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26 Aprile Apr 2019 0600 26 aprile 2019

Aiuto! Salvate i romani dai loro rifiuti (e anche da chi li governa)

Da mesi l’amministrazione del III Municipio di Roma e i cittadini denunciano la malagestione del Tmb Salario, impianto fermo da dicembre dopo un incendio sospetto e mai stato in grado di smaltire rapidamente l’enorme quantità di rifiuti giornaliera della Capitale

Rifiuti Roma_Linkiesta

Se c’è una storia che dimostra fino in fondo che Roma ha bisogno di essere salvata è quella che riguarda i rifiuti. Una storia lunga vent’anni che racconta della ‘non-gestione’ e della ‘non-soluzione’. E sì perché a Roma i rifiuti, che da tempo nel resto d’Europa sono diventati risorse e preziose materie prime-seconde, sono e rimangono un problema enorme. In Italia, nella Capitale del Paese, sono un problema di decoro innanzitutto; con marciapiedi ricoperti di rifiuti e cassonetti stracolmi. Un problema di sicurezza pubblica, con impianti che vanno a fuoco (come in tutta Italia del resto) e cittadini esasperati e preoccupati per la propria salute. La situazione non cambia sia che si viva in una borgata romana come Settebagni, come nel mio caso; sia che si risieda in pieno centro, dove da tempo i rifiuti - e i gabbiani, che della spazzatura sono ghiotti - hanno invaso anche strade e vie tradizionalmente considerate “il salotto buono della città”, quello da esporre allo sguardo dei turisti.

Una vetrina da cui l’11 dicembre scorso hanno potuto ammirare un’enorme nube nera proveniente da uno degli impianti più discussi di Roma: il TMB Salario - l'impianto di Trattamento meccanico-biologico di rifiuti. Era un solo impianto, eppure davvero emblematico di quanto la situazione dei rifiuti a Roma - e qui, sono d’accordo con la Sindaca Virginia Raggi - sia fuori controllo. Un impianto che racconta una storia paradigmatica e che è necessario conoscere se ci si vuole orientare nella questione dei rifiuti a Roma; perché la storia di questo impianto - andato a fuoco quell’11 dicembre - mostra quanto la politica degli ultimi vent’anni sia stata debole e quanto lo sia ancora, incapace di mediare tra le esigenze industriali, ambientali e sociali. Il Tmb Salario è un impianto che nasce male, e funziona peggio. L’impianto non è mai stato in grado di smaltire rapidamente l’enorme quantità di rifiuti che veniva conferita giornalmente, con la conseguenza che i rifiuti indifferenziati si accumulavano all’interno del deposito trasformandolo a tutti gli effetti in una discarica. Inaugurato nel 2011, il TMB Salario in 8 anni ha devastato la vita del quartiere che lo ospitava (Villa Spada) con miasmi tossici e una puzza insopportabile.

Da dicembre, per l’incendio di quell’impianto, non è ancora chiaro ci sia stata una causa dolosa o sia avvenuto per autocombustione. Il fatto che le telecamere di sicurezza avessero smesso di funzionare pochi giorni prima darà di che pensare alla magistratura, speriamo. Di fatto, c'erano stati altri incendi nell'impianto, uno molto grave nel 2015, che vedeva tra le sue cause l’enorme sovraccarico di rifiuti, con 5mila tonnellate di indifferenziato che riempivano la fossa di ricezione. Da mesi l’amministrazione del III Municipio, e i cittadini, denunciavano la malagestione dell’impianto. Il 16 novembre una relazione dell’Arpa (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) confermava le loro preoccupazioni con dati molto critici: nel documento si leggeva incredibilmente che i codici con cui venivano classificati i rifiuti di fatto non corrispondevano alla realtà, poiché non opportunamente trattati e che dall’impianto uscivano più scarti che rifiuti trattati. Una situazione, questa, che assomiglia tanto, ma tanto, al traffico illecito di rifiuti; puniti penalmente dalla legge. Ora, quegli stessi cittadini chiedono la bonifica dell’area e la revoca definitiva dell'autorizzazione a trattare i rifiuti nel TMB Salario; una richiesta legittima dal momento che quell’impianto è a 50 metri dalle case e a 100 metri da un asilo nido.

