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22 Maggio Mag 2019 0600 22 maggio 2019

La sfida più grande: ecco il manifesto di Bernie Sanders per rifare la sinistra (e salvare gli Usa)

Sanità pubblica, università gratuita, no alle armi e sì all’ambiente. È l’ultimo capitolo del libro del candidato dem alla presidenza americana, pubblicato da People, che racconta un programma necessario per gli Usa

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ALEX WONG / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
ALEX WONG / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Pubblichiamo l’ultimo capitolo del libro di Bernie Sanders La sfida più grande. La strada verso una società più giusta, tradotto da Francesco Foti per edizioni People.

Nel corso degli ultimi due anni ho viaggiato in trentadue Stati e parlato con decine di migliaia di persone. Il mio obiettivo è stato quello di unire il popolo americano nella lotta per un governo che ci rappresenti tutti, e non solo una manciata di miliardari che finanziano la politica. Ci sono stati alti e bassi in questa battaglia, ma pochi possono negare che il movimento progressista abbia fatto enormi passi avanti.

Rivoluzione politica significa pensare in grande. Non si tratta di una tornata elettorale, di un candidato, di una questione. Si tratta di creare un movimento che trasformi la vita economica, politica, sociale e ambientale del nostro Paese. Non è facile, ma è quello che c’è bisogno di fare.

Nel corso degli ultimi due anni, i progressisti hanno fatto grandi passi avanti nel realizzare due elementi chiave della rivoluzione politica. Primo: le idee che abbiamo proposto, un tempo considerate “estreme” e “irrealistiche”, sono oggi sostenute largamente dal popolo americano. Una volta data la possibilità di essere ascoltate e discusse, queste proposte sono diventate parte della discussione pubblica. Alcune di esse, in effetti, vengono già implementate.

Secondo: sempre più persone, spesso giovani lavoratori, si stanno impegnando nella lotta politica. Marciano nelle strade. Lavorano sui social media. Si attivano nei sindacati e nelle organizzazioni di base. Bussano alle porte in sostegno di candidati progressisti. Si candidano alle elezioni, spesso per la prima volta. Si fanno avanti e si battono. Molto è stato realizzato. Molto ancora, però, resta da fare.

Il 26 maggio del 2015, a Burlington, in Vermont, annunciai la mia intenzione di candidarmi a presidente ed esposi la maggior parte del programma progressista con il quale intendevo presentarmi. Molte di quelle idee non erano familiari alla maggior parte degli americani, e suonavano estreme. Furono rigettate non solo dalla mia contendente, ma da quasi tutti i gruppi editoriali del Paese e da praticamente tutto l’establishment politico ed economico.

Poi accadde una cosa strana. Mentre i miei sostenitori ed io viaggiavamo per il paese parlando di fronte a folle sempre più grandi, queste posizioni “irrealistiche” che noi portavamo avanti cominciavano a suonare sempre più realistiche. E gli americani comuni cominciarono a cercare risposte alle domande che avevano cominciato a porsi.

Perché, nel Paese più ricco della storia del mondo, abbiamo questo enorme livello di disuguaglianza di reddito e patrimonio? Perché milioni di noi sono costretti a fare due o tre lavori perché guadagnano stipendi da fame? Perché, in un’epoca di profitti da record, il salario minimo federale resta alla ridicola cifra di 7,25 dollari l’ora? Perché continuiamo ad avere politiche di scambio che beneficiano i ricchi e le grandi aziende a scapito dei lavoratori?

Tre anni fa, pochi coraggiosi democratici al Senato si battevano per un salario minimo di 12 dollari l’ora. Oggi, la maggioranza degli americani sostiene un salario minimo di 15 dollari l’ora, e ci sono trenta co-firmatari per la mia proposta di legge che lo realizzerebbe. In tutto il Paese, municipalità e Stati stanno approvando leggi che fissano il salario minimo a 15 dollari l’ora. Stiamo facendo progressi nel creare un’economia più equa.

