Anelli di fumo“Vai al posto”: com’è difficile far ridere sulla scuola

Non convince l'opera seconda di Valentina Petri, già autrice di "Portami il diario" per Rizzoli.

Quasi ogni anno escono libri più o meno umoristici che raccontano uno spaccato del mondo della scuola, visto spesso attraverso le lenti di docenti dotati di passione per il proprio mestiere e, a volte, baciati da una buona penna. Vai al posto. Un nuovo anno di scuola con la prof di Portami il diario (Rizzoli, 2022, 350 pp., 18€) di Valentina Petri non fa eccezione. E’ chiaro che l’autrice ha un grande amore per la sua professione e sa raccontarne alcuni aspetti buffi. Il problema di questo genere di pubblicazioni, soprattutto delle opere seconde, è che spesso si propongono di far sorridere o ridere ma non ci riescono, perché non sempre quel che accade fra le mura di un’aula è facile da trasporre fra le pagine di un libro, senza perderne lo spirito, il ritmo e l’umorismo.

Ecco allora che ci si deve affidare al talento della scrittura. Inventare un canovaccio, là dove quello manca. Dare risalto a quel “sentimento del contrario” di cui parlò Pirandello nel suo celeberrimo saggio sull’umorismo. Creare personaggi seguendo la lezione dei grandi scrittori. Ne cito uno per tutti, Pier Vittorio Tondelli, quando incitava in Scarti alla riscossa i suoi aspiranti Hemingway sotto i 26 anni: “Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale […], piuttosto raccontate storie che si possono oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato, […] non fate piagnistei sulla vostra condizione e la famiglia e la scuola e i professori, ma provatevi a farli diventare dei personaggi e, quindi, a farli esprimere con dialoghi, tic, modi di dire […] esercitatevi a fare degli schizzi descrittivi su quel che vedete dalla finestra, dall’autobus, dall’automobile. Raccontate le vostre angosce […] “spandendo il sale sulla ferita”. […] Iniziate a fingere, a dire bugie, a creare sulla carta qualcosa che parta dal vostro mondo, ma che diventi poi il mondo di tutti […]. Non abbiate paura di buttare via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti.” [“Scarti alla riscossa”, in Un weekend post-moderno, p. 328].

Proprio in questo sta uno dei tanti limiti del secondo volume di Petri: Vai al posto non offre personaggi tridimensionali, ha un canovaccio davvero troppo fragile, non vengono sufficientemente fuori tic, modi di dire, dialoghi brucianti. Non esprime alcun sentimento del contrario. Rimane un insieme di istantanee slegate fra loro, cui è difficile affezionarsi.

Il primo sorriso Petri me l’ha strappato a pagina 81, quando un giovane prof precario si presenta a scuola (25enne e dunque scambiato, immancabilmente, da qualche bidella come uno studente ripetente) ed è introdotto da uno dei colleghi cinici con queste parole: “Ci mancava solo l’ennesimo ragazzino che non sa un cazzo di scuola, che arriva qua e crede di dover saltare sulla cattedra strappando pagine dal libro di testo” (p. 81). Una frase che a me fa sorridere anche perché è fuori posto: l’ennesimo ragazzino di 25 anni alla sua prima supplenza non sa neanche cosa sia Dead Poets Society (da noi col bellissimo titolo L’attimo fuggente, film del regista australiano Peter Weir e dello sceneggiatore Tom Schulman, del 1989), ma ci sta che il collega più anziano si esprima a quel modo, insieme datato e cinico.

Un altro dei difetti del volume è la sua lunghezza: come ha stabilito Domenico Starnone (è pressoché obbligatorio il paragone con i due volumi di Starnone Ex cattedra Fuori registro per ogni libro umoristico sulla scuola scritto dopo il 1991), andare oltre le 140 pagine quando si cerca di far sorridere sul mondo dei banchi è un rischio da non prendersi.

Nelle 350 pagine di Petri annegano episodi divertenti che avrebbero dovuto essere valorizzati da un editing severo e sforbiciante, perché i singoli aneddoti buffi non mancano (da ZainoArmato che “defibrilla il diario” a colpi di “pum!” sulla copertina [p. 103] ad alcuni episodi della gita a Roma). L’ultima zavorra sono i soprannomi dati a tutti e quindi a nessuno: forse una necessità per l’autrice, ma la forza di uno pseudonimo è anche quella della sua unicità. Se tutti hanno un nom de plume, l’effetto finale è confusionario e si perde di mordente.

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