Tra populismo e cabarettismo
13 Novembre Nov 2019 0601 13 novembre 2019

Così la crisi dell’Ilva e l’agonia del grillismo hanno generato il governo Quelo

Il presidente del Consiglio va dagli operai a dire di non avere «una soluzione in tasca» e scrive ai ministri di portare idee, come farebbe un capo marketing con un gruppo di creativi

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Ci sono molti modi di ammettere uno sbaglio. Sfortunatamente, Giuseppe Conte ha deciso di non adottarne nessuno. La verità pura e semplice del caso Ilva, che ormai hanno capito anche i sassi, è che rimuovere lo scudo penale è stato un errore, e ripetere ossessivamente quanto Arcelor Mittal sia cattiva e cercasse solo un pretesto per lasciarci nelle peste non fa che aggravare la responsabilità di chi glielo ha dato, apparecchiato e servito su un piatto d’argento, quel pretesto.

Niente da fare, persino davanti agli operai dell’Ilva, Conte si è lamentato del fatto che in tv, fosse stato per i giornalisti, si sarebbe stati «tutto il tempo a parlare di scudo penale… polemiche, discorsi sterili», mentre «qui non è questione di scudo, ma di risolvere, di avere un progetto per questo stabilimento e per questa città». Quanto però sia questione di scudo, eccome, lo dimostra il fatto che ieri, mentre il suo partito continuava a lanciare accuse a casaccio, il capo del governo abbia riunito a Palazzo Chigi i parlamentari cinquestelle della Puglia per scongiurarli di lasciarglielo rimettere. Senza successo, a quanto pare.

La situazione si può dunque riassumere così: hanno fatto un errore, rifiutano di ammetterlo accampando, come sempre, scuse fantasiose (per sé) e accuse ancora più fantasiose (per tutti gli altri), e intanto cercano disperatamente di rimediare, cioè di rimettere quello che loro stessi hanno tolto, senza però voler ammettere neanche questo, perché equivarrebbe ad ammettere di aver sbagliato.

È da un simile impasto di malafede e assenza del benché minimo senso del pudore che nasce la surreale comunicazione di questi ultimi giorni. E così Giuseppe Conte ha deciso di affrontare il problema inviando una lettera ai suoi ministri

È da un simile impasto di malafede e assenza del benché minimo senso del pudore che nasce la surreale comunicazione di questi ultimi giorni. E così, dopo essere andato dagli operai dell’Ilva a dir loro di non avere alcuna «soluzione in tasca», Giuseppe Conte ha deciso di affrontare il problema inviando una lettera ai suoi ministri, in vista del prossimo Consiglio, per invitarli a portare idee, con il tono con cui un direttore marketing convocherebbe un gruppo di creativi per rivedere uno spot.

E il fatto che tutti noi abbiamo potuto leggere il testo integrale della missiva sui giornali rende la mossa ancora più assurda. In un colpo solo, con la lettera in cui esorta i ministri a presentare in Consiglio «proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee», Conte infatti dimostra non solo di non averne alcuna, di idea, ma di non sentirsi neanche in dovere di fingere il contrario. Ma soprattutto mostra di non rendersi conto di quanto suoni raggelante sentir parlare il capo del governo, al punto in cui siamo, di un «primo scambio di idee».

La verità è che la crisi del grillismo ha prodotto la peggiore distopia che un tale miscuglio di populismo e cabarettismo, democrazia diretta e pseudospiritualismi digitali potesse generare: Quelo a Palazzo Chigi. Proprio come il guru inventato da Corrado Guzzanti, infatti, di fronte a tutte le questioni più spinose, il capo del governo sembra capace di ripetere solo: «Tu come la vedi?».

Ormai tutti hanno capito che la situazione a Taranto è grave. Conte prende dunque la penna e scrive ai suoi ministri con piglio decisionista: «La politica deve assumersi la responsabilità di misurarsi con una sfida complessa»

Ormai tutti hanno capito che la situazione a Taranto è grave. Conte prende dunque la penna e scrive ai suoi ministri con piglio decisionista: «La politica deve assumersi la responsabilità di misurarsi con una sfida complessa». E lo scrive proprio così – in terza persona: «La politica deve assumersi la responsabilità» – senz’ombra di autoironia. Tanto da suscitare il legittimo sospetto che lui, il Passante del Consiglio, abbia rivolto analoga richiesta agli stessi operai dell’Ilva, magari dopo aver sbottato: «E che devo far tutto io? Ma lo sai a che ora mi sono alzato stamattina?».

Risparmio al lettore il resto della prima epistola di Conte ai ministri, con il solito miscuglio di frasi fatte («Il rilancio dell’intera area necessita di un approccio globale e di lungo periodo»), luoghi comuni a strascico («aprire un “Cantiere Taranto”, all’interno del quale definire un piano strategico») e supercazzole ad alzo zero («I processi di ristrutturazione o riconversione del tessuto industriale e delle infrastrutture di una determinata area geografica, come dimostrano alcune esperienze in Italia e in Europa, si portano a compimento solo attraverso politiche coordinate e sinergiche»).

Appare evidente il carattere puramente propagandistico del testo, scritto per essere pubblicato, in un ennesimo, maldestro tentativo di sviare l’attenzione dal punto centrale: l’imperdonabile errore commesso togliendo lo scudo. A conferma del fatto che, ad onta di tanti paroloni, la principale se non unica preoccupazione del premier e di tutto il suo partito non è affatto risolvere la crisi dell’Ilva, ma semplicemente non prendersene la responsabilità.

E se a questo punto vi state domandando se sia immaginabile, con un simile modo di procedere, che si risolva una crisi tanto complessa e drammatica, temo di dovervi replicare, come farebbe verosimilmente lo stesso capo del governo, che la risposta è dentro di voi.

Ed è esatta.

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