Quando parliamo di giusta paga, peraltro, non possiamo dimenticare che le donne guadagnano ancora ottanta centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini. Questo Paese sostiene la parità salariale – pari paga per pari lavoro – ed è la cosa giusta da fare. Ogni uomo in questo Paese deve schierarsi con le donne perché si vinca questa battaglia.

Sui migranti Trump non solo è dal lato sbagliato della giustizia e della decenza: è parte di una piccola minoranza

gli Stati Uniti restano l’unico grande Paese della terra a non garantire l’assistenza sanitaria a ogni uomo, donna e bambino: non è un privilegio, è un diritto

Tre anni fa, nel mezzo di un rumoroso e accanito dibattito sull’Affordable Care Act, non c’era in pratica alcuna discussione in questo Paese sulla necessità di un sistema sanitario universale per tutti, un sistema a singolo pagatore come il Medicare. «Troppo radicale, troppo costoso, impensabile, il popolo americano non lo vuole» urlavano i critici.

Oggi, il popolo americano sa che c’è qualcosa di profondamente sbagliato se gli Stati Uniti restano l’unico grande Paese della terra a non garantire l’assistenza sanitaria a ogni uomo, donna e bambino: non è un privilegio, è un diritto. Sanno anche che è assurdo che gli Stati Uniti abbiano una spesa sanitaria pro capite quasi doppia rispetto a tutte le altre nazioni, inclusi i prezzi più alti del mondo per i farmaci, mentre i nostri indicatori di salute sono spesso peggiori di quelli di ogni altro Paese.

Oggi, nonostante la feroce opposizione delle compagnie di assicurazione e delle case farmaceutiche, sempre più sondaggi mostrano un diffuso sostegno per un sistema sanitario universalistico, per un Medicare per tutti. Un sondaggio Reuters mostra che oltre il 70% del popolo americano, inclusa più della metà dei repubblicani, sostiene il Medicare per tutti. È interessante notare come pochi anni fa quasi nessun candidato alle elezioni aveva nel suo programma il Medicare per tutti. Ora la maggioranza dei candidati democratici sostiene fortemente questa posizione, candidati che vincono le elezioni.

Non illudiamoci. Con Wall Street e l’industria medica che fanno centinaia di miliardi l’anno in profitti dal nostro attuale sistema disfunzionale, la lotta per il Medicare per tutti richiederà uno sforzo politico monumentale. Ma la buona notizia è che negli ultimi tre anni abbiamo fatto enormi passi avanti.

Ora dobbiamo migliorare i nostri sforzi organizzativi. Dobbiamo pretendere che ogni candidato da noi sostenuto abbia il coraggio di sfidare le compagnie di assicurazione e le case farmaceutiche, e di sostenere il Medicare per tutti. Dobbiamo coinvolgere medici, infermieri, pazienti e aziende in una larga coalizione che ci aiuti a guidare la lotta per il sistema sanitario universale. Ci serve una campagna nazionale, che tocchi ogni città e borgo di questo Paese, che dica forte e chiaro che la salute è un diritto umano. È una battaglia che possiamo vincere, una battaglia che dobbiamo vincere.

Nessuno nega che viviamo in un’economia globale altamente competitiva. Nessuno nega che, perché il nostro Paese abbia successo economicamente, dobbiamo avere la forza lavoro meglio istruita del mondo. Quarant’anni fa, l’avevamo. Oggi non è più così. Il mondo è cambiato, la tecnologia è cambiata, la nostra economia è cambiata. Il nostro sistema di istruzione superiore deve anch’esso cambiare.

Sembra incredibile, ma ogni anno centinaia di migliaia di brillanti diplomati non possono ottenere l’istruzione accademica di cui hanno bisogno, e che meritano, perché le loro famiglie non hanno soldi. Non è solo un’ingiustizia verso questi giovani, ma è controproducente per il benessere dell’economia americana. Inoltre, milioni di diplomati al college lottano, anno dopo anno, con debiti studenteschi di cinquantamila dollari, se non maggiori.

Quando ho fatto campagna sulla necessità di rendere le università e i college pubblici gratuiti, ancora una volta mi sono scontrato con un muro di opposizione. Come si farà a finanziare questa cosa? E cosa ne sarà dei college privati? Davvero tutti quelli che ne sono in grado dovrebbero avere accesso a un’istruzione accademica?

