PromemoriaLibertà de che?

Non è di moda fare un discorso serio ma la libertà, se è partecipazione, non può affogare nello spritz con sprezzo della storia

Giorgio Gaber cantava che libertà è partecipazione e ci rendiamo conto che , nel tempo della manomissione delle parole (Carofiglio) comprendere un termine è come prendere il farmaco giusto quando si è malati. Partecipare sta per “prendere parte all’azione”, è sentirsi chiamati ad un processo di comunità,  è pensiero che si slancia in azioni concrete.

Ma nelle ultime trenta ore, ancor prima del ripristino della zona gialla con l’allentamento di alcune misure restrittive anticovid la cronaca segnala di raduni nelle zone cool di diversi capoluoghi (come a Bologna o a Milano) con aperitivi e feste per strada.  Navigli presi d’assalto, vie dello shopping piene come formicai,  assembramenti senza mascherina, centinaia di multe ma soprattutto tafferugli con la polizia sempre al grido di libertà, libertà.  Fa strano sentire questa parola in nome di un cocktail proprio nel giorno del 25 aprile quasi fosse – desolatamente  – la vittoria dello spritz con sprezzo della storia. Comprendo che questa considerazione rischia di provocare l’astio contro il bacchettone garantito ma ci permettiamo di mettere le mani avanti affermando fin da subito che non si tratta di moralismo di maniera.

Il problema – tuttavia – non sono questi figli né i loro nonni (alcuni di questi, anagrafica alla mano, sono a loro volta figli di partigiani, pensa te). La tragedia è tutta nostra, di noi attuali padri, generazione di coloro che forse non hanno saputo consegnare il deposito di valori nazionali, di bene comune,  d’interesse e  passione per il futuro.
Abbiamo delegato ad altri questi fardello (scuola, chiesa, famiglia?) con il risultato che  impauriti tanti di noi padri siamo fuggiti di fronte alla sfida educativa.

Concordo con chi annota con amarezza che la memoria ha le gambe corte e funziona soltanto nel breve, sfarinandosi  appena le cose stanno un po’ più in là dell’orizzonte del giorno. Questa mutilazione quasi fisica della memoria non è avvenuta di notte, con un taglio improvviso. È il risultato di tanti fattori convergenti: la rottura delle cinghie di trasmissione dei saperi tra le generazioni, l’incapacità della scuola di compensare questa interruzione, un crescente fastidio per tutto ciò che non sia qui e ora, l’irresponsabile disinteresse di chi lavora per farci vivere in un indistinto presente.

 

Il risultato è la rinuncia della società al gusto del futuro, il voler stare in compagnia dello spritz, probabilmente per l’imbarazzo ad elaborare, a fare anche solo un timido passo verso il ragionamento. Negli ultimi dieci anni il crollo di competenze solide dei giovani italiani è sotto gli occhi di tutti le rilevazioni internazionali. L’Italia è ai primi posti in Europa per analfabetismo funzionale, un dramma con ricadute ad ampio spettro. Non si tratta tanto  – ricordiamolo – si non saper leggere e scrivere, come si intende normalmente, ma dell’incapacità di comprendere e usare le informazioni che si incontrano nella vita di tutti i giorni, a causa delle non sufficienti abilità nella lettura e comprensione del testo, e nel calcolo.

La presenza di una elevata percentuale di analfabeti funzionali nella forza lavoro indebolisce la possibilità di innovazione e la competitività del sistema. L’Ocse misura tramite una indagine demoscopica dettagliata il livello di alfabetizzazione dei cittadini dei Paesi membri tra i 15 e i 64 anni, quindi in età lavorativa, e i risultati sono eloquenti. In Italia abbiamo i risultati peggiori tra i Paesi europei che dell’Ocse fanno parte.

Quest’analisi sembra apparentemente slegata con l’aperitivo eppure – a mio avviso – non lo è nel senso che la non-ancora presa di coscienza da parte della gioventù della crisi sistemica in corso (unita alla rinuncia di senso e di sfiducia del futuro)  ha consigliato ai nostri ragazzi il disinteresse verso la complessità. Per questo non ci si prova neanche a fare anche la più elementare scala delle priorità etiche. E un valore è tale solo se non impegna concretamente le mie azioni. Insomma, #andratuttobene fino a quando lo scrivo con l’hashtag, basta che sia veloce e facile ma per il resto – l’ho sentito per davvero – non rompetemi le scatole.

Andiamo tutti a bere, anyway…

Ecco perchè foraggiamo una generazione  che spesso abbandona la scuola per affollare i casting dei talent show o per diventare influencer. Una generazione che manda a ramengo la DAD perchè – si legge – porta stress ma possiede (arriviamo ormai al 96%) uno smartphone medio-top gamma ma alla fine sta su Instagram o Tik Tok e non riesce ad inviare una mail (dico una mail). In questa afasia di parole precise, puntuali subentrano e s’insediano le irrazionalità di fantomatici poteri occulti, di nuovi ordini mondiali, di nemici invisibili che come mostri assediano la mente. E se il nemico di questi giovani fossero la loro stessa accidia?

Prodotto di una tale tirannia della percezione contro il reale è il facile (nonché  gratis) paraculismo il cui mantra è “armiamoci ma partite”.

Che fare? Ebbene io non mi sottraggo a farla facile, mi dispiace. Perciò – ad esempio –  in tutta questa falsa lotta tra apriamo e chiudiamo si potrebbe tranquillare arrivare ad un punto politicamente scorretto, del tipo “apri ciò che vuoi e casomai pagati le cure”. Se dici una cosa del genere, cade giù il mondo, le vesti si stracciano e si grida allo scandalo e pensi che non si possa dire.

O forse sì si può dire? Ditemi voi nel frattempo mi chiedo: se si possono diffondere e difendere sciocchezze sesquipedali senza un prezzo perché poi farsi un migliaio di scrupoli nel dire che se non c’è una solidarietà collettiva allora non accetto la semplice somma degli interessi particolari?

Da qui il ruolo  della classe dirigente si fa cruciale: perchè è importante saper dire la verità anche a costo del prezzo del consenso. Sarebbe l’inizio della ricostruzione del paese, il germe della rinascita di una nazione che preferisce provare sempre il gusto amaro della lotta tra fazioni anzichè fare un esame di coscienza concretamente collettivo. La cosa più drammatica, in altre parole,  è che non abbiamo l’autorevolezza che serve, quell’evangelico esempio a cui guardare con stupore e imitazione, il disinteresse di una classe dirigente che fa il primo passo.

Ed è per questo motivo che ai giovani non rimane da alzare i calici e reclamare la libertà, cantare bella ciao…  senza aver trovato l’invasore.

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