Intervista
12 Settembre Set 2019 0601 12 settembre 2019

Sandro Veronesi: “Quella contro i leghisti è una battuta, ma sconsiglio ai miei figli di vivere in Italia”

Intervista a tutto tondo allo scrittore pluripremiato. Veronesi è preoccupato per il clima d’odio che la stagione gialloverde ha portato in Italia. Per lui bisogna reinventare la sinistra. E il ruolo degli scrittori

veronesi

Ci sono momenti in cui le congiunzioni astrali sembrano allinearsi. È accaduto quando, nei giorni scorsi, uno degli scrittori italiani più popolari e apprezzati in circolazione ha partecipato a una piccola rassegna intitolata a un autore di culto a livello internazionale, in un minuscolo paese di montagna ma dalla storia gloriosa. Parliamo di Sandro Veronesi, vincitore dello Strega con Caos Calmo (2006) - diventato un fortunato film con protagonista Nanni Moretti – ospite del John Fante Festival a Torricella Peligna, vicino a Chieti. Tenete a mente questi tre elementi: personaggio, luogo e contesto.

Veronesi, nel 1985, si è laureato in architettura con una tesi su Victor Hugo e la cultura del restauro moderno – raccogliendo, libro per libro, le opinioni del padre del Romanticismo su come andrebbero conservate le testimonianze del passato (esempio: in Notre-Dame de Paris il racconto si ferma per illustrare le miserrime condizioni dell’edificio e suggerire i lavori a suo avviso necessari). Poi, ancora ragazzo in cerca di fortuna, ricevette ospitalità a Roma da parte di Vincenzo Cerami, dove poté finire il suo primo libro. Si ritrovò a vivere per mesi in una casetta piena di cimeli di Pier Paolo Pasolini. La moglie di Cerami, Graziella Chiarcossi, li aveva ricevuti in eredità dopo la tragica scomparsa del cugino. “Lo scrissi [il libro] sulla sua Olivetti Lettera 22, che aveva i tasti levigati come certe scalinate medievali”.

Ma Veronesi è anche colui che – forse più inaspettatamente di tanti altri – negli ultimi tempi si è scagliato con maggiore veemenza contro il linguaggio xenofobo e razzista che imperversa nella società e sui social e che ha raggiunto il suo apice nella politica dei porti chiusi, tanto che in queste ore ha twittato: "Io so una cosa per certo: se per caso mai fossi stato eletto al Senato, oggi avrei fatto saltare i denti a parecchi leghisti prima che i valletti riuscissero a fermarmi. Lo dico da padre”. Lo abbiamo raggiunto al telefono per un commento: «È un tweet. Se la gente non riesce a capire cosa sia non so che farci. È una battuta, una reazione istantanea. Se devo argomentare uso altri mezzi. Adesso cosa vogliono fare, chiamare l’arbitro? Come l’hooligan che chiamò aiuto dopo aver ricevuto un calcio da Eric Cantona. Delle speculazioni sul tweet cosa volete che me ne freghi. Rispetto a questo governo, ci vuole poco a essere meglio del precedente. Vediamo cosa si comporteranno con i naufraghi raccolti dalle Ong. I naufraghi, ci tengo a precisare. Il motivo per cui per 14 mesi abbiamo vissuto un incubo. Speriamo di recuperare un briciolo di umanità e non cadere di nuovo nella vergogna storica. Per il resto, io sono solo un picchiatore che rompe i denti alla gente».

Ma noi abbiamo incontrato Veronesi alle pendici dell’Abruzzo, in provincia di Chieti, mentre l’attenzione generale è rivolta alla tintarella o agli aperitivi sul lungomare. Perché il borgo di 1.200 abitanti, che per raggiungerlo è necessario inerpicarsi a quasi mille metri sul livello del mare, durante la Seconda guerra mondiale fu completamente distrutto dai tedeschi in ritirata dalla linea Gustav, respinti dalla brigata Maiella nella battaglia del Sangro. Una storia di resistenza costante permea questi luoghi. Ieri contro gli invasori, oggi contro lo spopolamento, al quale contribuisce il festival “Il Dio di mio padre” dedicato al padre di Arturo Bandini, lei cui radici di figlio di un emigrato affondano proprio nella comunità montana Peligna.

