9 Agosto Ago 2018 0700 09 agosto 2018

Dopo 70 anni, tocca dirlo: 1984 di George Orwell è uno dei libri più sopravvalutati di sempre

È schietto, semplice, efficace. Ma non è un bel libro. Poco importa: un classico lo diventa per la presa che ha. E Orwell aveva previsto il nostro tempo: nessuno legge, tutti scrivono (senza niente da dire)

1984 Linkiesta

Settant’anni fa, sulla soglia della morte, lo scrittore consegna il romanzo più discusso, citato, contraffatto del Novecento. “Dimesso alla fine del luglio 1948 e ancora indebolito dalle alte dosi di streptomicina che gli hanno provocato devastanti effetti collaterali, torna ostinatamente sull’isola e ingaggia una lotta contro il tempo (a Hairmyres hanno dato un nome alla malattia che lo tormenta da anni: tubercolosi polmonare). Lavora con intensità maniacale e dattiloscrive da solo una copia che in effetti getterebbe nello sconforto qualunque segretaria. Quando a dicembre invia il romanzo a Warburg è perfino troppo debole per muoversi” (Guido Bulla).

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La storia di 1984, in effetti, sembra il simbolo della scrittura. La scrittura pretende la vita dello scrittore – solo in questo modo, misteriosamente, si attinge l’autenticità. George Orwell comincia a scrivere 1984, all’epoca ancora “The Last Man in Europe”, nel maggio del 1946. Per scrivere il grande romanzo contro il totalitarismo, Orwell ha bisogno di isolarsi, ha bisogno dell’isolamento. Lo scrittore si trasferisce a Jura, nelle Ebridi, Scozia, “che ha trasformato in una piccola utopia personale”.

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Come si sa, 1984 s’intitola così alterando le ultime cifre dell’anno in cui Orwell, scrivendo “in condizioni disastrose… come una tragica corsa contro il tempo” (Bulla), termina il romanzo, il 1948. Il romanzo, però, è pubblico nel giugno del 1949. Il successo è immediato. Tra il gennaio e il maggio del 1950 il romanzo è pubblicato a puntate su ‘Il Mondo’ nella traduzione di Gabriele Bandini, poi usata per il volume Mondadori. Orwell vive, da malato, i primi clamori intorno al libro: muore il 21 gennaio 1950. “Se qualcuno dovesse suggerirlo, desidero che dopo la mia morte non mi vengano dedicate funzioni commemorative e che di me non sia scritta alcuna biografia”, fa scrivere, tre giorni prima di morire.

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Per onorare l’anniversario, l’editore Gallimard pubblica una nuova traduzione di 1984, affidando il lavoro a Josée Kamoun, esperta anglista (ha tradotto, tra i tanti, Philip Roth, Virginia Woolf, William Faulkner, Jack Kerouac, Bernard Malamud…). “Ho assecondato il ritmo originale della frase, che va dritto al punto. Il ritmo di un autore è fondamentale… un traduttore non traduce parole, non traduce frasi, traduce effetti”, ha detto la traduttrice.

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Il punto, 70 anni dopo, è questo. 1984 non è un bel libro; è più bella – e tragica – la storia della scrittura del libro che non il libro in sé. Eppure. Il libro è schietto, semplice, efficace: lo dimostra l’idea del Grande Fratello, che frutta ancora. Ma il dato estetico non coincide con i dati di vendita. 1984 è un libro modesto. Leggibile – per questo lo si dà in pasto agli studenti di ogni ordine e intelligenza – ma modesto. In effetti, è citato più dai politici – per far dire al romanzo ciò che pare a loro, con variopinta esegesi – che dai letterati.

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