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Il clima nel portafogli
24 Maggio Mag 2019 0600 24 maggio 2019

Non solo hamburger: se volete salvare il pianeta, mettete meno avocado sui vostri toast

La società svedese Doconomy ha realizzato la prima carta di credito che registra le emissioni prodotte dai nostri acquisti. Ogni cosa che compriamo ha un impatto, a partire dal cibo. E non vale solo per i carnivori: anche i vegani hanno le loro colpe

Avocado Linkiesta
(Pixabay)

L’idea arriva da una società fintech svedese, Doconomy. La prima ad aver realizzato una carta di credito, DoBlack, che non ha un limite massimo di spesa, bensì di emissioni di anidride carbonica prodotte con i nostri acquisti. Doblack tiene il conto dell’impatto ambientale ogni volta che compriamo qualcosa. E oltre una certa soglia, ci blocca. Dagli avocado alle bistecche, dalle banane agli snack, fino ai viaggi in aereo e ai rifornimenti di benzina, non solo i carnivori, anche vegetariani e vegani scopriranno così di inquinare molto più di quanto pensassero.

Basta scaricare la app Do per vedere rendicontata, con l’uso dell’Aland Index, la nostra impronta di carbonio sul pianeta ogni volta che facciamo shopping. Una volta raggiunto il limite massimo di emissioni, in linea con gli obiettivi di dimezzamento per ciascun Paese entro il 2030, la carta ce lo ricorderà. Anzi, se si sceglie la versione più “rigida” (DoBlack), gli acquisti verranno addirittura bloccati. Realizzate in collaborazione con MasterCard e con il segretariato della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, le carte di credito – che saranno in commercio dall’estate 2019 – sono fatte di materiali di origine biologica, senza striscia magnetica e stampate con Air-Ink, un inchiostro realizzato con la fuliggine di carbone prodotta dallo scarico delle automobili.

«Limitare la possibilità di eseguire transazioni è una scelta estrema. Ma è la soluzione più chiara per illustrare la gravità della situazione in cui ci troviamo», ha spiegato Johan Pihl, tra i fondatori di Doconomy. «Dobbiamo affrontare il modo in cui i consumi impattano sul nostro pianeta».

Dobbiamo affrontare il modo in cui i consumi impattano sul nostro pianeta

Johan Pihl

Ogni cosa che mettiamo nel carrello, insomma, ha un impatto sul pianeta. A partire proprio da quello che mangiamo. Secondo un recente rapporto della rivista medica Lancet commissionato da Eat Forum, la produzione alimentare è «la più grande causa di cambiamento ambientale globale». E con la popolazione mondiale in continua crescita, è «il principale fattore di degrado ambientale». Tant’è che un gruppo di 37 esperti (di 16 Pesi diversi) nei settori del cambiamento climatico, dell’alimentazione e dell’agricoltura hanno realizzato la “planetary health diet, che non solo fa bene alla salute degli individui ma anche a quella del pianeta. E, a sorpresa, c’è spazio anche per i carnivori.

Fermo restando che ridurre la quantità di carne consumata resta il miglior regalo che possiamo al pianeta, non sempre tutto ciò che è verde e vegetale è sinonimo di ecologico. Insomma, non basta esser vegani per ritenersi esenti da colpe. Anzi. Tra i principali indiziati, c’è l’avocado, il superfood di Instagram, che non a caso molti bar ambientalisti in giro per il mondo hanno eliminato dai propri menù. La produzione globale di avocado è più che raddoppiata dal 1993. E solo in Italia, il consumo è passato dalle 3.600 tonnellate del 2007 alle oltre 13mila del 2016 (+261%).

