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Rifiuti & ricicli
22 Marzo Mar 2019 0600 22 marzo 2019

Il dottor Imballaggio. Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare il packaging

La filosofia del Zero Waste è sempre più diffusa. Ma dobbiamo davvero auspicare a vivere in un mondo senza confezioni? In realtà, gli imballaggi sono ancora qualcosa di molto utile. La sfida vera semmai sta nel saperli rendere sempre più innovativi. E soprattutto nel riciclarli a dovere

Imballaggi_Linkiesta
Photo by chuttersnap on Unsplash

Se ne sente parlare spesso ormai: la filosofia del Zero Waste (vivere a zero rifiuti o quasi), si sta diffondendo a macchia d’olio, a partire dai supermercati che propongono prodotti sfusi, dalla pasta ai detersivi. È quello il futuro, dicono, e già oggi basta farsi un giro su internet per trovare decine di tutorial che illustrano quant’è semplice andare al supermercato con una borsa di tela invece che rientrare a casa con infiniti sacchetti di plastica, che insegnano come costruire spazzolini da denti fai-da-te e che predicano quanto è più sostenibile portarsi in giro la borraccia invece che comprarsi l’acqua in bottiglia un giorno sì e l’altro pure.

Ma siamo sicuri che basti a risolvere il problema? È solo l’ultima moda del momento, un’ondata di sostenibilità in chiave radical chic, oppure la cosa ha davvero un senso? E fino a che punto potremmo o dovremmo limitare il nostro consumo di prodotti confezionati nel nostro quotidiano?

«In Italia produciamo 165 milioni di tonnellate di rifiuti. I rifiuti speciali, quelli di tipo industriale, sono 135 milioni, i rifiuti urbani [quelli domestici anche ingombranti, quelli provenienti dalla pulizia delle strade e quelli vegetali di parchi e giardini, ndr] sono 30 milioni, mentre i rifiuti da imballaggio sono 8 milioni», spiega a Linkiesta Stefano Stellini, responsabile relazioni esterne del Cial, il Consorzio nazionale per il riciclo degli imballaggi in alluminio, all'interno del Consorzio nazionale imballaggi (Conai). «Per questioni di tipo mediatico e ideologico, ci si focalizza molto sul fronte del packaging. Ma dei rifiuti da imballaggio si conosce meno che di tutti gli altri».

Basterebbe questo per chiudere qui l’articolo: quando si tratta di rifiuti, non sono gli imballaggi a costituire il problema. (Attenzione però, non significa che l’approccio di riduzione dei rifiuti e di attenzione per l’ambiente a partire dai piccoli gesti sia inutile). Siccome il tema è succoso, vale la pena di approfondire. Posto che si può e si deve agire per ridurre la quantità di packaging che usiamo, da un punto di vista ambientale a fare la vera differenza è (l’abbiamo detto più e più volte qui su Linkiesta) il riciclo. Parola dello stesso Conai, che su questo fronte rende l’Italia un’eccellenza a livello internazionale grazie al circolo virtuoso tra produttori, Comuni e riciclerie che ha messo in moto.

Quando parliamo di packaging per prodotti di consumo, la decisione di utilizzare un materiale rispetto ad un altro dipende da una serie di motivazioni: non solo economicità, ma performance di conservazione del prodotto, stoccabilità, rischio di danneggiamento o rottura

Nel momento in cui facciamo la raccolta differenziata (e la facciamo bene), quindi, si può dire che abbiamo risolto metà del problema. Ma dunque non dovremmo preoccuparci per la quantità di rifiuti che produciamo? Possibile che non ci siano materiali più sostenibili o riciclabili di altri tra cui scegliere? Veramente non ci sono confezionamenti che potremmo facilmente abolire o sostituire?

Le domande sono tante, e in realtà le risposte non sono scontate. Per prima cosa, però, occorre distinguere tra materiali e beni, perché «anche se prodotto con materiali riciclabili, un bene potrebbe non essere riciclabile per tanti motivi come il colore, la presenza di più materiali o altro», spiega a Linkiesta Antonio Protopapa, direttore Ricerca e sviluppo di Corepla, il consorzio di gestione e smaltimento degli imballaggi plastici. Ad esempio, una confezione di un tramezzino che mescola carta e plastica insieme è più difficilmente riciclabile rispetto ad un imballaggio che usa solo l’uno o l’altro.