Mentre i politici, gli opinionisti e i gruppi editoriali erano contrari, venne fuori che, ogni giorno, sempre più americani erano d’accordo con me. Capivano che quella che proponevo non era un’idea radicale. Non solo esisteva in altri Paesi nel mondo, ma era esistita un tempo negli Stati Uniti. Cinquant’anni fa, i grandi college e università pubbliche come l’Università della California, quella di New York, e altri atenei di punta erano gratuiti, o quasi gratuiti.

Durante gli ultimi anni, mentre cresceva il sostegno per la gratuità di college e atenei pubblici, abbiamo fatto progressi anche sul campo. Nelle municipalità e negli Stati in giro per il Paese, sindaci e governatori si sono mossi in quella direzione. Sono stato felice di partecipare in prima persona a eventi nello Stato di New York e a San Francisco per contribuire a dare vita a programmi che garantissero l’istruzione accademica a tutti, indipendentemente dal reddito.

E, peraltro, secondo gli ultimi tre sondaggi che ho visto su questo tema, oltre il 60% del popolo americano sostiene oggi la gratuità di università e college pubblici. Sanno che se possiamo ridurre le tasse alle persone più ricche del Paese e alle grandi aziende, se possiamo spendere più in difesa delle dieci nazioni successive messe assieme, allora sì, possiamo assicurarci che tutti i ragazzi, indipendentemente dal reddito, possano avere l’istruzione superiore di cui hanno bisogno.

Le idee che abbiamo proposto, un tempo considerate “estreme” e “irrealistiche”, sono oggi sostenute largamente dal popolo americano

È un punto che ogni americano dovrebbe sostenere per il bene del Paese. È un punto che i giovani, in particolare, dovrebbero avere carissimo. Per la prima volta nella storia moderna degli Stati Uniti, una percentuale sensibile di ragazzi avrà un tenore di vita inferiore a quello dei propri genitori. È inaccettabile. I giovani non dovrebbero indebitarsi tremendamente per ottenere l’istruzione di cui hanno bisogno per una carriera che permetta loro di accedere alla classe media. Se c’è una ragione per impegnarsi politicamente, per i ragazzi, è questa.

Ma, a dire la verità, ci sono molte altre ragioni. I giovani vogliono e hanno bisogno di lavori soddisfacenti e ben pagati. Hanno bisogno di abitazioni a prezzo equo. Ci tengono molto a combattere il cambiamento climatico per creare un ambiente pulito. Credono fermamente al diritto delle donne di controllare il proprio corpo. Si oppongono con vigore al razzismo, al sessismo, alla xenofobia e all’intolleranza religiosa.

La realtà politica odierna è che un’alta percentuale di persone anziane e conservatrici si reca alle urne. I giovani, più progressisti, tendono a votare in numero molto minore. Le cose devono cambiare. I giovani sono il futuro di questo Paese. Devono farsi avanti e lottare per il loro futuro. Devono impegnarsi nella lotta politica. Aumentare l’affluenza al voto dei giovani deve essere una priorità del movimento progressista.

Stiamo facendo progressi anche sulla riforma del sistema penale. Non abbastanza velocemente, ma stiamo facendo passi avanti. Diversi anni fa, l’abominio del nostro sistema penale non era molto discusso. C’era una manciata di gruppi come Black Lives Matter, l’aclu e altri che si battevano duramente per porre fine a un sistema razzista che criminalizzava la povertà, ma la discussione era molto lontana da raggiungere i circoli politici mainstream.

Bene: grazie agli sforzi dei progressisti, anche questo è cambiato. Oggi, ad esempio, diversi Stati in tutto il Paese hanno compreso che la guerra alla droga è stata un orribile fallimento. Molti di questi stanno depenalizzando o legalizzando l’uso di marijuana. Alcune comunità stanno persino cancellando le fedine penali di persone un tempo arrestate per possesso di marijuana. Ma non si tratta solo della guerra alla droga. Si è sempre più consapevoli della folle ingiustizia di un sistema che permette che circa quattrocentomila americani siano oggi in carcere – in numero sroporzionato si tratta di persone di colore –, senza che siano stati condannati per alcun reato. Restano in prigione perché sono poveri e non si possono permettere di pagare la cauzione. Alla fine dell’agosto del 2018, lo Stato della California è diventato il primo nel Paese ad abolire la cauzione come condizione per il rilascio in attesa del giudizio. Non ho dubbi che altri Stati seguiranno presto. È un fatto di giustizia elementare, su cui lavorare con forza.

