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8 Maggio Mag 2019 0600 08 maggio 2019

Le piazze lo fischiano, e i selfisti lo trollano: Salvini non è più il Re Mida dei social

Sempre più persone stanno prendendo l'occasione di farsi un selfie con il Capitano per contestarlo. Un modo non-violento di opporsi rovesciando la sua arma preferita. La disintermediazione sta mostrando tutti i suoi limiti

Selfie Linkiesta
STR / AFP

Qualcosa sta succedendo. È ancora presto per dire se è significativo o sono coincidenze, ma nelle ultime settimane il consenso attorno a Matteo Salvini ha cominciato a registrare delle flessioni. Non solo nei dati — secondo l’ultimo sondaggio Ixè pubblicato ieri sull’Huffington Post il gradimento del leader leghista è sceso di 3 punti — ma anche nell’efficacia della sua comunicazione. Per mesi tutto quello che toccava il ministro dell’Interno diventava oro, adesso sembra che non sia più così e, al netto delle condivisioni, dei “bacioni” e della solita costante inguaribile logorrea social, forse un po’ di cose stanno cambiando. Negli ultimi giorni diverse ragazze e ragazzi hanno usato la strategia del “selfie con il Capitano” per contestarlo. Dalle ragazze che si baciano per protestare contro le sue posizioni omofobe, a chi gli chiede dei 49 milioni di euro o del suo cambio di opinione sui meridionali. E lo fanno usando il suo strumento di disintermediazione preferito, il selfie. Sempre qualche giorno fa, a Forlì, mentre qualcuno si concentrava sulla trovata teatrale del discorso dal balcone di Mussolini, l’intera piazza lo stava contestando fischiandolo e dandogli senza troppi giri di parole del fascista. Sempre in quei giorni, a Torino, mentre gli account ufficiali divulgavano le solite immagini delle piazze piene, foto da altre angolazioni segnalavano una piazza — nemmeno tra le più grosse della città — per lo più vuota. Inoltre, è qualche mese che Laura Boldrini, una delle più bersagliate dalle propaganda leghista, vince la battaglia dei Like rovesciando gli attacchi concentrandosi sul documentato assenteismo lavorativo del ministro dell’Interno, lanciando l’hashtag #maquandolavori.

Sono primi passi di opposizione. È molto difficile che le elezioni europee di maggio non segnino un sostanziale trionfo della Lega (tutti i sondaggi la danno attorno al 30%, un risultato a tutti gli effetti straordinario). Ma se a queste manifestazioni di dissenso uniamo la congiuntura della ripresa economica che non arriva — e quando finirà la luna di miele la disoccupazione diventerà un fattore determinante per cui non si potrà più dare la colpa agli immigrati — il calo di fiducia del pragmatico elettorato di centrodestra da sempre diffidente verso i fannulloni e chi “crea problemi” come nel governo per “non fare le cose” (soprattutto non si dovesse risolvere con le dimissioni il caso Siri), possiamo dire che l’armatura che consideravamo inscalfibile che il consenso, l’effetto novità e una strategia comunicativa coi fiocchi avevano costruito attorno a Salvini, così inscalfibile non è.

Quando sarà finita l’infatuazione del paese con Salvini, che in questo momento rappresenta meglio di tutti lo Spirito del Tempo, l’arcitaliano, sarà finita ci sarà bisogno di qualcosa. Qualcosa che vada anche oltre la Repubblica del Selfie, dell’autorappresentazione, e del finto sorriso tirato a mezzo stampa

I selfie stanno diventando un problema per Salvini e lo saranno sempre di più. Questo meccanismo di opposizione ha due meriti. Il primo, più politico, mette il ministro dell’Interno a rompere la famosa narrazione della “gente come scorta”. Questa gente sta arrivando a protestare in modo lecito e non violento, e non si sa bene come reagire. A Salerno hanno addirittura intimato alla ragazza, Valentina Sestito, di non pubblicare e di cancellare il video: cosa succederebbe se il servizio d’ordine di chi dovrebbe garantire la sicurezza di tutti dovesse diventare più ‘deciso’ nel modo di porsi? Può un politico porsi in questi termini con un dissenso che non pensava di avere? Il secondo, più generale, ci mette davanti a tutti i limiti dei meccanismi di disintermediazione che per anni abbiamo considerato — grazie ai social network, grazie alla sindrome del papa straniero, grazie all’effetto novità — come l’unico modo giusto, sano e futuribile di fare politica. Anche perché nel momento in cui tutto sta diventando disintermediato, niente lo è davvero. E quando lo fai, programmando al millimetro tutto il tuo stile “sincero” e “naturale”, non stai in realtà facendo politica, ma alimentando la propaganda.

Come abbiamo scritto più volte su questo giornale, non serve a nessuno inseguire Salvini su tutto quello che dice e tutto quello che scrive. Cadere nella sua trappola, nelle sue provocazioni, rende inefficace qualsiasi forma di opposizione. Ma forse da questo moto di protesta spontaneo una sinistra che vuole ritrovare terreno può trarre un insegnamento. Se le persone normali rovesciano la forza del Capitano contro di lui, è il momento di andare ad attaccare i palesi insuccessi di un governo che non sta facendo molto (ma lo sta comunicando a spron battuto) proponendo i piani alternativi per cercare di vincere le elezioni. Lo diciamo spesso, ma siamo sicuri che quando sarà finita l’infatuazione del paese con Salvini, che in questo momento rappresenta meglio di tutti lo Spirito del Tempo, l’arcitaliano, sarà finita ci sarà bisogno di qualcosa. Qualcosa che vada anche oltre la Repubblica del Selfie, dell’autorappresentazione, e del finto sorriso tirato a mezzo stampa. Forse la disintermediazione va “rimediata”. Tra un arancino e un bacione, tra una piazza vuota e una trovata teatrale, un po’ di persone stanno dimostrando di essersi stufati.

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