24 Ottobre Ott 2019 0900 24 ottobre 2019

La legge anti omofobia finalmente è sulla strada giusta, ma aumentano i casi di violenza a persone Lgbti

La non discriminazione in base all’orientamento sessuale dovrebbe essere uno dei cardini del vivere civile. Invece ci sono voluti anni, un iter burocratico complesso, per raggiungere un testo accettabile (ma imperfetto), che ora si appresta ad essere approvato

Omofobia

«Il progetto di legge a contrasto dell’omotransfobia a mia prima firma arriva finalmente in Commissione Giustizia alla Camera e inizia così l’iter di approvazione». Con questo parole il deputato del Pd, Alessandro Zan, dava notizia, il 18 ottobre, dell’inizio della fase della discussione del pdl, che, presentato il 2 maggio 2018, prende il via oggi. Co-firmato da 36 parlamentari di partito (alcuni dei quali poi approdati a Italia Viva) e assegnato alla II Commissione Giustizia in sede referente il 7 ottobre scorso, il progetto di legge recante “Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” vede come relatore nominato proprio il deputato padovano, già militante di Arcigay.

Si tratta di un testo snello, che, composto di due soli articoli, si pone nel solco di quanto disposto dal decreto legislativo del 1 marzo 2018 n. 21. Ossia l’inserimento nel Codice penale dei nuovi articoli 604 bis e il 604 ter in applicazione della legge Reale-Mancino, sanzionante gli atti di violenza e l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.

Il pdl Zan intende, attraverso modifiche ai detti articoli, estenderne gli effetti anche alle discriminazioni per motivi di orientamento sessuale e identità di genere. Un testo giudicato positivamente dal giurista e avvocato Antonio Rotelli, tra i cofondatori di Rete Lenford, che però non ha nascosto la sua perplessità sulla scelta di limitarsi a inserire nel testo penale le espressioni “orientamento sessuale” e “identità di genere”.

«Si tratta di espressioni – ha dichiarato a Linkiesta – che sono già presenti nella nostra legislazione civilistica, ma da nessuna parte sono esattamente definiti. La questione ’definitoria’ nel diritto penale diventa fondamentale, perché occorre rispettare alcuni principi, tra i quali quello di determinatezza.

Senza entrare troppo nel tecnico, le due espressioni usate da sole potrebbero creare problemi. Uso volutamente il condizionale perché non sarebbe la prima volta che il Parlamento ricorre a parole comuni che possono presentare qualche indefinitezza dal punto penalistico. Ma con diversi rischi facilmente prevedibili

Sarebbe opportuno che non si corrano rischi inserendo preventivamente nel testo un articolo che contenga le definizioni di “orientamento sessuale”

Sarebbe opportuno, a mio parere, che non si corrano rischi inserendo preventivamente nel testo un articolo che contenga le definizioni di “orientamento sessuale” e “identità di genere” da intendersi ai fini della legge penale».

Definizioni, ad esempio, presenti negli altri due consimili pdl che, sulla materia, sono stati presentati, a inizio legislatura, dai deputati Ivan Scalfarotto (che però è attualmente componente del Governo in qualità di sottosegretario agli Affari Esteri) e Laura Boldrini. Cosa che ovviamente porterà, come previsto dall’iter legis, alla stesura di un testo unificato a partire da quello base di Alessandro Zan.

Dell’elemento definitorio si era già preoccupato d’altra parte Franco Grillini, presidente di Gaynet e figura storica del movimento Lgbti italiano. Grillini, già deputato tra le file dei Ds nella XIV° (30 maggio 2001 - 27 aprile 2006) e XV° legislatura (28 aprile 2006 - 28 aprile 2008), è stato il primo parlamentare ad aver presentato, il 15 maggio 2002, un progetto di legge sulle «norme contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere».

Ora se in questo testo, mai però calendarizzato, è assente la definizione delle due espressioni, essa invece costituisce il 1° articolo del secondo progetto di legge, che, presentato l’11 maggio 2006 e composto di ben 29 articoli, fu approvato in Commissione Giustizia poco prima del termine della XV° legislatura. Progetto di legge, quest’ultimo, che fu preparato proprio dal citato Rotelli, all’epoca consulente giuridico di Grillini, ed è poi servito di base al testo della senatrice pentastellata Alessandra Maiorino, presentato nel corso della vigente legislatura al pari di quello dell’omologa dem Monica Cirinnà.