Oggi ci sono procuratori che vengono eletti pur non vedendo il proprio lavoro come un mandato per mettere sempre più persone in prigione. Piuttosto, vogliono ridurre la popolazione carceraria e trovare alternative all’incarcerazione. Inoltre, molti dipartimenti di polizia addestrano oggi i propri agenti a capire che la forza letale dovrebbe essere l’extrema ratio, non la prima risposta. In un momento in cui siamo ancora il Paese con il maggior numero di persone in prigione, c’è un enorme lavoro da fare per creare un sistema penale più giusto e umano. I progressi, comunque, vengono fatti e vanno accelerati.

Il presidente Trump crede di poter ottenere un meschino piccolo guadagno politico demonizzando gli immigrati. Non solo è dal lato sbagliato della giustizia e della decenza; è parte di una piccola minoranza. Grazie al duro lavoro fatto dai gruppi che sostengono la riforma dell’immigrazione e dalla comunità progressista, una vasta maggioranza del popolo americano sostiene oggi una riforma strutturale delle politiche migratorie e un percorso verso la cittadinanza per i dieci milioni di persone in questo Paese che sono irregolari. Recenti sondaggi mostrano che circa l’80% degli americani sostiene la protezione legale degli 1,8 milioni di giovani inclusi nel daca, o che potrebbero farne parte.

Sono rimasto molto deluso dal fatto che il Congresso non sia stato capace di approvare una legge che avrebbe protetto i giovani inclusi nel daca dalla decisione di Trump di chiudere questo programma. Molte di queste persone, che hanno vissuto in questo Paese per quasi tutta la loro vita, ora vivono nel terrore. Gli immigrati sono sotto violento attacco da parte dell’amministrazione Trump. Persino gli ispanoamericani nati qui sono presi di mira – solo perché non sono bianchi e vivono vicini al confine col Messico –, vengono privati dei passaporti e messi in lista per la deportazione. Da progressisti, non possiamo voltare loro le spalle. Insieme, dobbiamo fare ciò che il popolo americano vuole. Dobbiamo approvare una riforma strutturale delle politiche migratorie.

Il popolo americano è scioccato e disgustato dall’incredibile livello di violenza causata da armi da fuoco in questo Paese. Vogliono che si faccia qualcosa in proposito. Da un punto di vista politico, non è una questione difficile. In numero altissimo, tanto i possessori di armi quanto i non possessori, vogliono una legislazione sul possesso delle armi basata sul buon senso. Vogliono che si migliori il sistema dei controlli preventivi. Vogliono che si metta fine ai sotterfugi delle cosiddette fiere delle armi, che permettono di comprare armi a chi non dovrebbe possederne. Molti di noi vogliono mettere al bando la vendita e la distribuzione di armi d’assalto pensate per uccidere gli esseri umani.

Il popolo americano vuole che si agisca per la sicurezza, ma non ottiene nulla per una ragione e una ragione soltanto: l’Nra. Dobbiamo imparare la lezione dei coraggiosi studenti del liceo Marjory Stoneman Douglas di Parkland, in Florida, che si sono fatti avanti e si sono battuti, portando dalla loro parte la nazione. Dobbiamo sostenere candidati alla presidenza e al Congresso che rappresentino il popolo americano, e non l’nra, quando si tratta di legiferare sulle armi.

Se anche l’agenda progressista sta prendendo piede, dobbiamo continuare ad allargare le nostre vedute e cercare nuove idee che rispondano ai bisogni dei lavoratori in un’economia in rapida evoluzione. Nella nazione più ricca nella storia del mondo, ogni persona abile dovrebbe avere un lavoro ben pagato. Possiamo, e dobbiamo, raggiungere la piena occupazione. Nel lontano 1944, il Presidente Franklin Delano Roosevelt parlò del diritto di ogni americano di avere un lavoro. Era vero allora. È vero oggi.

