Conti in tasca
17 Settembre Set 2019 0900 17 settembre 2019

Reddito di cittadinanza, ecco perché NON è un successo

Molti preferiscono il nero. Per gli stranieri ottenerlo è quasi impossibile. L’assalto agli sportelli non c‘è stato, e non si fa nulla per inserire attivamente nel lavoro chi lo percepisce. Nasce da un’esigenza reale, ma finora il reddito di cittadinanza è una soluzione inadeguata

Nunzia Catalfo Linkiesta
(Filippo MONTEFORTE / AFP)

Domande approvate: 960.007. Domande respinte: 409.644. Il reddito di cittadinanza non ha fatto “boom”. Se la platea dei beneficiari, secondo le previsioni di Luigi Di Maio, avrebbe dovuto essere di 5 milioni di italiani prima e 3,5 milioni poi (come scritto nella relazione tecnica del decreto), dai dati Inps aggiornati all’inizio di settembre viene fuori invece che a esser coinvolti ad oggi sono poco più di 2,2 milioni di italiani. E ammesso che entro fine anno se ne aggiungeranno altri, resterà comunque una grossa fetta di quell’Italia povera che, pur avendo i requisiti, il reddito ha preferito non chiederlo.

Basta parlare con gli impiegati dei Caf per capire perché. In tanti si presentano agli sportelli con uno o più lavori in nero. E dopo un’analisi costi-benefici, preferiscono restare nel cono d’ombra del sommerso anziché accendere la luce dei controlli dell’Agenzia delle entrate e dei Comuni, con il rischio di dover rinunciare pure alle esenzioni destinate ai poveri di cui già godono. E per quanto si possa essere fatalisti, chi lo sa, magari dai controlli può venir fuori quella moto che – stando all’Isee – in teoria non ci si potrebbe permettere. Quindi, fatti conti, molti salutano gli impiegati dei Caf, si alzano e tornano a casa senza neanche compilare il modulo.

L’assalto agli sportelli per richiedere il reddito, in effetti, non c’è stato. E alla fine si spenderà pure meno del previsto. Ammesso che entro dicembre i beneficiari supereranno di poco il milione di famiglie, ci sarà comunque un risparmio di circa 1 miliardo e mezzo sia per il 2019 sia per il 2020. Nella relazione tecnica, il governo aveva messo a bilancio 5,6 miliardi per quest’anno e 7,1 per l’anno prossimo per una platea di 1 milione 365mila famiglie.

Dopo un’analisi costi-benefici, tanti preferiscono restare nel cono d’ombra del sommerso anziché accendere la luce dei controlli dell’Agenzia delle entrate e dei Comuni, con il rischio di dover rinunciare pure alle esenzioni destinate ai poveri di cui già godono

Un “tesoretto” che ora farà comodo al Conte bis per la manovra. Ma che forse potrebbe essere più sottile se solo si sbloccasse la questione del cosiddetto “emendamento Lodi” inserito in sede di conversione del decreto legge, che chiede ai cittadini extracomunitari di presentare non solo l’Isee, come tutti gli altri, ma anche la certificazione patrimoniale rilasciata dai Paesi d’origine. Con la previsione di un successivo decreto ministeriale che avrebbe dovuto stabilire i Paesi nei quali è “oggettivamente impossibile” procurarsi questa documentazione. Ma il termine per l’emanazione del reddito è scaduto il 18 luglio scorso e l’Inps, nell’attesa, ha sospeso dal 5 luglio con una circolare l’esame delle domande presentate dai cittadini stranieri. Situazione contro la quale una serie di associazioni, capeggiate dall’Asgi, hanno fatto ricorso al Tribunale di Milano.

Ad oggi, su 960mila domande accolte tra reddito e pensione di cittadinanza, solo 53.971 riguardano cittadini extracomunitari. Un numero falsato dai requisiti se, come certifica l’Istat, il rischio di povertà per gli stranieri è quasi il doppio rispetto a chi vive in famiglie di soli italiani. In assenza di requisiti più stringenti degli altri e stop a tempo indeterminato, insomma, per gli stranieri la platea dei beneficiari potrebbe allargarsi.

Ma fatto il decreto in tutta fretta, erogate le prime somme a favore di telecamere, ora l’urgenza è terminata. E questo vale sia per i potenziali beneficiari extracomunitari. Sia per la fase due del reddito, quella in cui si dovrebbe cercare un lavoro ai beneficiari. La neoministra del Lavoro Nunzia Catalfo ha detto che sono «al lavoro per far partire la fase due del reddito di cittadinanza». Che è in ritardo ormai di oltre tre mesi. Ai 2.500 circa navigator (esclusi i 471 campani) a breve arriverà il secondo stipendio, ma oltre a fare formazione al momento non possono dedicarsi ad altro. E della piattaforma di incrocio tra domanda e offerta di lavoro, annunciata in pompa magna in ogni convention grillina dalla coppia Luigi Di Maio-Mimmo Parisi, si è persa ogni traccia. Intanto i centri per l’impiego continuano a funzionare con i fogli dei beneficiari compilati e depennati a mano, aspettando ancora «l’abolizione della povertà».

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