemia e non esistera’ dopo. Un luogo che ci ha obbligato ad un esercizio di riscrittura di noi stessi, della nostra stessa narrativa, sommersi, nelle giornate silenziose e senza inquinamento atmosferico, da tantissime storie e narrative alternative. L’isolamento del lockdown un luogo metafisico o virtuale, come si dice oggi. E, come scriveva Guglielminetti in un saggio chiamato ‘Metamorfosi dell’Immobilita’, il virtuale, dentro le nostre celle, é stata l’estrema metamorfosi del vitale.

In un mondo che si riapre lentamente, eccola questo mazzo di storie. Come fiori o come carciofi.

  1. La Foresta e le foreste

Il video parte in automatico sul mio computer, una foresta nel cuore della francia e il rumore di un albero che crolla al suolo mi sorprendono. L’albero che ora viene misurato da alcuni boscaioli é cresciuto per oltre 200 anni, dai tempi della Rivoluzione Francese, fino ad oggi, al 2021, nella quiete di una foresta reale ed é uno fra i tanti scelto per diventare un pezzo della guglia e del tetto di Notre Dame a Parigi, tre anni dopo il fuoco villano che li ha distrutti.

L’albero cade. Con un movimento che il video rende plastico e con l’albero é come se cadessero i secoli e gli anni stessi che l’albero una quercia imponente, ha visto passare davanti a se. Rivoluzioni, guerre, cambi di regime, pestilenze. Tutti quei momenti storici registrati in qualche minima variazione degli anelli della crescita della pianta.

La prima reazione é quella automatica, quella indignazione normale e superficiale di chi pensa alla natura come qualcosa di immutabile e che non sia, anch’essa, negli alberi e nelle piante, negli animali, qualcosa che cambia, cresce e muore. Mi incuriosisco e scopro che gli alberi che verranno usati per ricostruire la ‘Foresta’ sono stati selezionati in alcune foreste di proprieta’ del governo francese, proprio create per far crescere alberi destinati alle navi francesi, una foresta fatta espandere da Luigi XIV, il Re Sole. Alberi per farne alberi, di vascelli che avrebbero portato i francesi verso mondi nuovi. I soldati napoleonici verso l’Egitto, la Stele di Rosetta. E questi alberi fatti crescere a rotazione. Con un ciclo di crescita di 200 anni.

E gli alberi erano fatti crescere circondati da pioppi e frassini, in modo che crescessero diritti, senza pieghe strane e impedendo che si formassero troppi nodi sulla superficie. La pianta doveva essere diritta come un fuso, un cilindro di legno alto venti metri, un legno puro e senza troppe venature se non quelle degli anelli della crescita.

Questi alberi, testimoni di un mondo in cui Napoleone pazziava, in cui la rivoluzione industriale ci avrebbe reso questo mondo di acciaio, plastica e materiali sintetici. Un mondo oggi immobilizzato dalla pandemia, come alberi della foresta ma senza il bebneficio di poter guardare lontano, dalla cima.

L’immagine dell’albero ora al suolo, con tecnici forestali francesi che misurano il tronco per essere sicuri di non aver tagliato una pianta che non sara’ utile per la ricostruzione delle guglie, riporta agli albori del rapporto fra uomo e natura, uomo e materia. Il marmo di Michelangelo, le pietre delle Piramidi e di Stonehenge. Il legno di ogni croce di Cristo in giro per il mondo.

In questi giorni di calvari per tante anime in giro, calvari di attese, di intubazioni, di famiglie senza addii e senza ultime parole, l’albero giace, in un momento di passaggio da una vita nella natura alla vita eterna, come frammento dell’architettura gotica di Notre Dame, il cui tetto era chiamato, appunto, La Forete, la Foresta. Per l’ammontare di tronchi e di legname che erano stati usati per tirarlo su.

200 anni di inverni, estati, germogli visti nascere per poi incartocciarsi con i primi freddi autunnali. L’edera arrampicante, gli animali del bosco e le persone, prima a cavallo e poi con le macchine, prima con tessuti di lana cotta e poi con colori sgarcianti del goretex.

Gli alberi reali, altissimi, ed il loro mistero di tempo, quel tempo che é passato dalla loro nascita, da un seme che ha fatto ‘pop’ nella terra fertile di Francia e qualcuno che ha notato quel germoglio e lo ha fatto crescere, protetto. Reso, da germoglio, un futuro possibile, come nave, come navata, come scarpa per i contadini di quella regione francese. Un in fieri che avrebbe preso tempo per realizzarsi. E quell’albero, probabilmente, la persona che lo ha trovato e che gli ha piantato attorno dei pioppi, sapeva, non lo avrebbe mai visto diventare altro. Lui, la sua famiglia, per generazioni, avrebbero visto il suo fusto crescere. Non chiedendosi cosa sarebbe accaduto di quel legno. Perche’ il loro compito era permettere che il frutto del loro lavoro accadesse oltre il loro stesso orizzonte di vita e perche’ lo scopo di quel lavoro era chiaro fin dall’inizio: creare futuri possibili e permettere al mondo, attraverso quel miracolo di natura e attivita’ umana, di continuare a cambiare. Come i costruttori di cattedrali, come i politici che sanno che chi comincia l’opera spesso la finisce. Come Marcora quando decise di costruire l’autostrada piu’ bella d’Europa, quella che univa Milano e Napoli. Come tutti quelli che sanno che non ci saranno, ma avranno fatto la differenza in qualche maniera.

E questi alberi rieducano, nel loro cadere, ad un ciclo della natura, dove altri alberi cresceranno dove sono stati abbattuti questi giganti. Compiendo nel tempo ancora una volta una promessa, se non di eternita’, di continuita’.

Riguardo il video. Mi segno sull’agenda il nome della foresta. Bercé. Ci andro’ appena queste radici che mi sono state imposte verranno eliminate, come per incantesimo o, semplicemente, per decreto. Per imparare ancora una volta a distinguere la foresta dagli alberi.

French oaks from once-royal forest felled to rebuild Notre Dame spire | Notre Dame | The Guardian

Soundtrack

Dream Syndicate – Forest for the trees The Dream Syndicate Forest for the Trees – YouTube

DeProducers – Botanica Deproducers – Dendrocronologia (2017 videoclip from Botanica LP) – YouTube

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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