È lo stesso Grillini a raccontare quanto accaduto all’epoca: «Alla Camera fu possibile calendarizzare la proposta di legge contro l’omofobia, di cui ero primo firmatario, che noi chiamammo “contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere”, perché erano due concetti già tipizzati dalla giurisprudenza internazionale. In particolare dalla direttiva europea contro le discriminazioni sui luoghi di lavoro, recepita anche da noi. Si chiedeva l’estensione della legge Mancino e anche un intervento di tipo culturale, perché, come si sa, le norme non bastano: bisogna cambiare la mentalità, fortemente impregnata di omotransfobia, soprattutto con interventi specifici nelle scuole. Riuscimmo a far passare quel testo, grazie alla compattezza del centrosinistra, in Commissione Giustizia. Esso purtroppo sarebbe dovuto arrivare in aula proprio nel giorno in cui Prodi rassegnò le sue dimissioni nelle mani del presidente Napolitano».

Dopo l’esperienza Grillini i successivi tentativi non ebbero sorte migliore anche per una perduta compattezza del centrosinistra nel merito e, soprattutto, per le forti resistenze, diversamente concretatesi, di parlamentari di estrazione cattolica, sensibili agli altolà di Cei e Vaticano durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

A iniziare dal testo base, che presentato dalla deputata Anna Paola Concia (all’epoca nei Ds) e adottato dalla Commissione Giustizia il 2 ottobre 2009, fu affossato alla Camera il 13 ottobre dalla maggioranza di governo, che votò la pregiudiziale di incostituzionalità sollevata dall’Udc. La deputata ci riprovò, nel maggio 2011, con un pdl modificato (alla cui stesura aveva contribuito anche l’allora ministra delle Pari Opportunità Mara Carfagna). Ma, il 26 luglio, la Camera accolse ancora, una volta, le pregiudiziali di incostituzionalità, sollevate da Udc, Pdl e Lega.

Il 15 maggio 2013 viene presentato il progetto di legge, che, preparato da Rete Lenford, vede Ivan Scalfarotto primo firmatario. Dopo accesso dibattito viene approvato dalla Camera il 19 settembre col contestatissimo sub-emendamento Gitti (Scelta Civica) all’emendamento Verini (Pd), che dalle associazioni Lgbti viene bollato quale “norma salvavescovi”. Trasmesso al Senato, si è là arenato ed è poi decaduto col termine della XVII° legislatura.

È stato veramente paradossale vedere insieme nelle piazze sia le associazioni Lgbti sia le Sentinelle in piedi unite, anche se per motivi opposti, contro l’approvazione della legge sull’omotransfobia

Scalfarotto, che, come accennato, ha poi presentato il testo originario del pdl all’inizio della corrente legislatura, oggi così commenta: «Difendo il mio disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia così come lo presentai, e l’ho poi ripresentato, nella primitiva versione. Quanto invece alla legge, così come uscì dal voto della Camera dopo gli emendamenti Verini e Gitti, ritengo certamente che fosse non perfetta. Ma anche che ne avremmo avuto comunque un estremo bisogno.

Il progresso del Paese procede per leggi non perfette: per ottenere il divorzio, all’epoca dell’approvazione della legge, erano necessari ben sette anni di separazione; la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è appesantita dal meccanismo dell’obiezione di coscienza. Ma si sarebbe fatto a meno di queste due leggi di progresso per questi motivi? È stato veramente paradossale vedere insieme nelle piazze sia le associazioni Lgbti sia le Sentinelle in piedi unite, anche se per motivi opposti, contro l’approvazione della legge sull’omotransfobia. Alla fine hanno entrambe raggiunto il risultato che si prefiggevano: la legge non si è fatta. Ma chi delle due realtà ha potuto veramente festeggiare?».

Da oggi la palla torna al centro in Parlamento col testo Zan. Con un ammorbidito atteggiamento sul tema, a quanto sembra, anche da parte dell’episcopato italiano e di Oltretevere in rispondenza al cambio di rotta, sia pur solo nei toni, di Bergoglio. Perché, se un cardinale Gerhard Ludwig Müller, ratzingeriano di ferro ma sollevato anzitempo dall’incarico di prefetto dell’ex Sant’Uffizio proprio da Francesco (e riguardato con deferenza dai vari Pillon e Fontana), continua a sostenere che «l’omofobia è uninvenzione» e che «non esistono gli omosessuali come categoria», è pur vero, ad esempio, che il neo-porporato Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, si è espresso sulla necessità di lottare «contro l’omofobia e la violenza sulle donne».

Il tutto, e questo, sì, è incontestabile, mentre nell’ultimo anno si è registrato un vertiginoso crescendo di casi di violenza fisica e verbale ai danni delle persone Lgbti.

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