cura del futuro
8 Luglio Lug 2019 0600 08 luglio 2019

La rivoluzione della medicina? È alle porte: ma Big Data e intelligenza artificiale non basteranno

Più efficienza per il sistema sanitario, ma anche una maggiore responsabilizzazione dei pazienti: l’approccio tecnologico sarà inevitabile, ma servirà sperimentare nuove idee per interfacciare i dottori, il tech e il malato

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da Max Pixel

Enormi quantità di capitale di rischio – parliamo di 8,1 miliardi di dollari nel 2018 – sono stati spesi nelle start-up digitali in ambito sanità con la premessa che l’assistenza sanitaria è matura per un cambio di paradigma. Si tratta di una narrazione ragionevole. Difatti i primi successi che vanno dal settore assicurativo – Oscar e Bright – alla gestione delle malattie croniche – Omada e Livongo – stanno alimentando ulteriori investimenti e speranze. C’è un però.

La letteratura ci indica che il problema del sistema sanitario non è la mancanza di dati, bensì il cambiamento comportamentale di milioni di pazienti e medici. I comportamenti dei medici, dalle procedure dell’esame clinico alle prescrizioni farmacologiche e altri trattamenti, sono responsabili dell’80% dei costi dell’assistenza sanitaria negli Usa. Allo stesso modo, i comportamenti dei pazienti, tra cui scorrette abitudini alimentari, assenza di attività fisica, abitudine al fumo, eccessivo consumo di alcol e la non aderenza al trattamento farmacologico, influenzano più della metà dello sviluppo delle malattie croniche.

Ecco quindi che un focus esclusivo sui dati e la loro analisi distrarrà il sistema sanitario da ciò che è necessario fare per raggiungere la trasformazione dell’assistenza sanitaria, ovvero un significativo cambiamento del comportamento umano.

«La premessa che le previsioni basate sull’intelligenza artificiale più accurate e sfumate possano essere trasformative sembra plausibile – spiega Nicola Marino, esperto del settore con periodo di formazione in intelligenza artificiale e big data alla Harvard Medical School e fondatore della startup Intech (Innovative Training Technologies – che sta per “Tecnologie di formazione innovative”) – anche se questa premessa è probabilmente sbagliata».

La letteratura ci indica che il problema del sistema sanitario non è la mancanza di dati, bensì il cambiamento comportamentale di milioni di pazienti e medici

Perché? «Per 30 anni – continua lui – i medici hanno provato varie strategie per convertire le prove scientifiche sulle migliori abitudini in cambiamenti comportamentali. Per i clinici, l’attenzione si è concentrata sull’istruzione, sulle linee guida pratiche, sui percorsi assistenziali, sulla trasparenza e sugli incentivi, con scarsi risultati. Una volta emersa l’era dei computer e la cartella clinica elettronica, queste strategie sono diventate digitali e hanno assunto la forma di allarmi, chiamate automatiche e segnalazioni. Tuttavia, nuovi problemi, come l’affaticamento e la frustrazione dei clinici, hanno chiarito come sia improbabile che le soluzioni semplicistiche abbiano successo».

Per essere più chiari? «Si consideri il grande problema della scarsa aderenza al trattamento farmacologico. Solo al 70% circa di tutte le prescrizioni si sussegue il ritiro del farmaco e di quelli che vengono ritirati solo il 70% circa vengono presi correttamente per l’intero corso del trattamento. Quindi, la metà delle persone non è aderente ai farmaci e il tasso di aderenza è ancora più basso per i pazienti con condizioni croniche con polifarmacia. In tal caso analizzare i dati per identificare pazienti non aderenti o, meglio ancora, usare l’intelligenza artificiale per prevedere quali pazienti sono probabilmente non aderenti e trasmettere tali informazioni all’equipe medica sembra sorprendentemente utile, ma è improbabile che riduca sostanzialmente la non aderenza in maniera diretta. In sostanza, la medicina ha bisogno di cambiare il modo in cui i medici interagiscono con i pazienti per indurre un cambiamento virtuoso delle loro abitudini. È improbabile che approcci tecnologici semplici risolveranno problemi complessi».

La vera sfida è capire come modificare efficacemente le routine dei pazienti e il flusso di lavoro di medici e operatori sanitari

In questo senso gli esseri umani non sono macchine ma creature fatte di abitudini mentali e fisiche. Cambiare quelle abitudini richiede impegno e intenzionalità, quindi energia e conoscenze. Questo è il motivo per cui l’80% delle promesse di Capodanno non durano fino a febbraio!

La sfida fondamentale per il sistema sanitario è capire come modificare efficacemente le routine dei pazienti e il flusso di lavoro di medici e operatori sanitari, nonché assicurare che questi cambiamenti siano incorporati nella cultura del sistema.

L’intelligenza artificiale può avere certamente un ruolo importante, ma non sarà esclusivamente attraverso previsioni migliori che si otterranno cambiamenti drastici e migliorativi. Invece l’attenzione deve essere sul “braccio effettore dell’intelligenza artificiale”. Ossia l’uomo che combina attentamente i dati con l’economia comportamentale e altri approcci per supportare tali cambiamenti.

Il processo sarà interattivo e disordinato, avrà luogo negli ospedali e negli ambulatori medici, non nella Silicon Valley, anche se è probabile che richieda partnership tra aziende tecnologiche e organizzazioni di assistenza sanitaria. La progettazione e l’implementazione di bracci effettori che inducono un significativo cambiamento del comportamento saranno la chiave per il passaggio dalla fase di “montatura e marketing” a quella in cui si contribuirà ad apportare miglioramenti significativi alla salute delle persone e all’assistenza sanitaria. Per una umanità sempre più consapevole della sua grandezza ma anche della sua fragilità.

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