Una buona occupazione non dà solo, a un lavoratore o a una lavoratrice e alla sua famiglia, un reddito adeguato, ma fa qualcosa di più. Dà significato alla vita. Permette di far pienamente parte della comunità. Troppi americani oggi finiscono nelle pieghe del sistema. Diventano alienati dalla società. Diventano pericolosi per gli altri o per se stessi, dandosi alle droghe, all’alcol, o arrivando persino al suicidio. Cosa ci dice il fatto che l’aspettativa di vita nel nostro Paese stia addirittura calando? Dare lavoro a tutti abbasserebbe il tasso di criminalità, migliorerebbe la salute mentale, creerebbe un più forte senso di comunità. Creerebbe un’America molto più sana e felice.

Un’economia in piena occupazione non è una proposta follemente utopistica. La verità è che oggi, in questo Paese, c’è un’enorme quantità di lavoro da fare. Ci servono milioni di lavoratori per ricostruire le nostre fatiscenti infrastrutture – strade, ponti, acquedotti, impianti di depurazione, aeroporti, ferrovie e abitazioni popolari. In un’epoca in cui il sistema dell’istruzione infantile è totalmente inadeguato, ci servono centinaia di migliaia di lavoratori per fornire istruzione di qualità ai nostri bambini. La nazione invecchia, e avremo sempre più bisogno di lavoratori che diano assistenza e cure adeguate a quanti di noi entrano nell’ultima fase della propria vita.

Quello che dovrebbe risultare chiaro a ogni osservatore politico è che oggi abbiamo un presidente e un Congresso repubblicani che, su ogni questione, fanno l’opposto di quanto vuole il popolo americano. È davvero una follia. La maggior parte degli americani vuole assistenza sanitaria per tutti. I repubblicani vogliono lasciare trentadue milioni di persone senza l’assistenza che hanno al momento.

Il popolo americano vuole che le grandi e profittevoli aziende comincino a pagare la loro giusta quota di tasse. I repubblicani hanno dato enormi sgravi fiscali ai miliardari e alle grandi aziende. Il popolo americano vuole aumentare il salario minimo a un livello che permetta di vivere. I repubblicani vogliono mantenerlo a 7,25 dollari l’ora o abolire completamente il concetto di salario minimo. Il popolo americano vuole che le università e i college pubblici siano gratuiti. I repubblicani vogliono tagliare le borse di studio federali, rendendo i college persino più costosi.

Il popolo americano vuole espandere i benefit della previdenza sociale. I repubblicani vogliono tagliarli. Il popolo americano vuole proteggere il diritto di scelta delle donne sull’aborto. I repubblicani vogliono un giudice della Corte Suprema che neghi questo diritto. Il popolo americano vuole affrontare il cambiamento climatico, tagliare le emissioni di carbonio e passare all’energia sostenibile. I repubblicani fanno gli interessi dell’industria dei combustibili fossili.

Gli americani vogliono legislazione di buon senso sul possesso di armi. I repubblicani offrono solo la loro vicinanza e le loro preghiere alle vittime delle sparatorie.

La rivoluzione politica si batte per l’idea, non così radicale, che il governo dovrebbe rappresentare tutte e tutti, e non solo i ricchi e potenti interessi particolari. Quell’obiettivo non sarà raggiunto a meno che noi non rivitalizziamo la democrazia americana portando milioni di persone in più nel processo politico. Come possiamo vedere dalla situazione attuale a Washington, non possiamo aspettarci che il governo attui delle politiche che rappresentino i lavoratori se i lavoratori non votano, non si impegnano in politica, non si battono per i propri diritti.

Una delle grandi battaglie in cui dobbiamo impegnarci è fare il possibile per aumentare l’affluenza al voto, specialmente tra i più giovani e i meno abbienti, perché più gente vota, più vincono i progressisti.

