E(li's)booksIl grande addio di Sam Wasson

«Wasson è uno dei più grandi storici di Hollywood, e stavolta ha superato se stesso» The New York Times

Oggi vi racconto Il grande addio di Sam Wasson

Il libro

Roman Polanski, il geniale regista che aveva stregato la Mecca del cinema con le torbide ossessioni di Rosemary’s Baby e che stava cercando di elaborare il lutto per la tragica morte di sua moglie, Sharon Tate; Jack Nicholson, l’ineffabile attore rivelatosi con Easy Rider, qui per la prima volta impegnato in un ruolo da protagonista; Robert Evans, il visionario produttore che aveva ridato linfa all’agonizzante Paramount, trasformandola nel più fecondo e intraprendente degli studios; Robert Towne, l’angosciato sceneggiatore che voleva scrivere la storia della sua vita e non vincere un Oscar (e però lo avrebbe vinto); Hollywood, nella sua stagione più ribelle, avventurosa e creativa, dopo il classicismo ormai stantio della golden age e prima della svendita alle mega-corporazioni. Sono questi i protagonisti di Il grande addio, il volume che celebra uno dei più grandi film della storia – Chinatown, anno 1974 – e insieme reinventa un genere narrativo, più vicino alla letteratura che alla cronaca saggistica, così come il film aveva reinventato un genere cinematografico (da noir a neonoir).

La mia lettura

Anni fa ho abitato per un periodo in un loft a Roma dove la padrona di casa mi aveva lasciato un’intera collezione di videocassette con i suoi film preferiti, uno di questi era Chinatown di Roman Polanski o forse sarebbe più corretto dire di Robert Towne per il quale questo film è stato una vera ossessione.

Sono andata a riguardare alcune scene leggendo questo libro perché non lo ricordavo benissimo e devo dire che se prima lo consideravo tutto sommato un bel film ma non un capolavoro, ora guardandolo con gli occhi di Sam Wasson  il mio punto di vista è cambiato.

Intanto è un film incredibilmente attuale, il 1974 è lontano ma il cinismo e la disinvoltura con cui molti perseguono i loro interessi a scapito della collettività è rimasto pressoché immutato se non addirittura peggiorato. Il film racconta la storia della “guerra dell’acqua” in California, “California Water Wars”, i diritti sull’acqua e sui terreni nella California meridionale negli anni dieci e venti, furono messi in discussione da soggetti spregiudicati come William Mulholland che speculò per togliere l’acqua ai contadini e assicurarla invece agli abitanti della valle di Owens e quindi a Los Angeles che era un posto sperduto e inospitale.

Chinatown è fondamentalmente un “ lamento”.

Qual è il vero nocciolo del film? La morte dell’eroe che viene sconfitto dal ‘sistema’. Jake il detective ed Evelyn la nevrotica non si salvano. Si racconta che Towne lottò strenuamente con Polanski per un lieto fine ma l’ebbe vinta il regista che molti critici consideravano già all’epoca troppo concentrato ad arrovellarsi nel dolore e anche molto cinico, ma non è per questo forse che guardando il film ci troviamo ad essere così partecipi del destino di Jack ed Evelyn?.

Questo libro di Sam Wasson però è molto ma molto più di un saggio dedicato a un film e alla Hollywood degli anni ribelli, l’autore prende il film come punto di partenza per raccontare tutti i retroscena relativi alle figure di spicco di quel momento: Jack Nicholson, Roman Polanski, Robert Towne e Robert Evans.

“I tempi d’oro di Hollywood erano finiti, ma con la cricca del Daisy, Polanski coltivava una propria idea degli studios. Ingaggiò Sylbert, di cui adorava il lavoro che aveva fatto su Baby Doll di Elia Kazan, per occuparsi della scenografia di Rosemary’s Baby. Sylbert segnalò a Roman sua cognata, la costumista Anthea Sylbert, e il montatore di Mike Nichols, Sam O’Steen, che al tempo stava lavorando a Il laureato (come anche Sylbert) alla Paramount, e Roman non se li fece scappare. […]Non c’era un’etica da scenografia all’ingrosso; per Chi ha paura di Virginia Woolf?, che gli era valso il suo primo Oscar, Sylbert aveva scelto personalmente ogni singolo libro sullo scaffale di George e Martha. In quel film realismo e precisione andavano di pari passo: i titoli dei libri elevavano i personaggi da tipi generici a individui reali, specifici. In quanto scenografi, i Sylbert erano degli psicologi”

Molto belle sono le pagine che raccontano la storia d’amore (e il suo terribile epilogo con l’assassinio dell’attrice per mano di Manson ) tra Roman Polanski e Sharon Tate e i riferimenti agli scritti dell’epoca (sulla vicenda) di Joan Didion:

“Joan Didion, per quanto terrorizzata, non era sorpresa. Nessuno, pensava, era tanto sorpreso. In fondo, quella era Los Angeles: “Il mistico filtraggio dell’idea di ‘peccato’ – la sensazione che era possibile andare ‘troppo oltre’, e che molta gente lo stava facendo – faceva parte di noi nella Los Angeles del 1968 e del 1969. Nella comunità si stava creando una vorticosa tensione, folle e seducente. L’agitazione stava prendendo piede”.

