I contratti a termine italiani erano tra i peggiori d’Europa (e il “Decreto Dignità” prova a metterci una pezza)

Il Decreto Dignità ha ridotto durata e rinnovi, reintroducendo le causali. A guardare i dati dell’Ilo, il confronto tra Italia e gli altri grandi Paesi europei mostra come il nostro Paese avesse tra le condizioni peggiori in Europa

Lavoro Linkiesta

(Pixabay)

6 Luglio Lug 2018 0750 06 luglio 2018 6 Luglio 2018 - 07:50

I contratti a termine italiani erano tra i peggiori d’Europa. I limiti inseriti nel Decreto Dignità approvato dal consiglio dei ministri, che riduce la durata da 36 a 24 mesi, e le proroghe da cinque a quattro, introducendo specifiche causali (ma solo oltre i 12 mesi), in effetti non sono un unicum. Anzi. L’Italia finora era l’unico, tra i grandi Paesi europei, ad avere liberalizzato così tanto i contratti a tempo determinato. Tant’è che anche il Pd aveva tentato di abbassarne la durata. Facendo un passo indietro.

Nel 2015, il decreto Poletti era intervenuto per l’ennesima volta a modificare il contratto a termine, prevedendo che potesse essere rinnovato continuativamente fino a 36 mesi, non più per 12 come stabilito dalla riforma Fornero. E per un massimo di cinque volte, eliminando però la causalità. Ma a guardare i dati dell’Ilo, l’organizzazione internazionale del lavoro, la comparazione tra Italia e gli altri Stati finora ci posizionava tra i più “liberisti”.

La Francia e la Spagna prevedono al massimo due proroghe, con una durata massima di 24 mesi. Stessa durata in Germania, dove i contratti a termine possono essere prorogati però fino a un massimo di quattro volte. In Grecia, Olanda e Lussemburgo le proroghe previste sono tre entro un periodo massimo di 24 mesi. Romania e Portogallo prevedono una durata massima di 36 mesi, com’era per l’Italia, ma con un tetto di tre rinnovi. In Belgio i contratti a termine possono durare 36 mesi per un massimo di quattro rinnovi. Stessa durata per la Bulgaria, ma con una sola proroga.

L’Italia finora era l’unico, tra i grandi Paesi europei, ad avere liberalizzato così tanto i contratti a tempo determinato. Tant’è che anche il Pd aveva tentato di abbassarne la durata. Facendo un passo indietro

Il Regno Unito, tra i grandi Paesi europei, è quello che presenta i contratti a termine “più aperti”, non prevedendo causali né limiti di proroghe, ma una durata massima di quattro anni. Un tetto alle proroghe non è previsto neanche in Armenia, Austria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Ungheria, Norvegia, Russia, Serbia, Slovenia, Svezia, Svizzera, Turchia. Mentre non è prevista una durata massima in Armenia, Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Ungheria, Svizzera e Turchia. In Ungheria e Russia si arriva a cinque anni. Si spinge oltre l’Estonia, che arriva fino a dieci anni, ma con sole due proroghe possibili (e oltre i cinque anni devono esserci ragioni specifiche).

Ma laddove non ci sono limitazioni di proroga e durata, in molti casi è presente l’obbligo di causali specifiche per la stipula di un contratto “a scadenza”, quelle che il decreto Poletti aveva eliminato.

Le causali, come documenta l’Ilo, sono richieste ovunque tranne che in Armenia, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Ungheria, Macedonia, Olanda, Norvegia, Slovacchia, Svezia, Svizzera, Regno Unito. E finora in Italia. Il Decreto Dignità dei Cinque Stelle ora lascia “libero” il contratto a termine solo per il primo anno. Dopodiché è richiesta la causale per rinnovare il contratto, anche per una durata inferiore all’anno. E le causali appena introdotte sono, a sentire i giuslavoristi, molto rigide. Facendo intravedere un ritorno dei contenziosi, che dopo il decreto Poletti da oltre ottomila si erano ridotti a soli 490 nel primo semestre del 2017. Ma il decreto dovrà ancora passare dal Parlamento, e gli annunci fanno giù intravedere profonde modifiche.

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