Veronesi arriva in ritardo, giustificato dalle condizioni delle strade e dal temporale che nel frattempo ha iniziato a scaricare un acquazzone sulle nostre teste. Ha già una intervista fissata con la Rai, ma ciò nonostante si dimostra disponibilissimo a rispondere a ogni mia domanda. Anche perché nun c’ho voglia della televisione co’ i riflettori e i tempi stretti mi confida strascicando le parole con cadenza pratese. E così, lo staff ci porta a chiacchierare in uno stanzone dove, a causa della pioggia, hanno stipato qualsiasi cosa. Compreso un grande cartonato con il faccione di John Fante, che ci osserverà per tutto il tempo con sguardo minaccioso.

Il ruolo di uno scrittore? Quello di cercare di vivere attraverso il proprio lavoro una vita esemplare

A breve uscirà il suo prossimo libro, Colibrì. Il suo modo per intervenire nel dibattito pubblico e provare a cambiare il corso di quella che considera “una guerra civile” con lo strumento che meglio maneggia: il romanzo. Anche se, ammette, “uno scrittore non conta niente”. E forse anche per questo, nonostante la battaglia che lo vede coinvolto a livello civile, alla fine non riesce a trattenere una amara confessione. Consiglieresti ai tuoi figli di rimanere in Italia? gli chiedo: “No – risponde convinto– e mi sono impegnato per farli studiare e lavorare all’estero, perché la loro visione del mondo meritava di più rispetto a quello che avrebbero avuto a disposizione qui”.

Sandro Veronesi, che ruolo ha uno scrittore oggi?
Io sono in giro da più di 30 anni, quindi il ruolo me lo devo inventare. Non c’è bisogno di comunicarlo. Uno si dà degli obiettivi, generalmente sapendo che non conta niente. Se si vuol parlare di politica o società lo scrittore conta sempre uno. Perché quei mondi sono, fondamentalmente, disinteressati a quello che dicono gli scrittori. Se uno pensa di illudersi di avere un ruolo con un certo tipo di rilievo fa presto a disilludersi. Questo non significa che un ruolo non ci sia. Basta comportarsi come se invece tu ce l’avessi, come se quello che fai fosse importante e ne dipendessero le decisioni degli altri. Così non puoi sbagliare. Alla fine, diventa un modo di cercare di vivere una vita esemplare come qualsiasi essere umano che ha un altro mestiere. C’è solo quella trappola lì, di pensare per i primi tempi che il tuo ruolo sia più importante degli altri, solo perché gli viene dato un po’ ascolto. È una domanda che potrebbe essere fatta a un commercialista o a un macellaio. Un ruolo c’è, quello di cercare di vivere attraverso il proprio lavoro una vita esemplare.

Gli scrittori in Italia sembrano dividersi tra chi vince i premi e chi si lamenta che i premi sono pilotati. Tu che di premi ne hai vinti tanti, cosa ti senti di dire a chi avanza sospetti?
La metterei giù così. Ci sono quelli che non partecipano, perché convinti che non è giusto rendere competitiva la letteratura, che effettivamente non deve essere competitiva. Poi ci sono quelli che, non vincendoli, cercano sempre di trovare una ragione sporca per la vittoria degli altri. A questi ultimi, devo dire che non sono informati dei fatti, ma rimangono bruciati dal fatto che ci avevano creduto troppo. A me i premi me li hanno tirati dietro. Certo, per lo Strega il mio editore dell’epoca si dette da fare, ma io proprio nulla, così come per gli altri riconoscimenti. Per me non è un problema, ho visto roba sporca nella vita ma mai nei premi letterari. Sicuramente di più altrove.

Ci sono poi quelli che si considerano i migliori. Per esempio, Aldo Busi a più riprese ha dichiarato: “Sono l’unico scrittore in Italia”.
Aldo Busi con i primi due libri ha lasciato qualcosa di importante. Quei due volumi sono pietre miliari e tra le ragioni che mi hanno spinto a diventare scrittore. Quindi una persona a cui va riconosciuto il suo merito. Lui ha sempre avuto queste uscite, ognuno si carica come meglio crede. Quando Busi parla di sé non ho nulla da dire e non lo conosco personalmente, ma so che come scrittore rimarrà nella storia. Non mi sembra che sproloqui di altro, come per esempio Bret Easton Ellis attraverso i suoi account. A che titolo dice queste cazzate? Parlando di lui, nessuno può dire il contrario di uno scrittore come Busi, che sia l’unico o il migliore. Se parlasse di politica o altri argomenti, invece, gli si potrebbero segnalare le frescacce, eventualmente le dicesse.

