Il caso "Mattei"
8 Luglio Lug 2019 1008 08 luglio 2019

La differenza tra Salvini e Renzi? Il Capitano durerà di più, perché ha un’opposizione pavida e debole

Come fece Matteo Renzi, anche Salvini si sta avvicinando alla fatidica soglia del 40 per cento. La differenza tra l’uno e l’altro, però, si gioca, oltre che sui contenuti, sulla comunicazione. Quella che sconfisse il primo e che sta incoronando il secondo. La sinistra non lo dimentichi

Salvini Renzi_Linkiesta
elaborazione su foto di EMMANUEL DUNAND / AFP e GABRIEL BOUYS / AFP

Non allarmatevi. Non stiamo per aprire un nuovo capitolo sulla misteriosa morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni precipitato con il suo aereo nel 1962, ma per provare a comprendere il destino, per fortuna meno tragico, dei due “Mattei” della politica italiana.

Il primo è il Matteo del Pd, che aveva davanti a sé un’autostrada di potere, che ha raggiunto il 40 per cento alle elezioni europee e che ha dilapidato un patrimonio di consensi per non avere letto la storia universale dei referendum, persi persino da personaggi come Churchill e De Gaulle, e più recentemente Chirac. Uno spreco per il Paese, che ha mancato la grande occasione di una stagione finalmente riformatrice e progressista.

Il secondo Matteo, quello della Lega (ma anche ministro degli Interni, ma anche vice premier, ma anche maggiore azionista del governo, ma anche europarlamentare, ma anche poliziotto e, nelle intenzioni, anche ammiraglio di marina) ha superato il 30 alle europee, ha guadagnato punti nelle ultime settimane di sbarchi e porti bloccati e, secondo l’ultimo sondaggio, sarebbe vicino, come il Matteo del Pd, alla fatidica soglia del 40 per cento. Un dato che garantirebbe mani libere sul governo, la continuità della legislatura, una seria ipoteca sulla prossima elezione del presidente della Repubblica.

I grillini possono soltanto abbozzare e digerire offese e stravolgimento della loro piattaforma politica, pena il suicidio delle elezioni anticipate. E Forza Italia è prossima all’estinzione/scissione.

La conquista e la genesi di queste percentuali hanno però fondamenti diversi. Renzi vinse le elezioni allargando al centro la base di consenso, ma perdendo voti a sinistra e alimentando la base grillina. Governò con una forza parlamentare meno ampia, decimata dalle liti a sinistra, contro un’opposizione decisamente più agguerrita e dovendo fare i conti, infine, con l’intellighenzia critica - economisti, intellettuali, giornalisti, giuristi, sindacalisti - che fin dall’inizio lo consideravano un corpo estraneo, uno fuori dal coro e, a ben vedere, un provinciale anti-establishment che pure tentava di accreditarsi presso banchieri e industriali. Basti ricordare lo schieramento ad arco costituzionale - da Monti alla Camusso - che si formò per il No alla riforma della Costituzione e all’abolizione del Senato.

Nel “caso Mattei” della politica si tratta di capire quanto sia reale o volatile per entrambi il 40 per cento conquistato o conquistabile

Salvini ha conquistato tutta la destra e drena il centro destra berlusconiano, ha dalla sua buona parte della piccola e media imprenditoria del nord, pesca consenso al sud agitando le bandiere dell’italianità e della sicurezza, ha trasformato in una sorta di orgogliosa resistenza le frustrazioni e le percezioni negative del Paese : ancora grande e civile nella realtà, ma pericolosamente dedito al vittimismo e all’autodenigrazione. Un Paese le cui classi sociali più deboli e più anziane vivono globalizzazione e sistemi sovranazionali come una sorta di colonizzazione e una minaccia dell’identità e delle tradizioni, fino ad accarezzare l’idea di un’autarchia finanziaria, produttiva e persino alimentare. Siamo passati velocemente dalla gazzosa e dall’ampolla sacra del Po di Bossi alle felpe scioviniste del “capitano”.

Nel “caso Mattei” della politica si tratta di capire quanto sia reale o volatile per entrambi il 40 per cento conquistato o conquistabile. Per il Matteo del PD, la volatilità fa parte ormai della storia, mentre il successo e la sconfitta sono ancora oggetto di dibattito: la scalata fu sostanza o accidente? Bastano gli errori di casting e di strategia e l’egocentrismo del referendum a giustificare una così repentina e fragorosa caduta? O ha fondamento la tesi che gli italiani si siano velocemente illusi e si siano altrettanto velocemente delusi? Potrebbero disilludersi ancora e altrettanto velocemente?