Chiaramente, i miei colleghi della destra repubblicana comprendono questa realtà tanto quanto me. Ecco perché hanno spinto la Corte Suprema ad abrogare parti sostanziali del Voting Rights Act del 1965, ed ecco perché i rappresentanti statali dei repubblicani cercano il più possibile di reprimere il voto – rendendo più difficile votare per i poveri, le persone di colore e i giovani. Invece di volere che più persone si impegnino nella nostra democrazia, il loro intero lavoro di riforma del voto serve a far votare meno persone. Ditemi se questa non è codardia politica.

Il nostro compito non è solo opporci alla repressione del voto e al disegno dei collegi elettorali volto a favorire i repubblicani che stanno minando la nostra democrazia. Dobbiamo andare verso la registrazione al voto universale. Chiunque abbia compiuto diciotto anni e sia un cittadino americano deve essere automaticamente registrato e deve poter votare. Fine della discussione. A nessuno Stato può essere concesso di negare questo diritto basilare. Dobbiamo anche rendere più facile per le persone recarsi alle urne, spostando il giorno delle elezioni durante il weekend e aumentando le possibilità di voto anticipato. E dobbiamo porre fine allo scandalo di milioni di persone a cui è negato il diritto di voto anche dopo che hanno scontato la loro pena, per lo più si tratta di persone di colore. Dobbiamo batterci perché negli Stati Uniti ci sia una delle affluenze più alte del mondo, non una delle più basse.

Negli Stati Uniti, l’essenza della nostra democrazia deve essere “una testa, un voto” – non deve dipendere da quanti soldi si abbiano. Ai miliardari non dovrebbe essere concesso di comprare le elezioni. I candidati dovrebbero vincere le elezioni in base alle loro idee e alla loro personalità, non in base alle dimensioni del patrimonio dei loro sostenitori. L’attuale sistema di finanziamento è corrotto, e la maggior parte degli americani, indipendentemente dalle proprie vedute politiche, lo sa. Il costo delle campagne aumenta sempre di più, e vediamo sempre più persone che si candidano “auto-finanziandosi”. Multimilionari e miliardari che si candidano a presidente, che corrono per il Senato, per la Camera, o per il governatorato. E i candidati che non sono essi stessi ricchi sono sempre più dipendenti dai comitati elettorali finanziati dai molto ricchi.

L’influenza del denaro nelle elezioni ha sempre avuto un impatto negativo sulla nostra democrazia. Ora le cose sono peggiorate. La disastrosa sentenza di maggioranza Citizen United va rovesciata, e dobbiamo passare a un sistema di finanziamento pubblico. Non possiamo permettere a una manciata di persone molto ricche di spendere cifre illimitate di denaro per eleggere chi protegge i loro interessi.

Negli ultimi due anni, Our Revolution, un certo numero di organizzazioni progressiste e io abbiamo lavorato molto duramente per eleggere candidati progressisti in tutto il Paese. L’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez al Congresso ha attirato molta attenzione, ma lei non è certo l’unica vittoria che abbiamo ottenuto al Congresso. Oltre ad Alexandria, sono stati eletti nel 2018 anche forti progressisti come Rashida Tlaib, in Michigan, e Chuy García, in Illinois. Si uniranno a Pramila Jayapal, di Washington, e Nanette Diaz Barragán, della California, elette nel 2016 con il forte sostegno della comunità progressista.

Nel 2018 abbiamo anche raggiunto risultati straordinari nelle corse per il governatorato. Stacey Abrams, della Georgia, è stata a un passo dall’essere non solo la prima governatrice democratica della Georgia in sedici anni, ma anche la prima donna nera a diventare governatrice di uno Stato. Ben Jealous, del Maryland, alla sua prima candidatura, ha scioccato l’intero establishment democratico del suo Stato vincendo le primarie con una campagna dal basso. Anche lui ha mancato di poco l’elezione a governatore. Infine, Andrew Gillum ha fatto scalpore in Florida sconfiggendo un miliardario e tre multimilionari alle primarie democratiche per il ruolo di governatore.

