23 Agosto Ago 2018 0700 23 agosto 2018

Ma quale impeachment, l'unico rischio che Trump corre è quello di essere rieletto

Invocare l'impeachment per i problemi con la giustizia di Manafort o per le vicende della pornostar Stormy Daniels è ridicolo. La verità? Il presidente sta facendo benissimo gli interessi degli Usa, e per le elezioni di mid-term potrebbe ulteriormente rafforzare la sua posizione

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SAUL LOEB / AFP

E finirla con le pagliacciate? Provare, una tantum, a dire le cose come stanno? Fare non più “informazione di qualità”, che è ormai sinonimo di faziosità e distorsione, e informazione e basta? Campeggiano sui giornali notizie che, come sempre, annunciano la prossima caduta di Donald Trump, abbattuto dal Russiagate e dagli scandali. Il tutto a proposito di Paul Manafort, sempre definito “capo della campagna elettorale” di Trump e giudicato colpevole in base a cinque capi d’accusa, e di Stormy Daniels, la pornostar con la quale Trump ebbe una relazione (relazione?) nel 2006 e che nel 2016 ricevette da Michael Cohen, avvocato di Trump, 130 mila dollari perché la smettesse di andare raccontando la cosa a destra e a manca, proprio mentre Trump accarezzava il sogno della Casa Bianca.

Da qui a parlare di impeachment il passo è breve, per la solita abitudine di confondere i desideri con la realtà. Un po’ come quando tutti erano convinti che Hillary Clinton fosse sicura vincitrice delle presidenziali. Proviamo allora a mettere un po’ d’ordine, a cominciare da Manafort. Questi è un lobbista e un trafficone di grande esperienza, avendo lavorato in passato per le campagne elettorali di Gerald Ford, Ronald Reagan, George Bush e Bob Dole e poi per personaggini come il dittatore delle Filippine Marcos, quello dello Zaire Mobutu e il leader della guerriglia angolana Jonas Savimbi. Insomma, è uno molto noto e inserito nella politica politicata americana.

Secondo: definirlo “direttore” o “capo” della campagna elettorale di Trump è quasi abusivo. Manafort ha avuto quel ruolo per tre mesi, giugno, luglio e agosto 2016. Un po’ pochino per ritenerlo l’arma decisiva della vittoria di Trump. Non solo: se andate a rileggere i giornali (la Cnn, per esempio) vedrete che all’epoca si diceva che l’allontanamento di Manafort arrivava dopo un “precipitoso declino” delle fortune elettorali di Trump, giudicato in gravissima difficoltà. In conclusione: Manafort è uno che ha incrociato brevemente Trump da candidato, ha litigato con lui e se lo è ritrovato Presidente.

Questa condanna di Manafort viene raccontata come un successo per Mueller ma è un fallimento. A meno che il vero scopo di Mueller sia incastrare Manafort per i reati che ha commesso per conto proprio e poi proporgli uno “sconto” in cambio di un po’ di fango sul conto di Trump. Vedremo. Per il momento notiamo questo: le truffe di Manafort sono tutto ciò che l’intelligence americana passata e presente, compitamente ostile al Presidente, è riuscita a raccattare in quasi due anni. Un po’ poco, no?

Terzo: Manafort aveva ricevuto da Robert Mueller, il procuratore speciale del “caso Russiagate”, 18 imputazioni. È stato trovato colpevole per 8, che sono: 5 per evasione fiscale, 2 per frode bancaria e 1 per non aver dichiarato conti bancari all’estero. Nulla che abbia a che fare con Trump, con la campagna elettorale del 2016 o con la Russia. Questa condanna di Manafort viene raccontata come un successo per Mueller ma è un fallimento. A meno che il vero scopo di Mueller sia incastrare Manafort per i reati che ha commesso per conto proprio e poi proporgli uno “sconto” in cambio di un po’ di fango sul conto di Trump. Vedremo. Per il momento notiamo questo: le truffe di Manafort sono tutto ciò che l’intelligence americana passata e presente, compitamente ostile al Presidente, è riuscita a raccattare in quasi due anni. Un po’ poco, no?