Ho visto roba sporca nella vita ma mai nei premi letterari. Sicuramente di più altrove

Sandro Veronesi

Mi ha molto stupito, invece, uno scrittore come Piergiorgio Bellocchio quando mi disse che per lui “sinistra è ormai una parola vuota”. Ha ancora senso essere di sinistra?
La parola sinistra si è un po’ logorata. Ma diceva bene Fidel Castro a Enrico Berlinguer quando lo accolse a Cuba: avete un problema in Italia, che la parola ‘sinistra’ non funziona da sola. In Spagna c’è l’aggettivo ‘sinistro’ che vuol dire tetro e ‘izquierda’ che è la sinistra politica. In Francia usano ‘sinistre’ e “gauche”. In Inghilterra ‘sinister’ e ‘left’. Noi abbiamo solo ‘sinistra’ e quindi è normale poi che vi dicano che mangiate i bambini. Forse sarebbe l’occasione di inventarsi una parola nuova. L’importante è non mollare sul concetto. In questo momento lo vediamo bene, ci sono tante persone che si sono dichiarate di sinistra, comunisti fino all’altro ieri, che ora votano Salvini. Ecco, non c’è crisi della sinistra che giustifichi un affare del genere. Anche se, riconosco, che volendo rimanere affezionati ai valori che hanno contraddistinto la sinistra nel ventesimo secolo, adesso non sono custoditi nel modo giusto da quella parte politica che prende il posto “a sinistra” nell’emiciclo della Camera e del Senato. Ma ci sono tante altre maniere di far valere quei valori e di portarli in Parlamento, con delle coalizioni, con dei nuovi raggruppamenti. E se vogliamo fare come ci ha suggerito Fidel Castro, coniare una nuova parola e lasciare agli alchimisti la parola ‘sinistra’.

Sulla politica ti sei già espresso tanto. Vorrei proporti un modo più elegante di rivolgere le tue critiche ai leader attuali. Che lettura consiglieresti a Salvini, Di Maio e Renzi?
Dico la verità, non perché sono qui, ma consiglierei a tutti di leggere John Fante. Vedrebbero il lato ridicolo, del guizzare dell’ego in tutte le cose quotidiane. Arturo Bandini sembra non essere al corrente che c’è un mondo con svariati miliardi di persone intorno a lui. Pensa che tutto ruoti intorno ai suoi problemi. E quelli sono i momenti comici. Poi, improvvisamente, si rende conto del respiro dell’umanità, di cui lui fa parte in maniera irrilevante. E in quei momenti, tragici, c’è la consacrazione e il riscatto della persona. Però, mette in luce quanto diceva anche Gadda: “Io è il più sporco dei pronomi”. In politica non si dovrebbe neanche sentire. John Fante è una lettura facile, ce la può fare anche Salvini.

L’io sicuramente era il pronome più odiato da Carmelo Bene, che tu hai conosciuto e intervistato. Su YouTube è ancora uno dei video più visualizzati. Vedi in giro qualche altro C.B.?
Carmelo Bene era un attore, quindi un corpo. Poi ha attirato a sé filosofia, letteratura, storia, cinema e teatro. Però era un corpo. Così in giro non ci sono. Ma perché lui è il corpo del ventesimo secolo. Anche se dal punto di vista anagrafico potrebbe essere ancora vivo, è un corpo che portava i segni evidenti e le cicatrici profonde dell’orrore del secolo scorso. Del ventunesimo secolo, invece, sono certo direbbe che c’è troppo dilettantismo in giro. Anche nelle catastrofi e nelle cattiverie.

Viviamo un tempo peggiore di trent’anni fa visto che la gente legge meno ma migliore per chi scrive i primi libri perché c’è tanta attenzione

Sandro Veronesi

Se dovessero metterti davanti a una decisione: o l’amore o la letteratura. Cosa sceglieresti?
Ho già deciso. Ho cinque figli e non li trascuro. Sono la prima scelta, sempre. Prima vengono loro e la loro madre. Per fortuna non sono due cose che si elidono a vicenda, ma anzi si nutrono l’una dell’altra: la scrittura di amore e l’amore di scrittura. Esiste infatti l’amore per la scrittura, non tanto per la propria ma per quella dei grandi scrittori, degli altri, delle scoperte. Per me la gerarchia è chiara, semplicemente: viene prima l’amore.

