6 Aprile Apr 2019 0600 06 aprile 2019

Discriminate e isolate: la doppia battaglia delle femministe rom per l’emancipazione

Nell’Est europeo, in Inghilterra e Irlanda, nella Penisola Iberica e in Grecia i gruppi di attiviste sinti stanno prendendo piede. Ma in Italia sembra che l’antizingarismo sia una forma ancora accettata di razzismo. Ecco quali sono gli ostacoli (e soprattutto gli stereotipi) ancora da superare

Donne Rom_Linkiesta
PHILIPPE HUGUEN / AFP

La rivolta di Torre Maura, le baby ladre della metro di Roma, gli sgombri di Gallarate, per non dimenticare i più famosi Casamonica. Le parole sinti, rom, zingaro, e anche il meno utilizzato caminante, sono associate in modo praticamente univoco a queste immagini, a questa idea di vita fatta di sotterfugi e di delinquenza.

Pensateci. Quali aggettivi positivi e negativi assocereste alla figura della zingara? Questa è una domanda che Laura Corradi, docente di “Studi di genere e metodo intersezionale” all’Università della Calabria, ha posto ai suoi studenti e alle sue studentesse. La risposta non sarà molto diversa da quella che vi immaginereste. “Povera, umile, vulnerabile, debole, indifesa” sono tra le espressioni più ripetute nella colonna dei termini positivi; tra le parole negative invece si trovano spesso “ladra, noiosa, infastidente e sporca”.

“Sarebbe ora di superare questi stereotipi” afferma la Corradi, che ha da poco pubblicato con Mimesis il saggio Il femminismo delle zingare. Intersezionalità, alleanze, attivismo di genere e queer. “In realtà le donne rom e gypsy, gitane, sono forti. Sono persone che vivono al lato della strada, senza elettricità e con grandi disagi”, continua la docente. Lei stessa è una traveller: “Ho vissuto molti anni in camper quando ero precaria. Basta che ti si rompa la pompa dell’acqua e che tu non abbia i soldi per ripararla e lavarsi diventa un problema, così come cucinare e tutto il resto. Le zingare sono donne che hanno salvato la loro comunità dal Porrajmos (l’Olocausto degli zingari) e sono state in prima fila nella lotta per l’abolizione della schiavitù in Romania”.

Lei usa un termine che il politically correct, soprattutto di sinistra, ha stigmatizzato come negativo: zingaro. Anzi sostiene con forza che sia necessario riappropriarsi di questa parola…
Il politically correct spesso si limita ad operazioni estetiche e non risolve i problemi. Nel caso specifico recuperare il termine “zingaro, zingara” non è solo una questione identitaria, bensì è un tema che si lega allo stile di vita nei campi e non solo infatti si parla di rom-fobia e di antizingarismo.

Va sdemonizzata la figura degli zingari partendo da questo termine?
Sì, sdemonizzare è la parola giusta. Le faccio un esempio. Negli Stati Uniti si usava e si usa il termine razza, mentre da noi ci hanno abituato ad usare parole come etnia e cultura. Una volta durante una discussione all’università reagii al termine “razza”. Tirai fuori la celebre dichiarazione di Einstein “Esiste solo una razza, quella umana”. Mi dissi stufa di sentir parlare di razza, di messicano americani, di afro americani, di nativi americani ecc. Allora, uno che aveva militato nel Black Panther Party, Stan Oden, mi rispose: “Fino a quando ci sarà il razzismo noi saremo una razza, e potremo lavorare alla coesione interna e fare discorsi di alleanza con le altre razze”. Lo stesso vale in questo caso: se Rom, Sinti, Gitani/e, Traveller si riconoscono come vittime dello stesso tipo di oppressione, l’antizingarismo, possono allearsi e riappropriarsi di questo termine, risignificandolo.

Un riappropriarsi del termine per trasformarlo da insulto in forza?
Se la consideriamo noi stessi un insulto allora lasciamo che ci insultino. Se invece siamo noi a risignificare la parola, così com’è avvenuto per queer, freak, fag, dyke, allora siamo noi che diamo un senso diverso a questi termini per descriverci.

Associare femminismo e zingare sembra contraddittorio, almeno per l’immagine che noi italiani abbiamo di queste donne…
Ho atteso a lungo che nascesse il primo collettivo femminista. E oggi abbiamo attiviste di genere rom, il che era impensabile fino a poco tempo fa. l fenomeno ha già preso piede nell’Est europeo, in Inghilterra e Irlanda, nella Penisola Iberica, in Grecia. Un movimento femminista delle zingare non c’è in Italia e in Francia. Spero che il libro spinga ad una riflessione, non solo le comunità rom e sinte, ma anche i bianchi, e soprattutto le bianche.

Un pochino di polemica verso il femminismo italiano?
Il femminismo italiano è diviso su tutto, dalla surrogata alla prostituzione, mentre le femministe zingare – come quelle native, indigene e aborigene – mostrano come sia importante trovare dei minimi comuni denominatori e lavorare su quelli. È necessario lasciare un po’ da parte le cose su cui non si va d’accordo. Abbiamo così tanto da fare insieme che è davvero sbagliato indulgere nei conflitti tra noi.