Salvini, a differenza di Renzi, ha guadagnato consensi senza una macchina di partito alle spalle, ma quasi esclusivamente sulla sua persona e sulla sua proposta politica. Proposta politica che, comunque la si voglia giudicare, tocca i nervi scoperti della società italiana, offre risposte immediate alle paure del presente, in particolare la questione immigrazione. Possiamo denunciare e condannare all’infinito l’arroganza, le offese al buon senso, gli attacchi alla magistratura, l’indifferenza verso drammi umani terribili, l’insofferenza il diritto umanitario, i rischi cui espone il Paese in Europa e sulla scena internazionale, le proposte politiche e di ordine pubblico vendute un tanto al chilo senza peraltro risultati attendibili. Ma è ingenuo non vedere che ogni sbarco e ogni provocazione si tramuta in una crescita di consensi, quasi che, se non fosse un’assurdità, viene da pensare che le Ong lavorino per il re di Prussia.

Dai tempi di Alessandro Magno non si ritiene pericoloso per la società un gruppo di leoni guidati da una pecora, ma un esercito di pecore guidate da un leone

È corretto, ma non confortante, rilevare quanto il potere conquistato sia anche il risultato di una gigantesca bolla mediatica alimentata consapevolmente o inconsapevolmente da giornali e televisioni e dalla sua personale macchina propagandistica che, attraverso tweet e selfie, manovra a piacimento l’attenzione dei cittadini/elettori. Dovremmo chiederci, prima o poi, quanto pesino - nella crescita del “capitano” - la metamorfosi culturale del ventennio berlusconiano, la responsabilità di talk show violenti e confusi nella sovrapposizione di insulti e urla, di programmi trash o falsamente buonisti e lacrimosi, l’influenza di quanti hanno alimentato la percezione di un Paese in cui tutto va comunque e sempre malissimo, sempre e comunque per colpa di “quelli che stanno su”.

È amaro, ma è utile rilevarlo, che a volte i più irriducibili avversari si rivelano i migliori nemici, proprio per le reazioni a catena e la valanga di insulti e sarcasmo che provocano in rete. C’è in Salvini una sorta di perverso compiacimento nel ricevere attacchi che può rintuzzare con toni sprezzanti e battute da bar che diventano musica per la sua base elettorale quando ci sono di mezzo intellettuali, volontari, comunisti, ecologisti, magistrati, giornalisti e insomma tutti coloro che oggi osano fare qualche richiamo alle tradizioni di solidarietà e civilità del diritto del nostro Paese.

È triste constatare il silenzio di parte della classe dirigente, la propensione a saltare sul carro del vincitore, la timidezza di chi avrebbe reale potere di reagire, compresi ottimi sindaci e governatori leghisti, tanto più che una parte delle proposte sono oggettivamente dannose per un‘ imprenditoria che vuole stare in Europa e nel mondo. Dai tempi di Alessandro Magno, la citazione gli appartiene, non si ritiene pericoloso per la società un gruppo di leoni guidati da una pecora, ma un esercito di pecore guidate da un leone. Quanto a conformismo e voltagabbana, l’Italia è specialista del genere.

Un’opposizione e una sinistra che vogliano ancora chiamarsi con questo nome e che abbiano a cuore gli intessi del Paese dovrebbero cambiare registro e farlo in fretta

La differenza fra i due “Mattei” consiste proprio in questa deriva culturale e morale che può rendere meno volatile e meno effimero il consenso al Matteo leghista.

Un’opposizione e una sinistra che vogliano ancora chiamarsi con questo nome e che abbiano a cuore gli intessi del Paese dovrebbero cambiare registro e farlo in fretta. Non è solo questione di programmi, leadership e unità delle forze. Basterebbe almeno ingaggiare la battaglia della comunicazione. Basterebbe decidere fino in fondo da che parte stare - senza se e senza ma - sulle grandi questioni civili, economiche, di diritti alla persona, di collocazione internazionale, di principi etici, di laicità dello Stato, di ruolo della cultura e della scienza. Altrimenti si rischia di inseguire i problemi nella narrazione salviniana, anziché scardinare la falsa percezione degli stessi e delle soluzioni proposte dal “capitano”.

E non basta dirlo sottovoce nei salotti e nelle assemblee a porte chiuse, ma forte e chiaro anche nelle piazze, nei luoghi di lavoro, negli spazi di comunicazione per fortuna ancora liberi.

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