Ai giovani scrittori cosa consiglieresti, visto che la gavetta l’hai conosciuta bene.
Di non cedere alle tentazioni di auto pubblicarsi o pubblicare con gli editori che li fanno pagare, perché è un falso movimento. Anzi, magari sprechi un romanzo che poteva essere buono e nessun editore te lo ripubblicherà, a meno che tu non sia un fenomeno. Ad Ammaniti è capitato, però non aveva pagato, glielo aveva pubblicato la Cgil. Però bisogna avere pazienza, perché viviamo un tempo peggiore di trent’anni fa visto che la gente legge meno ma migliore per chi scrive i primi libri perché c’è tanta attenzione. Pazienza e perseveranza.

Qual è invece il rapporto con un fratello di successo, benché nel cinema.
Ho collaborato con lui, abbiamo scritto due-tre film insieme e sono stati degli insuccessi. E siccome lui poi ha avuto tanti successi senza di me, ho pensato che, forse, ero io la causa degli insuccessi. Ho scritto pochi film e sono andati tutti male. Il modo di collaborare con mio fratello oggi è più attraverso il dialogo, il mettere a fuoco certe cose che poi possono essere aggredite con la scrittura o con il cinema. Lui è molto intelligente. Si collabora anche parlando, confrontandoci nell’intimità della famiglia sui periodi storici che si stanno vivendo. Funziona molto meglio di scrivere un film insieme, quando può contare su sceneggiatori più bravi di me.

Qual è lo scrittore contemporaneo che non si può non leggere oggi?
Richard Ford, perché ha raccolto la grande eredità della narrativa americana, dopo la morte di Roth. Tutto considerato è la scrittura di riferimento per chi crede ancora nel romanzo. Gli americani sono quelli che hanno tirato la carretta negli anni in cui l’Europa si era defilata mettendo in crisi il concetto di romanzo e bombardando l’idea del romanziere. Invece gli americani hanno continuato e alla fine è tornata anche in Europa la fiducia nel romanzo. Ma agli americani e sudamericani è rimasto un vantaggio, rispetto a quando noi europei tiravamo i pomodori ai romanzieri. Ora credo sia Ford l’erede di quella tradizione, quello che ha anche più sensibilità europea.

Persone che convivevano pacificamente da decenni con idee anche molto diverse quando andavano a votare, adesso non sembrano più così disposte a convivere.

Anche sulle tue battaglie verso la politica dei porti chiusi vorrei girare la questione a livello culturale. Pensi che i migranti possano portare nuova linfa anche alla letteratura italiana?
Il problema è che ci sta succedendo una cosa brutta e pericolosa e cioè si sta formando una frattura nella nostra società. Persone che convivevano pacificamente da decenni con idee anche molto diverse quando andavano a votare, adesso non sembrano più così disposte a convivere. Ci sono davvero delle liti persino nelle stesse famiglie. Un po’ come quello che è successo in Jugoslavia, con croati, serbi, bosniaci che si erano mescolati fra loro e poi si sono divisi in maniera sanguinosa. Quindi, avere delle voci che testimoniano e possono arricchire la nostra tradizione è importante. E se scrivono in italiano sono italiani, perché lì non c’è “ius soli” che tenga ma solo le leggi della lingua. Se sono esperienze e scrittura che serve a tutti allora sì, ma se serve solo a una fazione di questa guerra civile che si sta preparando, mi amareggia molto perché ci si distanzia ancora di più.

Cosa pensi di aver insegnato ai tuoi cinque figli?
Non ne ho idea, perché non ho mai inteso insegnare. Ho lasciato che prendessero quello che ritenevano di prendere e viceversa.

Consiglieresti ai tuoi figli di vivere in Italia?
No, non glielo consiglierei. Infatti, due sono già in Inghilterra e per tutti e cinque mi sono impegnato finanziariamente, anche più di quello che avrei speso se fossero rimasti in Italia, perché il loro impegno e la loro visione del mondo meritava di più di quello che c’è a disposizione in Italia. Per due di loro è bastato andare a Londra, con tutte le difficoltà di costi medi più alti della vita, ma hanno trovato cose che qui non avrebbero trovato se non dopo molti anni. E man mano che andiamo avanti così, se non cambiano le cose, se ne andranno tutti.

