16 Maggio Mag 2019 1000 16 maggio 2019

Paghiamo 178 milioni al giorno di interessi sul debito. Ma Salvini vuole farne ancora

Gli interessi sul debito pubblico ci costano 65 miliardi all'anno.178 milioni al giorno. E nel 2020 aumenteranno a 76 miliardi, il 3,6% del Pil. Senza questo fardello, il governo potrebbe finanziare due leggi di bilancio all’anno. L'euro e il Qe di Draghi hanno evitato che peggiorassero i conti

Salvini
MIGUEL MEDINA / AFP

Alla fine è sempre la stessa storia del dito che indica la Luna. Nei media italiani si parla dello spread Btp-Bund che ha sforato quota 290 (anche se ieri è sceso di poco a 284) dopo l'annuncio del ministro dell’Interno Matteo Salvini: «Se servirà infrangere alcuni limiti del 3% sul deficit o del 130-140% sul debito tiriamo dritti». E ci si ferma lì, alla parolaccia inglese che allontana il cittadino non esperto di economia. Ma a guardare la luna, e non il dito, si scopre il vero problema dietro al termine che indica la differenza dei rendimenti tra i titoli di stato tedeschi (Bund) e italiani (btp): soldi veri che perdiamo ogni giorno. Sono gli interessi sul debito pubblico italiano restituiti ogni anno dallo Stato agli investitori nazionali e internazionali che hanno comprato i buoni del tesoro. Ci costano 65 miliardi di euro all’anno, 178 milioni al giorno. E nel 2020 aumenteranno a 76 miliardi, il 3,6% del Pil italiano. Più o meno quanto spendiamo ogni anno per l’istruzione. E tra quindici anni la spesa per interessi sul debito potrebbe essere il doppio rispetto agli investimenti per scuola e università.

Senza questo fardello, il governo italiano potrebbe finanziare due leggi di bilancio all’anno, comprese tutte le promesse costose su pensioni e redditi fatte durante la campagna elettorale. Senza contare che la spesa per interessi ha fatto aumentare il rapporto debito/PIL, in media, di 1,5 punti all’anno negli ultimi cinque. Tradotto: un aumento del debito pubblico di oltre 7 punti percentuali dal 2014. Ora siamo al 132,2%. Nello stesso periodo la Germania ha ridotto il suo debito del 6,6% perché cresce di più ma soprattutto spende quattro volte in meno dell'Italia per gli interessi. E anche la Francia che ha sforato più volte il limite del 3% deficit/Pil negli ultimi anni spende comunque la metà di noi. Messa così ci si accorge che a dosare le parole, si risparmiano miliardi. E governare vuol dire anche non indispettire, spaventare o dare un’occasione per speculare a chi ogni anno presta i soldi per finanziare gli stipendi pubblici, le pensioni e le infrastrutture. Ma anche Quota 100 e il reddito di cittadinanza. Il problema non è il debito pubblico in sé, ma il fatto che il rapporto tra il tasso di interesse medio pagato dall’Italia ai suoi creditori e quanto cresce il Pil nominale ogni anno è -1,2%. Per capirci, la nostra economia cresce così poco che non riesce a ripagare gli interessi e quindi per rimanere sostenibile è costretta a pagare altri debiti. Secondo l’analisi di Confindustria nel resto dell’eurozona accade l’opposto. In media nei 19 paesi con l’euro il tasso di crescita supera quello del debito. Ovvero producono più ricchezza che interessi.

Non è questione di fare i compiti a casa, ma di credibilità e senso della misura. Se devi dei soldi ai tuoi concittadini e a investitori stranieri devi essere oculato nelle dichiarazioni. E a ogni frase fuori posto aumenta lo spread e quindi i tassi di interesse, sempre più succulenti, che offriamo ai creditori per poter pagare la spesa corrente

Chiariamo una cosa: non è questione di fare i compiti a casa, ma di credibilità e senso della misura. Se devi dei soldi ai tuoi concittadini e a investitori stranieri devi essere oculato nelle dichiarazioni. E a ogni frase fuori posto aumenta lo spread e quindi i tassi di interesse, sempre più succulenti, che offriamo ai creditori per poter pagare la spesa corrente. Anche perché guardando ai fondamentali l’Italia non fa male: se escludiamo la spesa per gli interessi passivi l’Italia ha più entrate delle spese da oltre 27 anni. Si chiama avanzo primario e vale l’1% del Pil. Ma il problema è che il cappio degli interessi esiste ed è quello che bisognerebbe abbattere. Perché anche per diminuire il rapporto tra debito pubblico e Pil del 33% e arrivare alla soglia psicologica del 99% in quindici anni, servirebbe un avanzo primario intorno al 4% del Pil, mentre noi, pur virtuosi, siamo all’1%