A Roma la gestione dei rifiuti puzza e alla (sacrosanta) chiusura della discarica di Malagrotta non è mai seguito un serio piano dei rifiuti anche a causa del defenestramento della Giunta Marino. La Capitale produce ogni anno 1 milione e 700 mila tonnellate di rifiuti urbani, quasi 5 mila tonnellate al giorno. Ma a toccare il sistema rifiuti, si rischia grosso

A tutt’oggi la situazione è ancora indefinita per uno sfinente rimpallo di responsabilità tra i vari livelli istituzionali. Intanto la pessima gestione dei rifiuti a Roma rischia di provocare una vera emergenza sanitaria ed ambientale. Una crisi che va ben oltre il livello locale, considerando che siamo nella Capitale del Paese. Il fatto che il 7 gennaio scorso l’Associazione nazionale dei presidi abbia minacciato di non aprire gli istituti scolastici di Roma, a causa della presenza dei topi richiamati dalle montagne di spazzatura, la dice lunga e triste. Ma come è stato possibile giungere a questa situazione? È bene ricordare che a Roma produciamo ogni anno 1 milione e 700 mila tonnellate di rifiuti urbani, quasi 5 mila tonnellate al giorno. A fronte di questa produzione la nostra capacità impiantistica è vicino allo zero. Nell’attuale drammatica carenza di impianti di trattamento, recupero, riciclo, buona parte di questa montagna di spazzatura – anche se raccolta in modo differenziato – viene spedita in giro per l’Italia e persino all’estero: dal Piemonte alla Lombardia, dal Veneto alla Puglia, dall’Emilia a Vienna. Basti pensare che l’azienda romana ACEA, detenuta al 51% dal Comune di Roma, ha chiesto alla Regione Umbria di estendere le tipologie di rifiuti da bruciare all’interno dell’inceneritore di Maratta (Terni), in particolare carta e cartone, plastica e gomma, legno, prodotti tessili e altri rifiuti (compresi materiali misti) prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti.

La verità è che a Roma la gestione dei rifiuti puzza e alla (sacrosanta) chiusura della discarica di Malagrotta non è mai seguito un serio piano dei rifiuti anche a causa del defenestramento della Giunta Marino. Perché si sa che a Roma, a toccare il sistema rifiuti, si rischia grosso: troppo facile procedere di emergenza in emergenza senza mettere mano all’Ama, una delle aziende che peggio funziona nel nostro Paese. A Roma il nono Re è da sempre Manlio Cerroni che sulla monnezza ha creato il suo impero e che ha sempre avuto tra le mani il destino della Capitale. Ora resta il sospetto che - passato il Regno Cerroni (se passato si può dire) - gli incendi servano a mettere in ginocchio il sistema pubblico e ad indurlo ad una privatizzazione di fatto e verso il sistema dell’incenerimento.

Per uscire dall’emergenza nella Capitale bisognerebbe estendere la raccolta porta a porta in tutta la città. Il superamento del 65% di differenziata come previsto per legge, sarebbe di circa 500.000 tonnellate annue; per smaltirle sarebbero necessari 10-15 impianti per il trattamento dell’organico e la produzione di biometano, impianti piccoli, a zero emissioni e miasmi

Nella gestione dei rifiuti, a Roma come nel resto del mondo, non ci sono scorciatoie. Per uscire dall’emergenza nella Capitale occorre procedere con l’estensione del ‘porta a porta’ in tutta la città: considerando che negli ultimi due anni a Roma non è stato aumentato il porta a porta neanche di un’utenza. La frazione organica pesa per circa il 30% del totale dei rifiuti urbani e a Roma, al superamento del 65% di differenziata come previsto per legge, sarebbe di circa 500.000 tonnellate annue; per smaltirle sarebbero necessari 10-15 impianti per il trattamento dell’organico e la produzione di biometano, impianti piccoli, a zero emissioni e miasmi. Altri impianti necessari sarebbero i centri del riuso che anticipino le isole ecologiche, dando la possibilità di una nuova vita agli oggetti ancora potenzialmente utili, alimentando peraltro in maniera legale, il mercato dell’usato. Sarebbe necessaria l’applicazione della tariffa puntuale che premi in bolletta i cittadini che producono meno rifiuti. Non basta insomma la raccolta differenziata, la questione centrale rimane la filiera della gestione.

Intanto che la spazzatura prospera per le strade, i cittadini stanchi di aspettare si sono riuniti in un Comitato promotore, ed hanno portato in Campidoglio una proposta di delibera di iniziativa popolare che parte dalla constatazione del fallimento nella gestione del ciclo dei rifiuti urbani a Roma e propone l’adozione di una innovativa Strategia di sistema. Tre i pilastri su cui questa strategia si fonda: riorganizzare i servizi di AMA SpA su base municipale, cosa che garantirebbe un’azione più prossima ai cittadini; attribuire ai Municipi funzioni di controllo sull’operato locale dell’AMA, ferma restando la competenza del Comune nella gestione del contratto di servizio; attuare i principi di decentramento e partecipazione dei cittadini alle scelte sulla gestione del ciclo dei rifiuti. Nel frattempo il ministero dell’Ambiente ha annunciato in pompa magna la creazione di una cabina di regia composta dallo stesso dicastero, dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma per trovare la soluzione al problema rifiuti, con la speranza che riesca a chiarire il filone delle responsabilità, avendo già stabilito ad esempio che sta al Comune di Roma individuare le aree idonee alla realizzazione di una discarica di servizio per la città. Insomma, aspettiamo. Dateci un decreto o meglio una legge speciale, una rivoluzione ecologica che dia poteri ai municipi e che salvi innanzitutto i cittadini romani!

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