Sam Wasson ci regala anche curiosità sui protagonisti di questa sua storia, racconta molto bene la figura di Robert Towne:

“Towne aveva bisogno di soldi. Per finanziarsi la scrittura del poliziesco che immaginava per Nicholson, prese un lavoretto veloce con Francis Ford Coppola […] non gli piaceva la scena che aveva scritto per Il padrino, in cui Don Corleone e Michael parlano da padre a figlio, da maestro ad apprendista.Così com’era scritta, era troppo esplicita. L’emozione, disse Coppola, si doveva percepire sotto le parole, non dentro le parole.Towne mollò tutto e partì per New York, dove si buttò subito nella mischia e conferì con Pacino e Brando per trovare nuove idee. «Una cosa sola» gli disse Brando. «Voglio che Vito non sia sconnesso. Sta parlando a suo figlio; sta dicendo la verità; sa cosa deve dire». Towne tornò di corsa in albergo, mangiò un boccone e scrisse dalle dieci di quella sera fino alle quattro e mezzo del mattino dopo; Coppola passò a prenderlo alle sette, e insieme si lanciarono sul set. Fogli in mano, Brando lesse il nuovo dialogo a voce alta: “Ho sempre rifiutato di fare il pupo, attaccato ai fili tenuti in mano da quei pezzi da novanta. Non ho rimpianti – era la mia vita – ma pensavo che un giorno finalmente sarebbe toccato a te tenere i fili”. Towne prese i “fili” dalla copertina del romanzo di Mario Puzo. A Coppola piacque; la provarono; la girarono. Towne tornò a casa da salvatore.”

Il lavoro fatto da Sam Wasson è certosino, a volte fin troppo ma è proprio questo che rende Il grande addio così speciale, per esempio è riuscito a trovare nuovo materiale che ha messo in evidenza il contributo di Edward Taylor allo sviluppo della sceneggiatura del film.

Taylor era lo sceneggiatore di Towne, l’uomo che rimaneva in disparte dando però un grande contributo ai lavori di quello che era un suo amico d’infanzia.

Quel che ho capito leggendo questo libro è che l’ossessione di un gruppo di uomini, Polanski e Towne in testa, realizzò una grande impresa, girare un film che si discostava dalla Hollywood di quel momento per contribuire a dare vita alla New Hollywood.

Mille sono gli aneddoti su film famosissimi, su attrici e attori e poi c’è Los Angeles:

Los Angeles, questo si deve capire, non è una semplice città” scrisse lo storico di Los Angeles Morrow Mayo. “Al contrario, è, ed è stata a partire dal 1888, una merce; una cosa da pubblicizzare e vendere agli statunitensi come le automobili, le sigarette e il collutorio”. Altre città hanno conosciuto un boom, con gli immigrati che vi si stabilivano gradualmente arrivando dalle regioni limitrofe, ma Los Angeles, la città più pubblicizzata d’America, ha conosciuto dei boom costanti che hanno attratto immigrati da ogni angolo del paese e a un ritmo così incredibile che ciascun boom, per accogliere tutta quell’affluenza, ha inflitto cancellazioni distruttive a sé e alla città. Se pure la città ha mai saputo cosa fosse, continuava a dimenticarlo.”

Tornando a Chinatown, al film, io vi consiglio di guardarlo se non lo avete mai fatto perché è  un grande film Hollywoodiano per l’uso dei mezzi a disposizione, attori compresi, è Hollywoodiano perché è un film di genere che però supera il genere nostalgico rétro.

I titoli di testa imitano graficamente quelli della vecchia Hollywood e suggeriscono una prima lettura: la rievocazione minuziosa della detective story anni Quaranta, c’è l’ investigatore privato hardboiled (Wasson cita Chandler ma anche Hammett ), c’è la donna che mente, la corruzione politica che si intreccia a segreti familiari, c’è la classica scena in cui il protagonista sviene dopo essere stato pestato, ecc ecc.

La storia di Los Angeles, e dell’America, è sotto il segno di un potere economico feroce che mostra la sua forza  anche sugli elementi primari della vita (l’acqua, la paternità).

Il grande addio è un libro bello davvero, di quelli che piacciono a me, anche stavolta Jimenez ha fatto centro.

Se vi piace il cinema, se vi interessano gli Stati Uniti, se volete immergervi in una storia coinvolgente che vi costringerà ad andare a riguardare i grandi film hollywoodiani che hanno fatto il cinema allora Il grande addio è il libro giusto per voi.

Il grande addio di Sam Wasson

Jimenez edizioni

Traduzione di Gianluca Testani

Pagine: 400
Prezzo: € 20