Per capire cifre così lontane basta guardare l’analisi di Unimpresa che ci riporta sulla terra: l’Italia pagherà 181,7 miliardi di deficit nei prossimi tre anni per colpa dei 301,8 miliardi di interessi che lo Stato dovrà pagare a chi ha sottoscritto btp italiani. E dire che l’avanzo primario ci regalerebbe 129,9 miliardi. E il problema non è solo il picco dello spread a 290 ma il fatto che la media sia sempre oltre i 100 punti base da troppo tempo. Bisogna andare al 2015 per ritrovare lo spread Btp-Bund a 95, durante il governo Renzi. Il costo medio per l’emissione dei titoli pubblici è triplicato nel giro di un anno (da 0,5 a 1,5). Andando avanti così, nei prossimi tre anni lo spread a questi livelli farà diminuire dello 0,7% il Pil. E un Paese come il nostro che se va bene quest’anno crescerà dello 0,1% non è una bella notizia. Perché se traduciamo le percentuali in numeri capiamo che la spesa per gli interessi aumenterà di 1,5 miliardi nel 2019, 3,5 miliardi nel 2020 e oltre 5 miliardi nel 2021. I conti non li ha fatto qualche eurocrate di Bruxelles ma la Banca d’Italia nel suo secondo bollettino economico del 2019.

Però il governo nelle ultime settimane si è attaccato a un dato favorevole: la spesa per gli interessi è scesa di 600 milioni tra il 2017 (65,49 miliardi) e il 2018 (64,9). Ma è proprio questo dato che dovrebbe farci preoccupare. Lasciamo perdere i bot, titoli a breve termine, emessi molto dal governo quando lo spread si è alzato e guardiamo alla scadenza dei principali Btp decennali. Già, decennali. Questo vuol dire che oggi sfruttiamo in pochissima parte, il livello dello spread nel 2008. E di quanto era? Non fatevi imbrogliare dalla data simbolica dell’inizio della crisi economica con lo scandalo Lehman Brothers. Nel 2008 lo spread era a quota 40 con presidente del Consiglio Romano Prodi e 45 pochi mesi dopo quando Silvio Berlusconi vinse le elezioni. Questo vuol dire una sola cosa: in questi dieci mesi di governo gialloverde le dichiarazioni dei due leader di M5S e Lega non hanno causato solo un braccio di ferro estenuante con Bruxelles che non ha portato i risultati sperati, ma ha causato problemi per i conti pubblici per i prossimi dieci anni. Di Maio sembra aver capito che la sicurezza e credibilità verso i creditori si consolida non attaccando a mezzo stampa chi dovrebbe vigilare, e quindi garantire i conti. Il ministro dell’Interno ancora no.

E meno male che c’è l’euro o la spesa per gli interessi sarebbe stato maggiore. Dal 1995 a oggi il debito pubblico è raddoppiato (da 1.150 miliardi a oltre 2.300) ma prima dell’avvento della moneta unica l’Italia spendeva molto più per gli interessi, arrivando addirittura a ciucciare il 10% del prodotto interno lordo (addirittura 12,2% nel 1993) come nota il sito Investire Oggi. Con quei tassi l’Italia avrebbe pagato 245 miliardi di interessi, altro che 65. Una grande mano l’ha dato l’acquisto massiccio dei titoli di Stato operato dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi dal dicembre 2015 al marzo 2018, il quantitative easing. Il pregio principale di questa manovra voluta da Draghi è quella di togliere dal mercato dei titoli di Stato che rimarrebbero invenduti per molto tempo, data la credibilità dei nostri conti, e quindi aumenterebbe automaticamente il tasso di interesse per piazzarli. Invece dopo averli acquistati, la Bce li ha girato alla Banca d’Italia che si riprendere gli stessi interessi. Un circolo virtuoso che sta intorno ai 400 miliardi di euro di titoli di stato. Bankitalia ne ha l’80%. Ricordiamocelo quando diranno che l’Unione europea ci toglie la sovranità.

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