Ho taciuto ostinatamente per un’intera settimana. Non ho detto nulla quando Elly Schlein, dopo lunga vacanza, non sapendo che dire, ha buttato lì la proposta della patrimoniale, senza nemmeno sforzarsi di precisare esattamente contro chi e per fare cosa. Non ho detto niente quando, il giorno dopo o forse già il giorno stesso, com’era ovvio, i suoi più furbi alleati e concorrenti si sono affrettati a dire che per loro non se ne parlava neanche. Non ho detto niente quando, tre o quattro giorni dopo, Schlein ha cominciato la prevedibile ritirata, biascicando che comunque non era nel programma della coalizione (messaggio neanche tanto subliminale all’elettorato: sì, l’ho detto, ma di che vi preoccupate, tanto mica conto qualcosa). Non ho detto niente per giorni, mentre i quotidiani della destra ci riempivano le prime pagine, augurandomi che un asteroide, un’invasione aliena, un cataclisma di qualsiasi genere distraessero finalmente l’opinione pubblica e deviassero il dibattito. Non ho detto niente di niente fino a ieri, quando ho ascoltato Giorgia Meloni ribattere gongolante, davanti alla platea di Confcommercio (e dove se no?), che «altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo, un patrimonio». Ho resistito finché ho potuto.
Personalmente, intendiamoci, non sono affatto contrario alla patrimoniale. Quello che mi fa impazzire è che buttarla lì così, senza chiarire chi (e quanto) ci rimetterebbe, né chi da una simile manovra trarrebbe beneficio, significa spaventare il novantanove virgola nove per cento dell’elettorato per eccitare lo zero virgola uno, che si esalta al solo sentire la parola (se è una strategia di tipo para-maoista per consolidare la propria leadership, magari in vista delle primarie, complimenti per la lungimiranza).
C’è però in questa mossa qualcosa di ancora più incredibile, ed è che tutto questo – la dichiarazione in termini vaghi e autolesionistici, l’immediata sconfessione da parte degli alleati, la ritirata ignominiosa tra i fischi del pubblico e l’esultanza degli avversari – è già accaduto, pari pari, appena otto mesi fa. Tanto è vero che sulla Linea del 12 novembre 2025, come potete constatare, avevo già commentato l’intera tarantella del «maldestro e autolesionistico rilancio della patrimoniale», un caso di «purissimo feticismo lessicale che non ha niente a che vedere con la realtà, e sembra fatto apposta per squalificare sia la proposta in sé sia i proponenti (non per niente Conte, che di tutto il gruppo è decisamente il più furbo, ne ha subito approfittato per prendere le distanze e distinguersi da Pd e Avs)». Siamo sempre lì. E io infatti continuo a pensare che una tassa patrimoniale coi fiocchi ce l’avevamo, si chiamava Imu, messa da Mario Monti e tolta dal Pd, ma ovviamente dire tassa sulla prima casa, evocando addirittura Monti, non raccoglierebbe nemmeno un applauso in nessuna assemblea di istituto, apericena impegnato o dibattito post-cineforum. E certo non sarebbe un grande slogan per la campagna elettorale, anche per le ragioni spiegate da Guia Soncini, e cioè che «siamo una repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti», le quali «hanno comprato come seconda casa quella in cui i nipoti andranno a vivere».
Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è non avere niente da dire su niente, mai, e pensare che dire «patrimoniale» ti farà comunque prendere gli applausi delle persone con cui vai a cena. Ecco qual è il problema: il feticismo lessicale, che è l’altra faccia dell’assoluto vuoto di idee e convinzioni. Il problema è che il Pd di Schlein è un partito che fa solo battaglie simboliche, guidato da dirigenti che parlano solo a quelli che condividono il loro stesso gergo, i loro stessi tic linguistici e ideologici, che pensano di andare alle elezioni, in Italia, scrivendo sulla propria bandiera «Patrimonalə», con la schwa.
Chi può, faccia qualcosa. Meloni non merita un simile regalo.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.