Le zingare sono donne che hanno salvato la loro comunità dal Porrajmos (l’Olocausto degli zingari) e sono state in prima fila nella lotta per l’abolizione della schiavitù in Romania

Quindi come dovrebbero comportarsi le femministe del nostro Paese?
Il lavoro più grosso in Italia dovrebbe essere quello autocritico delle attiviste italiane che dovrebbero adoperarsi in un percorso di autoriflessione su di sé e di decolonizzazione di alcuni concetti del femminismo che sono un po’ razzisti. Lo sguardo delle femministe bianche è spesso paternalista o suprematista. Idee stereotipate, come quella sulla subalternità della donna zingara che poverina va aiutata a capire la sua oppressione, andrebbero superate. Si dovrebbe stabilire un rapporto diverso. Abbiamo molto da imparare dalle rom, dalle gitane, dalle sinte. Le zingare anche quando non sono più nomadi vengono sempre considerate straniere. Per le femministe italiane il movimento internazionale delle donne zingare è una sfida a mettere in discussione il punto di vista occidentale e i loro privilegi di status, classe e razza/etnia/cultura.

Cosa si intende per movimento femminista zingaro?
È un fenomeno che emerge laddove le donne zingare (cappello sotto il quale inseriamo tutte: rom, sinte, gitane, caminanti, traveller) non vivono più in “condizioni di impossibilità”, come dice la femminista rom Diana Elena Neaga; ovvero, laddove non hanno problemi così pressanti di sopravvivenza – dove hanno un lavoro, una abitazione decente, e quindi anche la possibilità di dedicarsi dell’attivismo.

In concreto quali sono i progetti?
Anche in Italia l’attivismo di genere comprende programmi come quello della Associazione Romni presieduta da Saska Jovanovic ‘Sposati quando sei pronta’, contro i matrimoni precoci, progetti per l’empowement, per danza e cucito, altri contro la violenza di genere. Ci sono studiose come Ethel Brooks, AlexandraOprea, Angela Kóczé e le accademiche gitane; la parlamentare europea Soraya Post rom scandinava eletta nel partito Feminist Initiative con i voti di tutte le comunità rom; le giornaliste di riviste come Traveller Times. E molte altre.

Non si tratta però solo di iniziative di studio e di risignificazione. Ci sono anche stati degli eventi di piazza…
Ci sono stati grandi manifestazioni del movimento femminista a Bucarest, così come nel resto della Romania, nei Balcani e in Ungheria. Le donne rom stanno mostrando grande consapevolezza ed incisività politica . Ad esempio, quando l’ex presidente Traian Băsescu si è molto infastidito per le domande poste da una giornalista rom e le ha detto che non le avrebbe risposto “perché sei una zingara puzzolente”. Il giorno dopo c’è stata una manifestazione enorme di zingare rom che hanno circondato il Palazzo del Governo indossando delle magliette con la scritta “tiganca si imputita” (zingara puzzolente), appunto riappropriandosi del termine e stravolgendolo nella lotta.

Nel libro racconta anche di conquiste rispetto agli orientamenti sessuali?
Questo è un tema in cui c’è ancora un forte ostracismo. Un mio ex-studente rom ha intervistato un gruppo di gay nella sua comunità. Ciò che è emerso è che o ci si adegua e ci si sposa oppure queste persone vengono esiliate. Questa chiusura è un sistema di autodifesa della comunità, che si sente già sotto attacco esterno e che quindi non vuole mostrare altri lati che possano dare adito a problemi. Si arriva all’estremo per cui anche chi parla con persone LGBT viene considerato male.

Però nel suo libro racconta anche altre realtà…
In altri luoghi queste cose si stanno elaborando. Ci sono storie come quella di Maria e della sua compagna che a Bucarest sono riuscite, nell’assemblea del campo, ad assicurarsi un’abitazione come nucleo familiare di due donne che stanno insieme. E altre storie belle di pride, di lotta e di arte…

Il ritardo italiano a cosa è attribuibile?
Ci sono due questioni che contribuiscono a questa condizione: il razzismo e le condizioni di povertà in cui vengono tenute le comunità nella società italiana. Per una rom, sinta o gitana italiana denunciare il marito che la prende a schiaffi diventa più complicato se il marito è picchiato o vessato dalle forze dell’ordine a cui lei dovrebbe rivolgersi, e se con lui vive la violenza degli sgomberi forzati alle 4 del mattino. In Italia sembra che, più che in altri paesi europei, l’antizingarismo sia una forma ancora accettata di razzismo. Un livello così alto di povertà e di discriminazione sociale pone un freno all’emergere delle questioni di genere e sessualità che pure esistono ma che diventano secondarie rispetto alla rom-fobia ed ai problemi di mera sussistenza.

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