E poi c’è la storia di Stormy Daniels. L’avvocato Cohen in un primo tempo aveva negato di aver pagato la pornodiva per ordine di Trump, in seguito però ha ritrattato e ammesso che i soldi erano stati versati su indicazione diretta di Trump. Quindi, ok: Trump nel 2006 andò a letto con una ex coniglietta di Play Boy e nel 2016 la pagò perché stesse zitta. E secondo voi il Congresso americano troverà una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere per votare un impeachment sulla base di questa accusa? Anche perché l’eventuale capo di imputazione (cosa che l’informazione di qualità purtroppo omette) è ben più che discutibile. Lo ha spiegato bene lo stesso New York Times, la Bibbia degli anti-Trump. Durante la campagna elettorale, i candidati possono investire ciò che vogliono del proprio denaro, sia sotto forma di spese sia come donazioni alla propria campagna. Sono obbligati dalla legge a documentare le une e le altre, ma solo se spese e donazioni sono legate alla politica.

Nel secondo quadrimestre di quest’anno l’economia Usa ha segnato un più 4,1%, la disoccupazione è ai minimi degli ultimi vent’anni (3,9%, con 157 mila nuovi posti di lavoro creati in luglio), il reddito delle famiglie cresce, la Borsa macina record. I democratici e gli altri Trump haters dicono: non durerà, nel lungo periodo si vedrà che è una bufala. Forse. Ma come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti

Ed ecco quel che succede. Nel 2012 Jon Edwards, senatore democratico del North Carolina che correva per la Presidenza, spese grosse somme fornite da sostenitori della sua campagna per tenere nascosta la gravidanza della sua amante. Lo beccarono, lo processarono sulle stesse basi con cui vogliono ora processare Trump e, udite udite, non fu condannato. Lui disse che aveva fatto quelle spese per nascondere l’infedeltà alla moglie e nessuno fu in grado di dimostrare che, invece, c’entrava la politica. Ora gli avvocati di Trump dicono che lui pagò Stormy Daniels per salvare il matrimonio con Melania, e secondo voi come finirà?

Quindi sarebbe ora di piantarla con le baggianate e concentrarsi, piuttosto, sul caso di un Presidente che sta facendo benissimo gli interessi degli Usa e che, forse proprio per questo, viene attaccato ogni giorno dall’establishment politico-culturale del Paese. Non facciamoci ingannare dall’antipatia del personaggio o dal fatto che noi europei, sudditi delle province dell’impero americano, siamo presi a pesci in faccia un giorno sì e uno no (quello è un problema nostro, giusto?, mica di Trump). Nel secondo quadrimestre di quest’anno l’economia Usa ha segnato un più 4,1%, la disoccupazione è ai minimi degli ultimi vent’anni (3,9%, con 157 mila nuovi posti di lavoro creati in luglio), il reddito delle famiglie cresce, la Borsa macina record. I democratici e gli altri Trump haters dicono: non durerà, nel lungo periodo si vedrà che è una bufala. Forse. Ma come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti, quindi…

Abbiamo quindi il seguente paradosso: un Presidente che ottiene buoni risultati ma viene braccato come se fosse un pericolo pubblico per gli Stati Uniti. I democratici sperano di riconquistare la maggioranza del Congresso alle elezioni di Medio Termine di novembre, quando l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato saranno rinnovati. Possibile, ma non certo. In tutte le elezioni suppletive che si sono tenute dall’elezione di Trump a oggi, hanno sempre vinto i candidati repubblicani, tranne che in Alabama e Pennsylvania, dove peraltro ha conquistato il seggio alla Camera, e per soli 755 voti, un candidato democratico quasi più trumpiano di Trump. Il che configura, almeno in potenza, uno scenario “italiano”. Quello, cioè, in cui l’establishment si culla così tanto sulle carezze delle élite culturali e sociali dei grandi centri urbani da perdere il contatto con la realtà della maggioranza fino a perdere il potere. La ragione per cui molti democratici “moderati” (che forse sarebbe la pena di definire solo “accorti”) non vogliono che sia tentata la via dell’impeachment è proprio questa. La paura di fallire e reritrovarsi Trump presidente anche nel 2020.

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