Le multe dell’Europa non bastano: per salvarci dai monopolisti digitali bisogna nazionalizzare i big data

La multa a Google dell'Ue non scalfirà la posizione di assoluto dominio delle grandi aziende tecnologiche. Ma queste aziende traggono il loro potere dalla raccolta dei dati: l'unico modo per migliorare le cose è continuare a dargli la possibilità di utilizzarli, ma senza cederne la proprietà

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ALAIN JOCARD / AFP

19 Luglio Lug 2018 0740 19 luglio 2018 19 Luglio 2018 - 07:40

La lunga guerra tra l’Unione Europea e i colossi della Silicon Valley ha appena aperto un nuovo capitolo: Google è stata multata per 4,3 miliardi di dollari (nuovo record) per aver abusato della posizione dominante di Android nel mercato degli smartphone. In sintesi estrema, la società di Mountain View avrebbe imposto ai produttori che utilizzano Android come sistema operativo (praticamente tutti tranne Apple) di preinstallare sia la app del motore di ricerca di Google, sia il browser Google Chrome. Secondo la ricostruzione offerta dal Guardian, “chi avesse rifiutato non avrebbe potuto utilizzare lo store online Google Play”.

Al di là delle ragioni specifiche che hanno portato a questa maxi multa, l’aspetto su cui bisogna concentrarsi è un altro: Google agisce ormai in regime di monopolio in una moltitudine di settori. Gli smartphone Android coprono l’80% del mercato (l’unico vero concorrente è Apple), il motore di ricerca detiene qualcosa come l’87% delle ricerche online – un settore che globalmente vale 90 miliardi di dollari – e questo dominio si riflette inevitabilmente nella posizione dominante di Adwords (sempre di proprietà di Google) nel campo della pubblicità sul web.

Una posizione dominante che ha scatenato le ire di aziende come Microsoft, Nokia e Oracle che – riunite sotto il nome FairSearch Europe – presentarono nel 2013 a Bruxelles l’esposto che oggi ha portato alla multa record. Il punto, però, è un altro: un numero incredibilmente ristretto di colossi del tech ha ormai occupato interi settori commerciali, impedendo a qualunque concorrente di emergere e continuando a espandere il loro dominio.

Prendiamo il caso di Facebook: la piattaforma da due miliardi di utenti non è sicuramente l’unico social network presente sul mercato. Le altre tre applicazioni social o di instant messaging più diffuse al mondo, però, sono WhatsApp (di proprietà di Facebook), Messenger (di proprietà di Facebook) e Instagram (di proprietà di Facebook). Mark Zuckerberg gode quindi di una posizione di potere unica, dall’alto della quale può decidere di acquistare i potenziali rivali (com’è avvenuto con WhatsApp e Instagram) o di stroncare sul nascere le loro ambizioni; come sa bene il fondatore di Snapchat, Evan Spiegel, che ha assistito impotente mentre Instagram e Facebook copiavano spudoratamente le caratteristiche più innovative della sua applicazione, facendone crollare il titolo in borsa.

Ma per quale ragione tutti questi colossi sono in grado di diventare dei monopolisti nel loro campo di riferimento? La parola chiave è una sola: big data. Tutte e tre le aziende citate finora hanno nella raccolta dati il cuore (o comunque un aspetto cruciale) del loro business; una caratteristica che consente di dare vita a un circolo che si autoalimenta: più si raccolgono dati, più si è in grado di offrire un servizio migliore. Più migliora il servizio, più si è in grado di raccogliere nuovi dati grazie alla crescita degli utenti

Dopo Google e Facebook, è inevitabile approdare dalle parti di Amazon. Nonostante Jeff Bezos si difenda dalle accuse di essere un monopolista sottolineando di detenere solo il 4% del mercato retail degli Stati Uniti, sono altri i numeri che contano: Amazon ha recentemente raggiunto quota 49% del mercato dell’e-commerce negli USA e controlla il 71% del mercato degli smart speaker grazie a Echo; mentre Amazon Web Services domina il mondo del cloud con una quota del 34% (il suo rivale più temibile, Microsoft, non supera il 13%).

Ma per quale ragione tutti questi colossi sono in grado di diventare dei monopolisti nel loro campo di riferimento? La parola chiave è una sola: big data. Tutte e tre le aziende citate finora hanno nella raccolta dati il cuore (o comunque un aspetto cruciale) del loro business; una caratteristica che consente di dare vita a un circolo che si autoalimenta: più si raccolgono dati, più si è in grado di offrire un servizio migliore. Più migliora il servizio, più si è in grado di raccogliere nuovi dati grazie alla crescita degli utenti.