Quando parliamo di packaging per prodotti di consumo, la decisione di utilizzare un materiale rispetto ad un altro dipende da una serie di motivazioni: non solo economicità, ma performance di conservazione del prodotto, stoccabilità, rischio di danneggiamento o rottura. Così, ad esempio, «gli imballaggi in plastica sono indispensabili soprattutto nel confezionamento alimentare, dove garantiscono una lunga protezione del bene contenuto senza alterarne le qualità organolettiche e allungandone la vita utile, contribuendo, tra l'altro, a ridurre sensibilmente lo spreco alimentare», spiega Protopapa.

Allo stesso modo, quando si guarda all’aspetto di sostenibilità ambientale del packaging, questo deve rispettare gli stessi criteri. L’alluminio, da questo punto di vista, è un materiale interessante: «sebbene sia poco usato (l’immesso sul mercato è di appena 70mila tonnellate), è estremamente leggero, se ne usa solo la quantità necessaria e offre performance di protezione tra le migliori, ad esempio nei prodotti a lunga conservazione», racconta Stellini. «In più, è riciclabile al 100% e all’infinito (il 75% dell’alluminio prodotto nella storia - cioè da 120 anni - è ancora in circolazione oggi), può essere recuperato in qualsiasi condizione (anche se uno sbaglia a fare la raccolta differenziata) e, una volta riciclato, è esattamente identico all’originale. Infine conserva la temperatura ideale e copre dalla luce, che rischierebbe altrimenti di alterare il contenuto dei cibi». Insomma, dovrebbe - e potrebbe - essere usato di più nei confezionamenti, soprattutto quelli alimentari.

Il ruolo culturale del packaging (basti pensare all’invenzione di prodotti come i “4 salti in padella”) ha determinato lo spostamento del consumo di un prodotto nello spazio e nel tempo, facilitando la vita delle persone e concedendo loro più tempo per fare altro

La reazione, a questo punto, sorge spontanea: facciamolo! Ecco, il meccanismo però non è così semplice. Se per principio volessimo sostituire o eliminare un imballaggio, infatti, per prima cosa dovremmo chiederci perché lo vogliamo fare: «sulla base di questa domanda è veramente difficile pensare di sostituire un imballaggio in plastica, perché è fatto con un materiale leggero, resistente, poco costoso, riciclabile, facilmente lavorabile e reperibile senza difficoltà sul mercato delle materie prime», dice Protopapa. «Quasi mai, quando la plastica ha sostituito un materiale in un determinato imballaggio, si è tornati indietro ai vecchi materiali, proprio per queste ragioni».

Insomma, ciascun materiale e ciascun packaging ha le sue peculiarità. E se esiste, non è soltanto per un capriccio dell’uomo a dispetto dell’ambiente. L’introduzione di soluzioni che isolassero i cibi «ha rivestito grande importanza dal punto di vista sanitario, al punto da presumibilmente incidere sulla stessa aspettativa di vita dell’uomo», spiega Stellini. Non solo: «il ruolo culturale del packaging (basti pensare all’invenzione di prodotti come i “4 salti in padella”) ha determinato lo spostamento del consumo di un prodotto nello spazio e nel tempo, facilitando la vita delle persone e concedendo loro più tempo per fare altro». Una cosa piuttosto rivoluzionaria, a pensarci bene, e a cui non avrebbe senso rinunciare.

In conclusione, quindi, evitare il packaging nelle proprie scelte quotidiane può essere sì utile in termini ambientali, ma non significa che vada demonizzato, sia perché sarebbe impossibile (e anche indesiderabile) avere un mondo senza imballaggi, sia perché, al di là dei volumi, comunque quelli che ci sono in circolazione vanno gestiti. Meglio piuttosto adoperarsi per renderli sempre migliori, sia dal punto di vista dell’impiego di materie prime che da quello del riciclo. A questo proposito, Conai a fine mese lancerà la sesta edizione del suo "Bando CONAI per la prevenzione – Valorizzare la sostenibilità ambientale degli imballaggi”, destinato a tutti i produttori operanti sulle filiere dei suoi materiali. I criteri di valutazione? Eccoli: riutilizzo, facilitazione delle attività di riciclo, risparmio di materia prima, utilizzo di materie provenienti da riciclo, ottimizzazione della logistica, semplificazione del sistema imballo e ottimizzazione dei processi produttivi. Un’azione che non solo impatta positivamente l’attività stessa del Consorzio, ma che in più di un modo strizza l’occhio anche al Zero Waste. In palio ci sono ben 500mila euro da suddividere tra tutti i casi virtuosi. Perché anche il packaging può essere ecosostenibile in mille modi diversi!

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