paradossi
6 Maggio Mag 2019 0600 06 maggio 2019

Comunque vadano le elezioni per l’Unione europea sarà un successo

Contestata, invocata, minacciata, protetta, re-immaginata, mostrificata: per la prima volta, in questa campagna elettorale, l'Unione Europea è al centro della discussione pubblica. Il merito è del Regno Unito. Dopo lo spettacolo imbarazzante della Brexit, nessun sovranista propone di uscire

Juncker Farage_Linkiesta
Emmanuel DUNAND / AFP

Comunque vadano, le elezioni europee hanno già un vincitore: è l'Europa. Contestata, invocata, minacciata, protetta, re-immaginata, mostrificata: per la prima volta, in questa campagna elettorale, l'Unione Europea è al centro della discussione pubblica. C'è chi vuole rivoluzionarla. Chi desidera riformarla. Chi, addirittura, si propone di rifondarla. Si compilano gli elenchi dei successi che ha ottenuto, come le liste dei danni che fatto. All’orizzonte, il fantasma della sua distruzione. E più si teme per la sua sopravvivenza, più si inietta nel corpo politico europeo una sostanza di cui si è sempre lamentata la mancanza: la passione. Che la si approvi o la si detesti, l'Europa accende la discussione. È diventata protagonista.

Non era mai successo da quando le elezioni europee si sono celebrate per la prima volta, nel 1979. Nessuna delle campagne elettorali precedenti aveva assunto una dimensione sovranazionale, elevandosi dal terreno interno degli stati. «La politica democratica – ha scritto il Guardian – ha bisogno del dramma. E le elezioni per il parlamento europeo stanno producendo un dramma solitamente riservato al livello nazionale”» La catastrofe dell’Europa è un’arma di mobilitazione formidabile. Paventarla, permette di dare agli elettori una scelta decisiva: evitarla. Già nell’estate scorsa, secondo Eurobarometer, il 44 per cento degli elettori sapeva quando sarebbe stato chiamato alle urne. Il 10 per cento in più della scorsa volta. A settembre, nove mesi prima del voto, l’interesse per le elezioni aveva già toccato il 51 per cento, un livello che alle scorse elezioni era stato raggiunto solo un mese prima del voto.

Dopo lo spettacolo imbarazzante della Brexit, nessuno propone più l’uscita dall’Unione Europea. Da opzione extra-europea, l’euro-scetticismo è diventato una declinazione eretica dell’europeismo

«Dei temi europei ormai si sono impossessate le opinioni pubbliche» ha scritto Sabino Cassese nel suo libro, La svolta (Il Mulino). E, di più, dopo lo spettacolo imbarazzante della Brexit, nessuno propone più l’uscita dall’Unione Europea. Da opzione extra-europea, l’euro-scetticismo è diventato una declinazione eretica dell’europeismo. Al punto che anche i più forti critici dell’Europa, come la Lega di Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen, non dicono più che l’Europa non si cambia, ma si abbatte. Chiedono un'altra Europa. «L'Europa dei popoli e del lavoro», l'ha definita Matteo Salvini a Pontida la scorsa estate. L'Europa che non imporrà più vincoli di bilancio così stretti. L'Europa che farà firmare all'Italia una finanziaria – la prossima – senza lacrime e sangue. Sono due diverse idee di Europa. Una federale, che punta a costituire un più forte potere sovranazionale. L’altra sovranista, che è l'Europa delle nazioni che cooperano.

Il merito è dei britannici. Lasciandola, hanno fatto diventare l'Unione Europea irrinunciabile. È un paradosso, uno dei tanti di questa storia. L'altro, come scrive nel suo ultimo numero l'Economist, è che «l'europeizzazione è molto più avanzata tra i nazionalisti e i populisti». L'esempio più vistoso è il movimento dei gilet gialli, al quale si sono sentiti vicini tutti gli anti élite d'Europa, Salvini e Di Maio in testa, ed è stato vissuto come una vicenda non solo francese, ma europea. Poi, ci sono le parole d'ordine e i messaggi anti establishment che viaggiano online, da un paese all'altro, senza nessuno che li fermi alla frontiera. Nonché i raduni di contestazione dell'Europa che raccolgono i partiti di molti paesi europei, come quello che si terrà per la chiusura della campagna elettorale a Milano, nel quale ci saranno la Lega, il partito di Marine Le Pen, i nazionalisti tedeschi, danesi, finlandesi.

«Lì dove cresce il pericolo – scriveva Holderlin in un suo verso – cresce anche ciò che salva». E infatti, un secondo dopo che si addebita all'Europa la responsabilità della mala gestione dell'immigrazione le si chiede di europeizzare il problema, cioè di non renderlo un affare di uno solo stato, né degli stati soli. Allo stesso modo, accusare l'Unione di ogni male, la rivitalizza. In questi anni in cui sono cresciuti i movimenti euroscettici, la fiducia nel futuro dell'Europa è aumentata. Secondo il report speciale di Eurobarometer, nel 2018, gli europei che ritengono l'UE un luogo di stabilità in un mondo inquieto sono saliti al 76 per cento. Nel 2017, erano il 71. Nel 2016, il 66. Così come sono aumentati coloro che ritengono il progetto dell'Unione Europea una prospettiva per il futuro dei giovani (dal 60% del 2016, si è arrivati al 69% del 2018). E benché gli europei siano preoccupati dall'ascesa dei partiti che protestano contro le élite politiche tradizionali (67%), continuano a essere in larga parte ottimisti sul futuro dell'Unione (61%). L'Europa così come l'abbiamo conosciuta è a rischio. Tuttavia, non è mai stata così presente nella vita degli europei come lo è ora. Comunque vadano le elezioni, per l'Unione Europea sarà un successo.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook