Lo scisma
26 Luglio Lug 2019 0600 26 luglio 2019

“Che se li prenda il Vaticano”: ecco perché la questione migranti rischia di spaccare la Chiesa

Nonostante la presa di posizione di Francesco a favore dell’accoglienza sia del tutto coerente con il dettato evangelico, sono sempre di più i cattolici che esprimono il loro dissenso, scollandosi dalla Chiesa e dai suoi rappresentanti. Le conseguenze di questa divisione possono essere gravissime

papa
Tiziana FABI / AFP

Bianco Padre che da Roma / ci sei meta luce e guida / in ciascun di noi confida, / su noi tutti puoi contar. Siamo arditi della fede, / Siamo araldi della Croce, / al tuo cenno alla tua voce, / un esercito all'altar.

Così recitava l’inno dell’Azione Cattolica che molti di noi ricordano di aver cantato da bambini, a squarciagola. L’autore di questi versi è sconosciuto, ma nessuno si è mai preoccupato veramente di rintracciarne la paternità. Quello che l’ardore di quelle parole esprimeva era un comune sentire così diffuso tra i cattolici che si poteva quasi intendere quell’inno una composizione “collettiva”; c’era solo stato qualcuno che aveva messo su carta quello che ciascuno credeva fermamente.

Se c’è stato finora un carattere distintivo della Chiesa cattolica, infatti, è certamente da rinvenirsi nell’unità di intenti tra il Soglio di Pietro e il Popolo di Dio. Tale alleanza aveva in passato più volte reso i cattolici non italiani invisi ai loro stessi governanti. I “papisti” (così li chiamavano con disprezzo i protestanti) erano pessimi cittadini che, di fronte alla scelta se ubbidire al Papa o all’Imperatore, avrebbero sempre e comunque scelto il primo.

Il Papa è da sempre avvolto da un’aura di sacralità che lo rende una figura sospesa tra cielo e terra. Fino a non molto tempo fa persino l’entrare in contatto con il suo corpo era mediato da una ritualità codificata. Addirittura, nel 1870, il Concilio Vaticano I stabilisce il dogma dell’infallibilità papale: quando “esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani”, in materia di dottrina intorno alla fede e ai costumi, il Papa non può essere in errore. E se è vero che i casi in cui si possa affermare con certezza che i pontefici siano ricorsi a questa prerogativa sono pochissimi (secondo qualcuno solo uno) è altrettanto vero che il magistero pontificio è stato da sempre considerato quasi (talvolta anche senza “quasi”) dotato della stessa autorevolezza delle Sacre Scritture nell’orientare l’agire e il credo dei cattolici.

Essere in disaccordo con il magistero petrino è sempre stato ovviamente possibile ma, finora, chi manifestava il proprio dissenso si collocava automaticamente ai margini della Chiesa

Per amore di verità dobbiamo dire che, specie in materia di etica sessuale, c’è in atto da tempo uno scollamento tra gli insegnamenti della Chiesa e la vita dei cattolici, tanto che qualcuno ha parlato di “scisma sommerso”. Tuttavia la scelta deliberata di non attenersi all’insegnamento della Chiesa per quel che riguarda l’utilizzo degli anticoncezionali o dei rapporti prematrimoniali (giusto per fare due esempi tra i più frequenti) specie da parte dei cattolici più assidui nella frequenza della Messa, è sempre stato vissuto con un certo senso di colpa. Non solo, ma, complice anche il pudore che comunque ancora accompagna la sfera in questione, non è certo consueto vedere cattolici praticanti inneggiare alla libertà di utilizzare il preservativo o alla possibilità di non arrivare vergini al matrimonio.

Essere in disaccordo con il magistero petrino è sempre stato ovviamente possibile ma, finora, chi manifestava il proprio dissenso si collocava automaticamente ai margini della Chiesa e, non di rado, usciva più o meno volontariamente dal “sacro recinto” (pensiamo a quanto accaduto con lo scisma dei Lefebvriani). Talvolta i dissenzienti erano invece rappresentati da un gruppo sparuto di fedeli che spesso era in polemica con la Chiesa perché riteneva quest’ultima meno radicale di quanto avrebbe dovuto nell’applicazione degli insegnamenti del Vangelo (pensiamo a quanto accaduto con le Comunità di base). Chi rimaneva dentro continuava a formare convinto il variegato “esercito all’altar” che non a caso, tra i fanti, annoverava i giovani che, regnante Giovanni Paolo II, si erano autodefiniti “Papa Boys”.

Questa unione naturalmente forte tra il Vicario di Cristo e il popolo dei fedeli mostra però oggi preoccupanti segni di cedimento e rischia di naufragare definitivamente intorno alla questione migranti. Quello che sta accadendo intorno a questo tema è un fatto assolutamente inedito nella storia della Chiesa e rappresenta un precedente della cui gravità gli stessi cattolici non sono pienamente consapevoli.

Siamo di fronte a un vero e proprio scisma, uno scisma forse inconscio ma non per questo meno grave, che avrà forti ripercussioni non solo sulla Chiesa di Francesco ma sull’organizzazione stessa che la Chiesa ha trovato lungo i secoli.

Ma – ci si chiederà – in che modo i “barconi” insidiano l’unità della Chiesa? Com’è noto, il tema “migranti” ha assunto da almeno due anni a questa parte una grande rilevanza all’interno del dibattito pubblico e dell’agenda dei media e, come sappiamo, il grande spauracchio dell’ “invasione” ha portato alla graduale ed esponenziale crescita di consensi verso la Lega ed il suo leader Salvini.

Di fronte alla crescita nel Paese di sentimenti di ostilità verso gli immigrati e all’aumentare di episodi di vero e proprio razzismo, il Papa ha agito nell’unico modo in cui un Papa avrebbe potuto fare: predicando l’accoglienza e la carità, secondo quanto insegnato dal Vangelo.

E qui il patto di fiducia degli italiani verso il “Papa venuto dalla fine del mondo” non solo si è incrinato ma ha cominciato a mostrare i segni visibili di una pericolosa frattura. Ci siamo dunque trovati di fronte a una situazione paradossale nella quale da un lato abbiamo un leader politico che impugna il Rosario e affida la sua azione di protezione dei “patri confini” al Cuore Immacolato di Maria, dall’altra abbiamo il Vicario di Cristo che in nome degli stessi valori professati dal primo predica l’esatto contrario. Da un lato c’è un cattolicesimo inteso come elemento identitario, fatto anche e soprattutto di usi e pratiche di devozione, dall’altro c’è il cristianesimo che ha al suo cuore la “caritas”, l’amore incondizionato verso l’altro, chiunque egli sia, senza “se” e senza “ma”.

Il paradosso sta nel fatto che molti cattolici abbiano cominciato a ritenere che abbia ragione il primo (Salvini) e torto l’altro (il Papa). La paura dell’uomo nero (perché di questo si tratta… episodi simili non sono stati registrati con l’arrivo dei cinesi o degli slavi) ha portato molti cattolici praticanti a rifiutare l’insegnamento e gli appelli di Francesco all’accoglienza e all’amore verso i più sfortunati. “Che li prenda in Vaticano” è il commento più letto sui social. Non solo ma il Papa ha cominciato a essere dipinto come nemico della Chiesa e (ci mancherebbe) dell’Italia, suscitando dovunque sentimenti di avversione e di contestazione, con l’immancabile corollario di esempi di Italiani in difficoltà verso i quali, secondo i leoni da tastiera, la Chiesa non muove nemmeno un dito.

Di fronte ai sentimenti di ostilità verso gli immigrati e all’aumentare di episodi di vero e proprio razzismo, il Papa ha agito nell’unico modo in cui un Papa avrebbe potuto fare: predicando l’accoglienza e la carità

È assolutamente emblematico dell’attuale situazione civile e sociale italiana il fatto che il larghissimo consenso verso uno dei papi più amati della storia recente e con il maggior livello di fiducia e simpatia anche tra i laici si sia infranto proprio sulla questione accoglienza che, per dirla tutta, dovrebbe invece costituire l’elemento fondante della fede cristiana (“ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito”…)

La diatriba tra un cattolicesimo identitario e un cattolicesimo vissuto “sine glossa” in realtà comincia da ben prima di Francesco e aveva trovato terreno fertile in alcuni elementi del magistero di Benedetto XVI (ricordate gli atei devoti?). Non a caso, dunque, oggi acquista nuova linfa e giustificazione proprio dalla situazione eccezionale della coesistenza di due papi: il papa regnante e il papa emerito. Molti cattolici si sentono liberi di ritenere in errore Francesco e appellarsi pacificamente al magistero di Benedetto XVI, poco importa poi che questo sia usato in maniera strumentale finendo per far dire al Papa emerito cose che magari non si sarebbe nemmeno sognato di pensare. Questi cattolici “pseudo-ratzingeriani” possono dunque continuare a frequentare con devozione la Messa e accostarsi alla comunione senza avvertire sulla coscienza il pungolo della disobbedienza e del peccato (a sbagliare è l’altro papa, l’impostore).

Il papa tedesco “antipatico” è diventato suo malgrado la star e il papa “argentino”, santificato sin dal giorno dopo il suo insediamento sul soglio di Pietro, si trova ora nella scomoda posizione del nemico della nazione. Sic transit gloria mundi… è proprio il caso di dirlo.

Dal canto loro molti parroci, onde evitare di esacerbare l’animo dei fedeli e di dare vita a dolorose fratture nelle comunità che guidano, hanno deciso di espungere totalmente i temi connessi all’immigrazione dalle loro omelie; per non parlare del silenzio che lentamente sta stendendo la sua ombra sulle missioni, da sempre punto identitario e di orgoglio della Chiesa.

Per i cattolici è assolutamente urgente chiedersi quali possano essere le conseguenze a lungo termine di una situazione di questo genere e quali ombre getti sul futuro della Chiesa l’accettare pacificamente che l’insegnamento del Papa non comporti alcun vincolo di natura morale e pratica per i fedeli.

C’è qualcuno che, appellandosi persino al contenuto di rivelazioni e apparizioni, indica in Francesco l’anticristo, l’ultimo papa. Non saranno forse gli stessi cattolici gli attori principali di una profezia che si autodetermina?

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