Analisi
30 Ottobre Ott 2019 0600 30 ottobre 2019

Se l’Europa ha evitato il peggio deve ringraziare Mario Draghi, ma ore serve una ricetta nuova

Le politiche monetarie dell’ex presidente della Banca Centrale hanno permesso all’Ue di ammorbidire gli effetti della crisi. Esse hanno funzionato nel breve periodo, ora servono altre idee. A lungo termine

Draghi_Linkiesta
FREDERICK FLORIN / AFP

Mario Draghi diventa governatore della Banca Centrale Europea nel 2011, appena dopo l’uscita dalla grande crisi del 2007-2009 degli Stati Uniti e dell’Euro-area. Con l’Euro-area che, dal 2011, e a differenza degli Stati Uniti, era caduta in una seconda crisi, con origine in Grecia, crisi poi allargatasi alla Spagna, al Portogallo, e all’Italia.

Qualunque cosa Draghi avesse deciso di fare, aveva allora ed ha avuto poi due vincoli alla propria azione. L’euro-area che privilegia la politica monetaria (la variazione dei tassi) su quella fiscale (la variazione del bilancio dello stato), e l’economia mondiale che ormai da tempo è priva di tensioni inflazionistiche. Per l’agire di questi due vincoli non si è mai raggiunta nell’Euro-area una crescita accettabile, così come non si è mai raggiunto quel tasso di inflazione che si ritiene adeguato per la ripresa.

Digressione sul primo vincolo. Il pensiero prevalente nell'Euro-area sosteneva e sostiene che i bilanci pubblici vanno portati in pareggio. Giunti al pareggio, non si avrebbe alcuna emissione di obbligazioni, con il debito pubblico che diventa costante. Crescendo l'economia (il denominatore che cresce), il peso del debito pubblico (il numeratore che è costante) scende fino a raggiungere un livello (misurato come percentuale) che è sufficiente per averlo sotto controllo.

La crescita, infine, si ottiene non attraverso una maggior spesa pubblica, ma liberalizzando i mercati del lavoro e dei prodotti. I bilanci statali dell’Euro-zona, nell’attesa di raggiungere il pareggio, possono andare in deficit e quindi produrre debito. La Germania e i Paesi a lei omogenei, i Paesi detti “virtuosi”, non garantiscono il debito degli altri Stati, quelli detti “viziosi”. O meglio, questi ultimi possono ricevere degli aiuti dall’Euro-area, ma vincolati ad un programma di risanamento. I “viziosi” sono spinti ad accettare gli aiuti perché altrimenti i mercati finanziari li “punirebbero” per non aver perseguito la virtù.

Se il primo obiettivo di Draghi fu quello, attraverso i tassi d'interesse, di spingere le banche a finanziare l'economia reale, nel lungo periodo tassi minimi, se non negativi, impediscono alle banche di guadagnare e quindi di erogare credito

Digressione sul secondo vincolo. L'inflazione non riesce ormai ad emergere, neppure quando la disoccupazione scende a dei livelli minimi. Perché mai? La produzione non è più nazionale e poi esportata, ma globale, perché integra i siti produttivi dei Paesi attraverso le “catene di valore”. Ossia, il telefonino è progettato in California, ma prodotto in Asia con salari asiatici. Manca così l'inflazione “da costi”, quella legata alla dinamica salariale dei Paesi sviluppati. Come conseguenza dell’economia globalizzata, i tentativi di spingere l’inflazione verso il due per cento - il tasso che “lubrifica” l’economia - è riuscita alle Banche Centrali solo in pochissimi trimestri in un arco più che decennale.

Rieccoci a Draghi che arriva a Francoforte nel 2011 in piena crisi. La sua prima mossa è stata chiarire - nel 2012 - che l’euro restava e che per tenerlo vivo si sarebbe fatto di tutto, il tormentone del Whatever it Takes. Come conseguenza di questa decisione iniziò il finanziamento a tassi agevolati delle banche. Infine nel 2015 è arrivato - non bastando la politica di taglio dei tassi per rilanciare l’economia - l’acquisto del debito pubblico dei Paesi dell’Euro-zona, il Quantitative Easing, diventato un’icona pop, anche se meno dello Spread, che era ed è evocato in ogni talk show.

Il primo obiettivo di Draghi fu quello - attraverso i tassi di interesse - di spingere le banche a finanziare l'economia reale. I tassi riconosciuti alle banche di credito ordinario per i loro depositi non obbligatori presso la banca centrale divennero negativi per incentivare l’impiego dei fondi. Mentre le banche di credito ordinario, se avessero voluto aumentare i crediti, sarebbero state finanziate dalla banca centrale a tassi nulli. I critici di Draghi sostengono che, se i tassi a breve sono negativi e quelli a lunga, pur superiori di quelli a breve, sono a dei livelli minimi, se non negativi, allora le banche non guadagnano e quindi non erogano credito. Mentre i risparmiatori non guadagnano nulla.

Il secondo obiettivo di Draghi fu quello di schiacciare attraverso il Quantitative Easing il costo del debito pubblico fino a quando la ripresa non fosse divenuta stabile, anche se fosse salito

Il secondo obiettivo di Draghi fu quello di schiacciare attraverso il Quantitative Easing il costo del debito pubblico fino a quando la ripresa non fosse divenuta stabile. Se così non si fosse fatto, il costo del debito pubblico dei Paesi “viziosi” sarebbe potuto aumentare danneggiando la crescita. Come effetto delle scelte di Draghi, anche se il debito pubblico è salito, grazie ai rendimenti bassi o nulli, il suo costo è sceso.

I critici di Draghi sostengono che più la banca centrale schiaccia il costo del debito, meno incentivo si ha in campo politico per portare sotto controllo la spesa pubblica, perché la spesa non da interessi trova spazio grazie alla discesa di quella da interessi. E dunque che non serve schiacciare il costo del debito per migliorare i conti pubblici. Anzi, il bilancio dello stato è lasciato così come è, proprio perché il costo del debito è schiacciato.

Ha ragione Draghi, oppure i suoi critici? La risposta è: entrambi. Se ci si concentra nel breve termine ha ragione il primo, se, invece, ci si concentra nel lungo termine, hanno ragione i secondi. Ma si poteva aspettare il lungo termine? La crisi avrebbe potuto dare luogo a chissà quali conseguenze, per cui era meglio agire subito. Detto altrimenti, si agisce sapendo che non si ottiene il meglio proprio per evitare il peggio, che è inconoscibile. Proprio perché i problemi vanno risolti “qui e subito”, quindi non aspettando che le cose si aggiustino nel lungo termine, siamo ammiratori di Mario Draghi. Il quale ritiene - e lo ha detto ormai un gran numero di volte - che la politica monetaria abbia fatto il possibile, e quindi che abbia esaurita - salvando il salvabile - la propria “spinta propulsiva”. Ora tocca agli altri.

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