Conti in tasca
17 Gennaio Gen 2019 0600 17 gennaio 2019

Virginia Raggi la spara enorme: “Abbiamo risanato Atac”. Ma è una bugia clamorosa

«Risaneremo Ama come fatto con Atac», ha detto la sindaca di Roma. Ma i debiti dell’azienda dei trasporti di Roma Capitale sono stati solo congelati, mentre i romani il 17 gennaio si preparano a un altro giorno di sciopero dei trasporti

Atac2 Linkiesta
(FILIPPO MONTEFORTE / AFP)

«Risaneremo Ama come fatto con Atac». Le parole della sindaca di Roma Virginia Raggi durante il consiglio straordinario sui rifiuti hanno fatto storcere il naso e strappato pure qualche sorriso. Soprattutto davanti all’ennesima folle giornata che attende i romani con lo sciopero dei trasporti previsto per il 17 gennaio. E soprattutto perché Atac, a dire il vero, è tutt’altro che risanata.

Perché, nel bilancio semestrale 2018 che la sindaca ha salutato come un successo, con i 5,2 milioni di euro di attivo, in realtà c’è il trucco: con l’approvazione del concordato preventivo, gli oltre 1,5 miliardi di euro di debiti di Atac sono stati congelati. Cioè non verranno pagati. Basta leggere i numeri del bilancio 2017 per capire che Atac, fallito il referendum consultivo di novembre sulla liberalizzazione del trasporto pubblico nella Capitale, oggi naviga ancora in cattivissime acque. Nonostante il Comune abbia ancora prolungato il contratto di servizio, senza gara, dal 2019 al 2021.

I numeri. Il bilancio Atac 2017 ha accertato una perdita d’esercizio di 120 milioni. E un rosso di 1,5 miliardi di euro di debiti congelati grazie all’ammissione al concordato. Di cui, come ha rilevato l’Istituto Bruno Leoni, 828 milioni riguardano l’indebitamento verso i cittadini italiani. Cioè soldi dei contribuenti.

Nel bilancio semestrale 2018 che la sindaca ha salutato come un successo, con i 5,2 milioni di euro di attivo, in realtà c’è il trucco: con l’approvazione del concordato preventivo, gli oltre 1,5 miliardi di euro di debiti di Atac sono stati congelati

Negli ultimi nove anni, l’azienda di proprietà del Comune di Roma (che ne è anche il controllore) è costata al contribuente circa 7 miliardi di euro tra sussidi e perdite. Nell’ultimo biennio, ogni giorno che passa l’azienda di trasporto pubblico romana costa circa 2,1 milioni di euro. E le spese continuano a crescere. Il costo per vettura chilometro nel 2017, sotto il sindaco Raggi, è aumentato a 6,50 euro (tre volte i costi nel resto d’Europa). E i costi del personale pesano ancora circa 12 volte il costo del carburante per far andare i mezzi. Mentre il tasso di assenteismo resta superiore al 12 per cento. Vale a dire che quasi 1.500 persone al giorno non si presentano a lavoro.

Attese infinite. Un buco tutt’altro che risanato, che continua a ripercuotersi sulla qualità del servizio. Nel 2017 Atac non è riuscita a rispettare il numero di chilometri richiesti dal Campidoglio, con una produzione chilometrica inferiore di circa il 16% rispetto al contratto di servizio. In nessun settore Atac è riuscita a raggiungere risultati soddisfacenti rispetto a quanto programmato. Fanalino di coda la metro C, che ha erogato il 32,5% in meno del servizio stabilito. Ancora peggiori i risultati delle linee di superficie: se nel 2016 i chilometri percorsi furono 87.221.141, nel 2017 sono stati 84.566.152. Da contratto invece i chilometri programmati sono 100.243.104.

Cosa non difficile da credere, viste le lunghe attese di bus e metro e le corse a singhiozzo a cui sono sottoposti ogni giorno i romani. Tanto che solo un anno fa il Tar del Lazio confermava la maximulta da 3,5 milioni comminata dall’Antitrust nel 2017 per il “frequente e sistematico mancato rispetto dell’orario diffuso presso le stazioni e attraverso il sito Internet”.

Nel 2017 Atac non è riuscita a rispettare il numero di chilometri richiesti dal Campidoglio, con una produzione chilometrica inferiore di circa il 16% rispetto al contratto di servizio

(Tiziana FABI / AFP)

Flambus. Le minori percorrenze, si legge nel bilancio 2017, sono dovute alla ridotta disponibilità dei mezzi e alle dinamiche finanziarie dell’azienda, che non permettono riparazioni e ricambi. Di cui invece i veicoli, sempre più vecchi, avrebbero bisogno: i bus hanno un’età media di 11,6 anni; i treni della metro di 13,3; i tram di 32,5.

Non a caso i mezzi romani continuano ad andare in fiamme. Li hanno chiamati flambus: 14 nel 2016, 22 nel 2017, più di 30 nel 2018. E la “lista nera” continua nel 2019, con il primo bus dell’anno andato a fuoco il 3 gennaio in zona Tuscolana. Il risultato è che, tra manutenzioni e guasti, su 2.246 veicoli, ogni giorno ne escono solo 1.300. Gli altri restano fermi. Come i passeggeri che aspettano alle fermate.

A luglio la gara per la fornitura di 320 nuovi bus, per una cifra di 98 milioni finanziati da Roma Capitale, è andata deserta. Nessuno, a quanto pare, ha voluto entrare in affari con Atac. Tant’è che Raggi a novembre ha fatto sapere di aver dirottato verso la piattaforma Consip, acquistando 227 autobus che saranno prodotti da Industria Italiana Autobus. Molti meno dei 600 nuovi bus che la sindaca aveva annunciato a gran voce dal palco della kermesse 5 Stelle del Circo Massimo.

I bus hanno un’età media di 11,6 anni; i treni della metro di 13,3; i tram di 32,5

Il trucco Raggi. Prima di Raggi, il commissario della città Francesco Paolo Tronca aveva chiamato come manager di Atac Marco Rettighieri, che aveva presentato un piano industriale con una pesante dismissione immobiliare e il pareggio di bilancio nel 2018. Un lavoro spazzato via in poco tempo dalla nuova giunta Cinquestelle: dopo sette mesi, Rettighieri denuncia le ingerenze della sindaca e si dimette. E lo stesso copione si ripete con Bruno Rota, il manager arrivato da Milano dopo aver risanato Atm, che a luglio 2017 getta la spugna e lascia l’incarico tra le polemiche, definendo Atac “un’azienda pesantemente compromessa e minata, in ogni possibilità di rilancio organizzativo e industriale”. L’attuale amministratore delegato, Paolo Simioni, arriva a luglio 2017, nominato dalla sindaca. Lo stesso mese, il Tribunale fallimentare di Roma ammette la società al concordato preventivo, approvato poi a gennaio dall’assemblea dei creditori di Atac. Una soluzione che permette di “congelare” il debito, facendo dire alla sindaca pentastellata di aver “risanato” l’azienda. Ma c’è il trucco.

Il concordato è sì passaggio fondamentale per il salvataggio temporaneo dell’azienda. Ma servirà solo a prolungare la lenta agonia di Atac, come ha scritto Andrea Giuricin. Nessuno può pensare che un’azienda che brucia due milioni di euro al giorno tra perdite e sussidi sia un’azienda risanata. Il concordato preventivo serve a mettere in freezer il grosso buco di Atac. Non certo a far arrivare i bus in orario, o addirittura a evitare che brucino per le strade della Capitale. E i conti di quel debito prima o poi busseranno alle porte del Campidoglio, e dei romani.

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