17 Marzo Mar 2015 1615 17 marzo 2015

Il riscaldamento climatico cancellerà intere nazioni?

Il riscaldamento climatico cancellerà intere nazioni?

Riscaldamento Globale Scomparsa Nazioni Pacifico

Sabato 14 marzo il ciclone Pam ha colpito Vanuatu, nell’Oceano Pacifico, causando la morte di undici persone e danni molto gravi alle abitazioni e alle coltivazioni. Il presidente Baldwin Lonsdale non si trovava nel paese: era in Giappone a una conferenza delle Nazioni Unite sul tema – ironia della sorte – della riduzione del rischio in caso di disastri.

Lonsdale, rientrato subito a Vanuatu, ha detto che la catastrofe del ciclone Pam non è da attribuire solo alla fatalità e all’imprevedibilità degli eventi atmosferici. Il cambiamento climatico, ha dichiarato, ha avuto la sua parte nell’aumento delle precipitazioni, nel riscaldamento dell’atmosfera e nell’innalzamento del livello del mare.

Non è facile capire se Lonsdale abbia davvero motivo di imputare al riscaldamento globale la recente disgrazia che ha colpito il suo paese. Roger Harrabin, analista ambientale per BBC, ha scritto che l’IPCC, l’autorità internazionale in materia di cambiamento climatico, non ha trovato prove del collegamento tra l’aumento di gas serra nell’atmosfera e la frequenza delle tempeste tropicali.

Vanuatu, per di più, è particolarmente vulnerabile alle forze della natura. Uno studio pubblicato pochi giorni fa ha concluso che Port Vila, capitale di Vanuatu, è la città più a rischio nel mondo per catastrofi naturali, viste le minacce combinate di terremoti, tsunami, inondazioni e cicloni tropicali. Un’isola di Vanuatu, Ambrym, era stata colpita da un terremoto di magnitudo 6.5 e da un’eruzione vulcanica nelle due settimane precedenti il ciclone (che per fortuna ad Ambrym ha fatto meno danni che altrove).

Un continente minacciato

Se la frequenza dei cicloni non può essere imputata alle emissioni atmosferiche, altri fenomeni naturali lo sono di sicuro. I due ambiti in cui la comunità scientifica ha trovato le maggiori conseguenze dell’attività umana, a livello globale, sono l’aumento della temperatura media sul pianeta e l’aumento del livello dei mari (quando viene riscaldata, l’acqua aumenta di volume: questo, a livello globale, ha un impatto molto maggiore rispetto allo scioglimento dei ghiacciai).

L’Oceania è di gran lunga il continente meno popolato del mondo – Antartide a parte – con meno di 40 milioni di abitanti sparsi in quattordici paesi (incluse Australia e Nuova Zelanda) e una ventina di territori dipendenti da altri paesi, eredità del periodo coloniale. Di questi quattordici, molti sono tra i più colpiti a livello mondiale dalle conseguenze del cambiamento climatico – che in alcuni casi ne minaccia la stessa sopravvivenza.

Prendiamo Kiribati, ad esempio: trentadue isole su trentatré che compongono il paese sono atolli dall’altezza massima di pochi metri sul livello del mare. Il presidente di Kiribati, Anote Tong, sostiene da tempo che i paesi industrializzati stanno causando né più né meno della scomparsa del suo paese, che entro il 2100, a questo ritmo dell’aumento del livello dell’Oceano Pacifico, sarà quasi del tutto sommerso.

I 103 mila abitanti di Kiribati stanno pensando quindi a un’altra sistemazione: Tong ha comprato 25 chilometri quadrati su un’isola delle Fiji, pensando a una migrazione di massa in caso di emergenza, ma il governo delle Fiji – una dittatura militare – non sembra molto intenzionata ad accogliere decine di migliaia di nuovi abitanti. Pochi mesi fa, il fotografo Rémi Chauvin ha ritratto a Kiribati e nelle Isole Marshall gli effetti molto concreti del riscaldamento climatico: l’acqua che invade le strade costiere e le palme uccise dal sale nell’arco di pochi anni.

Paesi che scompaiono?

Un destino simile a quello di Kiribati minaccia molti altri territori nell’area del Pacifico occidentale, dove, a causa della circolazione degli oceani, l’aumento del livello del mare è il più alto del mondo, nell’ordine di alcuni millimetri ogni anno. Tuvalu, una minuscola nazione di nove atolli e diecimila abitanti, è stata indicata in passato come un altro candidato al poco ambito primato tra gli stati che scompariranno a causa dell’innalzamento dei mari.

La prima migrazione dovuta al riscaldamento globale di un intero abitato è stata annunciata ad agosto dello scorso anno: le autorità locali di Choiseul, sull’atollo corallino di Taro, nelle Isole Salomone, hanno consultato un team di esperti e hanno deciso che, nel lungo termine, la migliore misura per proteggersi dalle calamità naturali e dall’innalzamento del livello del mare è costruire un nuovo insediamento e trasferire gradualmente la popolazione. Choiseul si trova a due metri sul livello del mare e ha circa mille abitanti. Il trasferimento avverrà gradualmente e si completerà in parecchi anni.

Nella regione ci sono già stati movimenti di popolazione per cause simili: duemila persone si sono spostate sull’isola di Bougainville, in Papua Guinea, perché nell’atollo di Carteret dove abitavano l’aumento della salinità dell’acqua e le maree avevano reso molto difficile la coltivazione. Il consiglio degli anziani aveva votato la decisione nel 2006, davanti alle previsioni che l’atollo sarebbe finito sott’acqua entro il 2015.

I leader dei paesi del Pacifico insistono da anni sulla necessità che il mondo faccia qualcosa per aiutarli. Christopher Loeak, presidente delle Isole Marshall, ha scritto a settembre 2014 che il suo paese è «in prima linea nella battaglia contro il cambiamento climatico»: alcune isole sono già scomparse, «le spiagge dove andavo a pescare da bambino sono sott’acqua e l’acqua dolce di cui abbiamo bisogno per coltivare il nostro cibo diventa più salata giorno dopo giorno».

Chi deve agire

Secondo l’IPCC, il livello dei mari sarà aumentato entro il 2100 tra i 26 e gli 82 centimetri, a seconda di quanto la temperatura globale varierà rispetto all’era pre-industriale (le stime più ottimiste prevedono un + 1,5 °C, quelle più pessimiste + 4,8 °C).

Non è il solo Pacifico ad essere interessato. Nel 2009, l’allora presidente delle Maldive Mohamed Nasheed tenne un consiglio dei ministri sott’acqua per sensibilizzare il mondo sui rischi che correva il suo arcipelago, il paese con l’altitudine media più bassa del mondo – e il primo a scomparire nel worst case scenario.

I paesi in difficoltà hanno tutti qualcosa che li accomuna: non hanno industrie e sono molto poco popolati. Il loro ruolo nella produzione di gas serra è praticamente nullo. In un mondo sempre più interconnesso, le minacce che si trovano ad affrontare sono causate dai paesi più sviluppati, che prima o poi dovranno dimostrare di saper agire per evitare un disastro che si svolge a poco a poco, molto lontano da loro.

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