In Pennsylvania, i progressisti hanno fatto un altro colpo vincendo le primarie per vice-governatore con John Fetterman, sindaco di Braddock. John è poi diventato vice-governatore e uno dei leader politici dello Stato. La verità è, comunque, che se pure il movimento progressista ha avuto buoni successi a livello congressuale e governatoriale, i nostri migliori risultati sono arrivati a livello locale. Grazie a tanto duro lavoro, Our Revolution ha aperto oltre seicento sezioni, in quasi tutti gli Stati del Paese, e ha portato centinaia di migliaia di nuove persone nel processo politico. Da un capo all’altro del Paese, incluse le zone più conservatrici, solidi progressisti hanno vinto decine e decine di corse per consigli scolastici, consigli comunali, consigli di contea, parlamenti statali e altre cariche locali.

Giovani, lavoratori, donne, persone di colore, membri della comunità Lgbt, persone che pochi anni fa non avrebbero mai pensato di impegnarsi nella politica elettorale, ora si stanno candidando – e stanno vincendo. Stanno cadendo barriere politiche che non verranno più alzate. La rivitalizzazione della democrazia americana è una cosa meravigliosa a vedersi ed è fondamentale per creare un futuro migliore per il nostro Paese.

Il popolo americano vuole proteggere il diritto di scelta delle donne sull’aborto

Il vero cambiamento e la lotta per la giustizia cominciano sempre a livello popolare. Il vero cambiamento accade quando la gente comune comincia a mettere in discussione lo status quo e si domanda: Perché no? Perché non possiamo creare una società migliore? Perché non possiamo vivere in un mondo di giustizia economica, sociale, razziale e ambientale? E, a un livello senza precedenti nella storia moderna del nostro Paese, questo è esattamente ciò che sta avvenendo.

Quando ho scritto questo libro, le fondamentali elezioni di medio termine avrebbero avuto luogo nei due mesi successivi.

Come chiunque altro, non avevo idea di quale sarebbe stato il risultato. I democratici avrebbero conquistato la maggioranza al Senato? Era possibile, ma dato l’alto numero di seggi da difendere, sarebbe stato difficile. Sarebbero riusciti i democratici a conquistare la maggioranza alla Camera, nonostante il disegno dei collegi a loro sfavorevole? Le possibilità erano buone. Indipendentemente dall’esito delle elezioni, una cosa la sapevo, e la so.

So che viviamo in un momento cruciale nella storia americana. È un momento in cui milioni di americani sono stati lasciati indietro in un’economia in mutamento e molti di loro vivono nella disperazione. In mezzo a enormi ricchezze, gli stipendi che guadagnano non permettono loro di vivere. Nonostante la tecnologia medica stia ottenendo risultati inimmaginabili, la loro assistenza sanitaria è inadeguata, quando non inesistente. In un momento in cui i lavori ben pagati richiedono alti livelli di istruzione, i loro figli non possono permettersi di andare al college.

Questi americani credono, giustamente, che gran parte dell’establishment politico e mediatico li ignori e, per molti versi, li disprezzi. I già molto ricchi diventano ancora più ricchi, e a nessuno importa molto di loro.

Il nostro compito, nei prossimi mesi, nei prossimi anni, e nel futuro, è di batterci perché la democrazia in America sia viva, vibrante, che infonda messaggi d’amore, di speranza e di prosperità. Mentre Trump e i suoi alleati vogliono fomentare l’odio e la divisione – basata sul colore della nostra pelle, sulla nostra nazione d’origine, la nostra religione, il nostro orientamento sessuale – noi dobbiamo unire le persone. Mentre Trump e i suoi alleati portano avanti politiche a beneficio dei ricchi e dei potenti, il nostro compito è di schierarci con i lavoratori e creare una nazione in cui tutti gli americani possano vivere in dignità e in sicurezza.

La monumentale sfida in cui siamo impegnati oggi non riguarda solo le nostre vite e la nostra generazione. Riguarda il tipo di mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti. Rispetto al cambiamento climatico, si tratta di capire se il pianeta che lasceremo loro sarà almeno sano e abitabile.

Non è il momento di disperare. Non è il momento di deprimersi. È il momento di farsi avanti e lottare. Unitevi a noi.

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