15 Agosto Ago 2014 1500 15 agosto 2014

Il messaggio dell'imperatore

Il messaggio dell'imperatore

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Il 15 agosto 1945, poco prima di mezzogiorno, Aihara Yū stava lavorando nei campi quando un messaggero arrivò correndo dal villaggio e annunciò che l’imperatore Hirohito avrebbe parlato per radio di lì a qualche minuto: tutti dovevano radunarsi per ascoltarlo. Aihara corse verso l’abitato. Aveva 28 anni ed era la moglie di un coltivatore della prefettura di Shizuoka, alcune decine di chilometri a sudovest di Tokyo. Suo marito era stato arruolato nell’esercito e mandato a combattere in Manciuria, la regione nel nord della Cina sotto il controllo giapponese fin dai primi anni Trenta.

In tutto il paese le persone si radunarono intorno ai pochi apparecchi radio disponibili, che trasmettevano solo l’unico canale statale, e si misero all’ascolto. Hirohito era salito al trono quasi due decenni prima, nel dicembre 1926, e da allora non non aveva mai parlato direttamente al suo popolo. L’evento era quindi eccezionale; ma il messaggio dell’imperatore sarebbe stato ancora più indimenticabile.

Il sonoro era disturbato quando dalle radio uscì una voce molto impostata, acuta. «Ai nostri bravi e leali sudditi – cominciò – Dopo aver soppesato a fondo gli andamenti generali del mondo e le condizioni reali che si sostanziano oggi nel nostro impero, abbiamo deciso di effettuare una risoluzione che fa ricorso a una misura straordinaria».

L’imperatore non parlava nella lingua quotidiana dei giapponesi, ma in un linguaggio altamente formale e ornato di molte frasi classiche. Molti in ascolto, tra cui Aihara, non riuscirono a comprendere subito che cosa il sovrano cercasse di dire loro.

«Abbiamo ordinato al nostro governo di comunicare ai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Cina e dell’Unione Sovietica che il nostro impero accetta quanto previsto dalla loro dichiarazione congiunta», proseguì la voce. La «dichiarazione congiunta» era la posizione degli Alleati nei confronti delle nazioni ancora in guerra espressa dopo la conferenza di Potsdam, il 26 luglio. Churchill e Roosevelt chiarirono che, dopo la fine del conflitto in Europa, l’unica possibilità per il Giappone rimasto solo a combattere nel Pacifico era la resa incondizionata del nemico o, in alternativa, «l’immediata e completa distruzione».

La voce proseguì: «la situazione della guerra si è sviluppata in modo non necessariamente favorevole al vantaggio del Giappone». Fu quanto di più vicino ad una ammissione di sconfitta uscì dalla voce dell’imperatore. Parlava a un paese in ginocchio: il 9 e 10 marzo 1945 l’aviazione americana lanciò il primo attacco incendiario contro la capitale Tokyo, densamente popolata. Il 40 per cento della città venne ridotta in cenere dalla cosiddetta “tempesta di fuoco” causata dalle bombe incendiarie morirono oltre centomila persone.

«Inoltre, il nemico ha cominciato ad impiegare una nuova e crudelissima bomba, il cui potere di causare danni è, infatti, incalcolabile, prendendo il tributo di molte vite innocenti. Se dovessimo continuare a combattere, ciò risulterebbe non solo nel collasso finale e nella cancellazione della nazione giapponese, ma ciò porterebbe anche alla totale estinzione della civiltà umana».

I due bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki erano avvenuti il 6 e il 9 agosto. Due B-29 avevano sganciato Little Boy e Fat Man, i primi – e unici – ordigni nucleari utilizzati in operazioni di guerra, avevano causato la distruzione delle due città e un numero di morti che prima della fine del 1945 avrebbe superato le centocinquantamila persone. Gli attacchi aerei dell’aviazione americana avevano devastato altre sessantaquattro delle maggiori città del paese. Nelle aree urbane bombardate, una media del 40 per cento delle abitazioni era stata distrutta – il 65 per cento a Tokyo – e un terzo della loro popolazione era senza più una casa.

Nonostante la distruzione, alcuni dei «buoni e leali sudditi» si attendevano che il sovrano chiedesse loro nuovi, ancora più sovrumani sforzi. Con il lento ma inesorabile peggiorare della situazione, negli ultimi mesi la propaganda aveva insistito in modo martellante sull’imminente necessità di un’ultima battaglia, questa volta per la difesa della madrepatria, i cui preparativi andavano avanti da mesi. La retorica bellica ripeteva che la resa era disonorevole e che ad essa bisognasse preferire il suicidio.

Simili pensieri erano diffusi anche ai massimi gradi dell’esercito giapponese. Uno degli alti ufficiali della Marina, l’ideatore e il promotore dei disperati attacchi kamikaze contro le navi americane – ne vennero effettuati circa novecento, con scarsissimi effetti dal punto di vista militare – era intervenuto a una riunione del governo la sera del 13 agosto, con le lacrime agli occhi, proponendo di «sacrificare venti milioni di vite giapponesi in un attacco speciale», cioè suicida; impiegare così circa un quarto degli abitanti del paese – la popolazione del Giappone nel 1941 era di circa 74 milioni di persone – sarebbe stato «un piano per la sicura vittoria». Nessuno volle prendere seriamente in considerazione la sua idea, ma anche allora la possibilità di una resa non era contemplata da molti degli alti gradi militari.

