Donald Trump ha rinviato all’ultimo momento la firma di un ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale (la bozza si può leggere qui). Il provvedimento – cinque punti, sette pagine in tutto – avrebbe introdotto una forma molto limitata di supervisione federale sui modelli più avanzati sviluppati dalle aziende americane. In buona sostanza, i laboratori delle grandi aziende del settore avrebbero condiviso con il governo i nuovi modelli fino a novanta giorni prima del rilascio pubblico. Trump ha spiegato di aver cambiato idea perché non voleva «fare nulla che ostacolasse» la competizione tecnologica con la Cina.
L’amministrazione statunitense è alla ricerca di un equilibrio difficilissimo. Da un lato vorrebbe stabilire una forma di egemonia nel settore industriale che più di tutti plasmerà il futuro, e dall’altro ne teme gli effetti più nefasti ora che tutti possono intravederli.
Dietro il rinvio dell’ordine esecutivo, infatti, c’è uno scontro sempre più evidente all’interno della coalizione politica e industriale che negli ultimi anni ha spinto per accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale senza vincoli.
A rendere ancora più significativa la vicenda è il ruolo giocato da David Sacks, l’investitore della Silicon Valley che negli ultimi mesi è diventato uno dei principali punti di contatto tra l’ecosistema dell’intelligenza artificiale e la Casa Bianca trumpiana. Secondo Politico, sarebbe stato proprio Sacks a convincere Trump a fermare tutto all’ultimo momento, sostenendo che anche una supervisione volontaria sui modelli avanzati avrebbe potuto rallentare l’innovazione americana nella competizione con la Cina. E guai a perdere terreno nei confronti di Pechino: è la giustificazione di tutti i tecno-oligarchi americani.
David Sacks non è uno di tanti, nell’industria tecnologica degli Stati Uniti. Anzi, forse è l’uomo che più di tutti incarna il cambiamento politico della Silicon Valley negli ultimi vent’anni. È un venture capitalist, investitore in startup di intelligenza artificiale e di criptovalute, nonché membro della PayPal Mafia – nome che raggruppa ex dipendenti e fondatori di PayPal, tra cui Elon Musk e Peter Thiel. Sacks, anche lui nato in Sudafrica, è passato nel giro di pochi anni da critico di Trump a uno dei principali architetti del nuovo asse tra Big Tech e trumpismo. È stato, fino allo scorso marzo, Special Advisor della Casa Bianca per l’intelligenza artificiale e le criptovalute. Appartiene a quella generazione di imprenditori del settore tecnologico cresciuti dentro il liberalismo della California degli anni Novanta e poi progressivamente scivolati verso una visione molto più ostile allo Stato federale, alla regolamentazione e alle istituzioni liberal tradizionali.
In un lungo profilo pubblicato dall’Atlantic, viene descritto come il rappresentante di una nuova destra tecnologica e populista, convinta che regolamentazione e vincoli statali siano incompatibili con la competizione geopolitica sull’intelligenza artificiale. È forse l’interprete più influente della nuova ideologia tecnologica americana: un miscuglio di accelerazionismo, nazionalismo economico, ossessione geopolitica verso la Cina e sfiducia radicale verso la burocrazia statale.
Il paradosso è che le sue posizioni, oggi mainstream nell’ambiente, entrano in conflitto con un’altra paura crescente dentro lo stesso establishment americano: quella che modelli troppo potenti possano produrre rischi sistemici difficili da controllare.
«Era dalla creazione della bomba atomica che le grandi potenze non si trovavano di fronte a un simile dilemma», scriveva l’Economist un paio di settimane fa. Il settimanale britannico spiegava che Washington e Pechino stanno iniziando a considerare l’intelligenza artificiale con una logica sempre meno economica e sempre più simile a quella della deterrenza nucleare. Perché più i modelli diventano potenti, più sono considerati essenziali per la crescita economica e la supremazia geopolitica. Ma contemporaneamente crescono anche i rischi sistemici che potrebbero portare. E qui l’amministrazione Trump ha iniziato a vacillare. Se fino a pochi mesi fa sembrava orientata a lasciare mano libera ai grandi laboratori americani, ora sta iniziando a prendere sul serio l’ipotesi di creare problemi di sicurezza nazionale. Ed è l’ultima cosa che vuole. L’ordine esecutivo rinviato giovedì nasce esattamente da questa paura. Ma dalle parti di Pechino la pensano più o meno allo stesso modo: alcune testate cinesi hanno descritto Mythos, il modello sviluppato da Anthropic in grado di violare qualsiasi sistema di cybersicurezza, come «più pericoloso di una bomba nucleare».
L’aspetto più sorprendente è che proprio la competizione con la Cina sta spingendo entrambe le superpotenze verso una discussione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza. Si parla di accordi internazionali sull’intelligenza artificiale, sul modello di quelli che guidavano la non proliferazione di armi nucleari. L’Economist racconta che funzionari, ricercatori e diplomatici americani e cinesi stanno iniziando a discutere informalmente di standard comuni, test di sicurezza condivisi, sistemi di verifica e perfino possibili meccanismi di ispezione reciproca sui grandi data center.
Il problema è che nessuna delle due parti si fida davvero dell’altra. Gli Stati Uniti sospettano che Pechino usi il tema della sicurezza soprattutto per rallentare i concorrenti americani e ottenere accesso a informazioni strategiche. La Cina, al contrario, teme che ogni forma di cooperazione possa trasformarsi in uno strumento per congelare il proprio sviluppo tecnologico in una posizione di subalternità rispetto agli Stati Uniti.
Allora l’ordine esecutivo rinviato da Trump può essere letto come l’ennesimo segnale – dopo la tavola rotonda convocata dal vicepresidente J.D. Vance con i tecno-oligarchi il mese scorso – dell’incertezza dei trumpiani. Gli Stati Uniti non hanno ancora stabilito quale postura vogliono assumere tra sicurezza, competizione geopolitica e libertà delle aziende private. E soprattutto non hanno ancora deciso chi debba avere l’ultima parola sull’infrastruttura tecnologica più importante del prossimo decennio.
L’intelligenza artificiale non può più essere trattata come un semplice settore industriale. Ormai è un’infrastruttura strategica, ma anche una leva geopolitica. Ridurre il caos attorno all’ordine esecutivo di Trump a semplice questione di regolamentazione tecnologica è miope. Qui si sta discutendo di chi debba avere il controllo politico sui sistemi che potrebbero organizzare l’economia, l’informazione, la cybersicurezza e una parte crescente della vita quotidiana. E nessuno, soprattutto alla Casa Bianca, sembra all’altezza del compito.