Secondo il calcolatore messo a punto dalla Bbc, consumando metà frutto 1 o 2 volte a settimana, in un anno si producono 15 chili di emissioni di gas serra, l’equivalente di 64 chilometri percorsi in macchina. Ma il principale problema è che l’avocado richiede molta acqua per crescere, fino a cento litri per un solo frutto. Mangiandolo un paio di volte a settimana, è come se mandassimo a vuoto 54 docce della durata di otto minuti. Due o tre volte più di quanto ne richiedano le patate. Senza dimenticare i costi ambientali del trasporto: secondo la stima di Foodmiles.com, in media un avocado percorre oltre 7mila chilometri prima di finire sui nostri toast. E lo stesso vale per tutti i frutti esotici: il costo, in termini ambientali, per fare arrivare sulle nostre tavole banane, manghi, papaya e ananas è altissimo. I nutrizionisti predilogono i frutti esotici che arrivano per via aerea, perché la frutta che arriva via nave deve essere raccolta acerba per poter sopportare un viaggio che dura mediamente 15-20 giorni. Ma il livello di inquinamento tra navi e aerei è più o meno simile.

Un solo avocado per crescere richiede fino a cento litri di acqua: mangiandolo un paio di volte a settimana è come se mandassimo a vuoto 54 docce della durata di otto minuti

In seconda posizione, tra le verdure con maggiore impatto, ci sono i pomodori: consumandone uno, dalle tre alle cinque volte a settimana, in un anno produciamo 34 chilogrammi di emissioni, pari a 143 chilometri percorsi in macchina, con un fabbisogno di acqua pari a 94 docce di otto minuti. Peggio ancora per le sempre più diffuse bacche salutiste: le docce equivalenti sono 107, pari a 6.982 litri d’acqua consumati. Senza dimenticare, i danni che monocolture crescenti come la quinoa, gli anacardi o la soia stanno provocando in alcune parti del pianeta. Che spesso sono anche le più povere.

Cibo salutare non vuol dire, insomma, che lo sia anche per la salute dell’ambiente. Persino l’innocuo tofu, alla base dell’alimentazione di molti vegani e vegetariani, ha la sua impronta di carbonio, maggiore rispetto ai legumi. Consumandone 100 grammi per una o due volte a settimana, alla fine dell’anno avremo prodotto 12 chilogrammi di emissioni di gas serra. Certo, bisogna precisare, sempre molto meno delle bistecche di carne e del pesce. Consumare un hamburger di manzo uno o due volte a settimana per un anno produce 604 chili di emissioni totali, pari a quelle prodotte da un volo da Londra o a Malaga. Nel caso del pesce, invece, le emissioni prodotte in un anno equivalgono a 146 chilogrammi. Senza dimenticare il latte: un bicchiere al giorno a colazione a fine anno ha un impatto di 230 chilogrammi di emissioni. Il latte di soia, per fare un confronto, ne produce meno di un terzo.

Se i carnivori, quindi, hanno le maggiori colpe da espiare in termini di cambiamento climatico, vegani e vegetariani non ne sono esenti. Forse anche per questo, la carta DoBlack, oltre a dirci quanto inquiniamo, ci informa anche sui progetti di compensazione climatica certificati dall’Onu a cui si può aderire. Uno strumento simile, era stato messo a punto l’anno scorso dalla catena americana di gelati Ben & Jerry’s, che aveva lanciato in alcuni negozi un sistema per consentire ai clienti di compensare il costo del carbonio di ciascun cono. Per ciascuna vaschetta, il calcolo delle emissioni prodotte dagli ingredienti, dalla produzione al trasporto fino alla vendita, era di 0,9 di carbonio, circa l’equivalente di un’automobile che percorre 3,2 chilometri.

Un po’ come fanno oggi molte compagnie aeree, consapevoli dell’inquinamento prodotto dai loro voli, offrendo ai passeggeri la possibilità di pagare un extra per coprire le emissioni di carbonio. Un sistema che, però, ha i suoi limiti. Non ultimo, il fatto che la gente si sente meno in colpa per azioni che danneggiano comunque il pianeta e contribuiscono al cambiamento climatico. Per chi davvero voglia contribuire a combattere il surriscaldamento globale, basta prendere il treno. O mangiare qualche avocado o gelato in meno.

Persino l’innocuo tofu, alla base dell’alimentazione di molti vegani e vegetariani, ha la sua impronta di carbonio, maggiore rispetto ai legumi

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