«Questa essendo la situazione – proseguì la voce dell’imperatore – come possiamo salvare i milioni dei nostri sudditi, e non fare ammenda davanti ai venerati spiriti dei nostri antenati imperiali?» L’imperatore faceva riferimento alle origini della dinastia, che si perdevano nelle nebbie del mito; questo nascondeva dietro l’aura di sacralità e distanza un controllo sulle azioni del governo che, da parte sua, era sempre stato molto più stretto. Il riferimento agli antenati imperiali affermava, ancora una volta, un punto cardine dell’ideologia giapponese nei decenni intorno alla guerra: la discendenza della casata imperiale dagli dei, una linea ininterrotta che partiva duemilaseicento anni prima dal primo imperatore Jimmu, discendente della dea del sole Amaterasu. I libri che si studiavano a scuola non distinguevano chiaramente tra il mito e la storia e riportavano devotamente la leggenda fondativa.

Il suo discorso suonava come quello di un’autorità spirituale; avrebbe potuto, altrettanto legittimamente e forse con maggiore aderenza alla realtà, avere i toni bruschi di un comandante in capo o di un leader supremo. Ma era impossibile non pagare il prezzo alla tradizione; e la centralità dell’imperatore non solo nell’identità nazionale, ma anche nel governo, era una novità relativamente recente.

L’imperatore Mutsuhito, meglio conosciuto con il nome postumo di Meiji, “il Grande”, era asceso al trono nel 1868. Meiji fu uno degli artefici principali della modernizzazione del paese e allo stesso tempo di un cambiamento profondo nel ruolo e nelle prerogative imperiali. Nel 1889, Meiji diede una costituzione al paese, in cui si sottolineava nel primo articolo che i sovrani erano i discendenti di una linea dinastica sacra e ininterrotta. Il governo, dal punto di vista formale separato dall’autorità imperiale, era chiaramente sottomesso alla sua autorità. Come riassunse un ideologo della teocrazia imperiale, Ito Hirobumi, «[l’imperatore] deve essere riverito ed è inviolabile. Deve dare il dovuto rispetto alla legge, ma la legge non ha potere su di lui.»

La restaurazione Meiji aveva affidato ampi margini di manovra – che a tratti si trasformarono in vero e proprio controllo – anche all’esercito. Tra il 1888 e il 1945 il Giappone ebbe quarantadue governi differenti, in cui diversi ministeri erano affidati ad alti ufficiali allora in servizio: ai militari venne dato il potere di interferire legalmente nella gestione politica. Sotto la loro spinta, erano cominciati conflitti e invasioni per accrescere la potenza dell’impero.

Hirohito era cresciuto nel rispetto e nella venerazione per Meiji, e aveva sempre sentito su di sé l’enorme peso di un predecessore così ingombrante. A questo aveva contribuito la sua educazione, al chiuso delle tenute imperiali per gran parte della sua infanzia e adolescenza: fino ai diciassette anni rimase totalmente isolato dai suoi futuri sudditi e non ebbe accesso neppure ai quotidiani. Nel frattempo, anziani generali e professori, intellettuali conservatori vicini alla casata imperiale e membri della corte lo prepararono al suo ruolo di successore di Meiji, di incarnazione dello spirito nazionale, di suprema guida spirituale – e politica – dell’impero giapponese.

Spinta dall’idea che il Giappone fosse un paese unico, superiore alle altre nazioni del mondo grazie alla protezione divina, all’omogeneità razziale e allo “spirito” giapponese, l’élite militare del paese trascinò il Giappone in lunghi anni di guerra attraverso tutta l’Asia orientale. Nel momento in cui rivolgeva il suo messaggio ai sudditi, l’espansione giapponese aveva causato quasi venti milioni di morti in tutto il continente di cui più di 3 giapponesi e oltre 60 mila tra gli alleati.

L’imperatore Hirohito è una figura che in parte sfugge ancora a un giudizio unanime degli storici. Nonostante sia morto nel 1989, parte della documentazione che lo riguarda – come i suoi diari personali – è ancora custodita gelosamente dalla famiglia imperiale. Nella sua biografia di Hirohito, vincitrice di un premio Pulitzer, Herbert Bix ha scritto che l’imperatore fu il responsabile ultimo delle politiche del governo e dell’esercito durante la guerra e negli anni precedenti: «come un ragno silenzioso posizionato al centro di un’ampia rete dalle molte ramificazioni, Hirohito allungava i suoi filamenti in ogni organo dello stato, dell’esercito e della marina, assorbendo – e ricordando – le informazioni che gli altri gli fornivano». Ma parte della controversia che lo circonda è anche dovuta al fatto che dopo la guerra, per volere degli Alleati e del governo di occupazione di MacArthur, fu tenuto alla larga da qualsiasi processo che ne accertasse la responsabilità.

«Siamo vivamente consapevoli dei più profondi sentimenti di tutti voi, nostri sudditi. Ad ogni modo, è in accordo con il dettato del tempo e del fato che ci siamo risoluti a preparare la strada per una grande pace per tutte le generazioni futuri, sostenendo l’insostenibile e soffrendo ciò che non si può soffrire». Nel villaggio di Aihara, come nel resto del paese, il disorientamento davanti al messaggio imperiale non durò a lungo. Un uomo che era sfollato poco prima da Tokyo fornì il riassunto, quasi parlando tra sé e sé: «Questo significa – dissero – che il Giappone ha perso». Aihara si sentì mancare e svenne, come altri intorno a lei. Dopo la fine del messaggio imperiale, poco più di quattro minuti, un annunciatore proseguì dando informazioni più pratiche: «l’esercito giapponese sarà disarmato e gli sarà permesso di tornare in Giappone».

Per un giorno intero dopo il messaggio dell’imperatore, una preghiera rimase costante nei pensieri di Aihara: quella che il marito non si suicidasse alla notizia della resa. Solo nel 1948 Aihara venne a sapere che suo marito era stato ucciso in uno scontro con i sovietici il 10 agosto 1945, cinque giorni prima della fine della guerra.

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