È per questa ragione che oggi è molto difficile che possa nascere un motore di ricerca in grado di fare concorrenza a Google; perché più lo utilizziamo, più Google – raccogliendo i dati – impara i nostri gusti e le nostre abitudini, migliorando la sua capacità di offrire risposte e contenuti su misura. In questo modo, una startup emergente che volesse cercare di fare a Google ciò che Google ha fatto Yahoo si troverebbe in una situazione insostenibile: voler entrare in un settore in cui sono cruciali i dati senza possederne, inizialmente, neanche uno.

Lo stesso vale per Amazon: più lo utilizziamo per il nostro shopping online, più la piattaforma sarà in grado di conoscere i nostri gusti e offrirci i suggerimenti migliori; utilizzando a questo scopo anche quanto apprende grazie all’assistente virtuale Amazon Echo.

Le posizioni di monopolio assunte da Google, Facebook e Amazon, quindi, non sono causate (almeno inizialmente) da un comportamento aggressivo e scorretto, ma dalla natura stessa dei business in cui i big data hanno un ruolo centrale; che conducono chi per primo occupa uno spazio a conquistare quasi inevitabilmente una posizione dominante, dalla quale controllare il mercato. In tutto questo, che fine fa la concorrenza? Come si può consentire che nuovi attori disruptive possano emergere e dare vita a un salutare ricambio?

Di sicuro, non sono sufficienti le multe dell’Unione Europea (che peraltro agisce in solitaria in questo tipo di azioni) e, come dimostra il caso Snapchat, nemmeno si può sperare che qualche società innovativa scompagini la situazione. La soluzione, allora, passa forse da una misura drastica: la nazionalizzazione dei big data. “Nell’industria petrolifera”, ha scritto Ben Tarnoff sul Guardian, “spesso il governo offre in appalto a un’azienda la possibilità di trovare, estrarre e produrre il petrolio, ma mantiene la proprietà sul petrolio stesso. La società si assume i rischi e i costi dell’impresa e in cambio riceve una parte dei guadagni; il resto va al governo”.

Di sicuro, non sono sufficienti le multe dell’Unione Europea (che peraltro agisce in solitaria in questo tipo di azioni) e, come dimostra il caso Snapchat, nemmeno si può sperare che qualche società innovativa scompagini la situazione. La soluzione, allora, passa forse da una misura drastica: la nazionalizzazione dei big data

Facendo un parallelismo tra l’estrazione del petrolio e la raccolta dei big data, Tarnoff propone una strada tanto provocatoria quanto interessante: consentire alle aziende di utilizzare i dati che raccolgono, ma senza averne la proprietà. Allontanandoci dal discorso di Tarnoff (che propone di redistribuire i proventi di questa nazionalizzazione ai cittadini), si può invece immaginare di creare di un database in cui i nostri dati vengono immagazzinati (dopo che si è acconsentito al loro utilizzo) e resi accessibili a tutti gli attori a cui viene concesso di utilizzarli. Non solo imprese private, ma anche istituti di ricerca, accademie, ong e tutte le altre istituzioni che potrebbero mettere a frutto quel mare di informazioni che ogni giorno disseminiamo in rete; impedendo che siano solo poche realtà monopolistiche ad approfittarne.

Una visione utopistica, che richiederebbe un forte intervento della politica e la firma di accordi internazionali, ma che potrebbe avere ricadute molto positive sia sulla concorrenza, sia sull’utilizzo di queste preziose informazioni per scopi più nobili della targettizzazione degli annunci pubblicitari (pensate se la ricerca medica potesse accedere alle varie ricerche relative alla salute che facciamo su Google).

Non è tutto: sfruttando una tecnologia come la blockchain – il registro distribuito alla base dei bitcoin – si potrebbe creare un sistema in cui siano i singoli cittadini a mantenere il controllo sui loro dati; creando account personali in cui viene custodita la nostra identità digitale e lasciando a noi il compito di decidere a quali aziende o istituti vendere o scambiare i dati. La blockchain permetterebbe di automatizzare queste transazioni, di seguire gli spostamenti dei dati, monitorare l’utilizzo che ne viene fatto e bloccarne l’accesso se le condizioni sottoscritte non vengono rispettate.

Così, non sarebbe più solo Google Maps a sfruttare a fini commerciali i dati relativi ai nostri spostamenti; ma saremmo noi a decidere a chi venderli, facendo fruttare l’enorme valore economico che questi big data (una volta aggregati) posseggono. E consentendo, magari, la nascita di una piattaforma che possa fare concorrenza a Google in un altro settore – quello delle mappe digitali – in cui ha raggiunto una posizione di monopolio.

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