È per questo che hai deciso, dopo tanti anni in cui sei rimasto più defilato, di esprimerti con forza su temi sociali, come per esempio l’accoglienza dei migranti?
Ora mi danno del “buonista” e mi viene da reagire con rabbia. Ma è un disco rotto e non puoi litigare con un disco rotto. Quando mi dicono “prendili a casa tua” rispondo: va bene, mandatemeli, però non è che poi li posso tenere chiusi in casa mia perché magari vogliono andare altrove. Non credo che abbiano attraversato un continente per venire a vivere casa mia e ci sta che il giorno dopo te li trovi sotto a casa tua perché vogliono venire a rompere i coglioni a te. Ma non c’è dialogo con questi argomenti. È inutile parlare, bastano tre-quattro parolacce e ci sfoghiamo.

Cosa ti fa più arrabbiare nella vita?
Proprio questo. Infatti, mi ha cambiato la vita. In particolare, vedere che dall’interno dell’Italia ci sono persone, traditori, che aprono la porta a chi vuole disarticolare tutto e poi se la prendono con gli ultimi degli ultimi. L’anno scorso mi sono inalberato, non tanto sugli immigrati, ma sui naufraghi. È una cosa che qualunque civiltà del Mediterraneo aveva messo in chiaro. Il naufrago è sacro. Questo mi fa arrabbiare. Che si permetta a questa maledetta fogna, la cloaca massima, che è internet, di diffondere notizie false. Parlo con persone con le quali collaboravo o che conoscevo bene e magari stimavo e mi accorgo che credono che Soros abbia fatto i soldi con il traffico di organi. Oppure che il Pd abbia delle sedi in Libia. Quando le cose stanno così c’è poco da discutere. Bisognerebbe prenderli per un orecchio e portarli in giro per tutta la Libia a cercare le sedi del Pd.

Però io vivo l’invecchiamento con molto meno pesantezza e preoccupazione di amici che fanno altri lavori

Sandro Veronesi

Il tuo prossimo libro, Colibrì è una risposta a tutto questo?
È un romanzo che non tiene tanto conto di queste cose, se non alla fine. È un romanzo classico, borghese, al quale ho lavorato molto. Nel frattempo, sono successe queste cose, ma cinque anni fa il clima era diverso. Credo che quando si scrivono romanzi sia necessario rimanere fedeli a un’idea e che debba essere protetta da questi assalti che possono venire dalla cronaca. Si tratta di un’opera quasi del tutto svincolata dalla realtà, tranne l’ultimo capitolo ma era già previsto che fosse così perché si svolge nel futuro prossimo. Ma senza andarci giù pesante, perché racconto vicende private di persone come noi che vivono all’interno della storia o le proprie piccole storie.

Qual è il tuo rapporto con il trascorrere del tempo?
Per uno scrittore è più complicato, non c’è solo il tempo che vivi addosso e che trascorre il tuo corpo. Ci sono tanti altri tempi. Quello che dedichi alla scrittura o alla lettura. Quello che scorre mentre lo fai e ovviamente fa cambiare le cose mentre cerchi di descriverle. Oppure il tempo delle azioni che racconti. A volte in una settimana completo poco più di una pagina che copre mezzo minuto della storia. Allora, questo rapporto con svariati altri modi di contare il tempo, allevia molto il peso degli anni addosso a questo corpo. Perché se voglio trovo un tempo diverso da quello che mi porto appresso. E ciò mi permette di pensare meno alla morte che si avvicina. È un vantaggio, anche se un’azione un po’ stressante. Non ti rilassi mai. Però io vivo l’invecchiamento con molto meno pesantezza e preoccupazione di amici che fanno altri lavori e hanno a disposizione una sola dimensione del tempo.

La morte ti fa paura?
No, perché per quanto mi riguarda si vede e non si vede. A 60 anni, se penso che potrei camparne ancora pochi potrebbe farmi paura. Ma quando penso a quante altre cose si parano di mezzo e hanno a che fare con la messa a frutto del tempo, la morte si allontana.

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