Mamba, padrone del gioco
26 Gennaio Gen 2020 2329 26 gennaio 2020

Addio a Kobe Bryant, il più ostinato e irresistibile dei vincenti

Campione tra i più grandi, tanto da superare l’universo del basket e finire nella cultura popolare: sapeva di vivere una leggenda, di rappresentare l’asticella di uno sport che lui alzava di stagione in stagione. Nessuno aveva il suo talento, la sua convinzione, la sua volontà, il suo perfezionismo

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PHILIPPE LOPEZ / AFP

È morta l’ispirazione. Kobe Bryant, il “Mamba”, 41 anni, il giocatore più amato della pallacanestro mondiale, uno degli eroi dello sport più famosi e venerati del pianeta, è scomparso nell’incidente in cui l’elicottero su cui viaggiava insieme al pilota e ad altri otto passeggeri è precipitato nella nebbia mattutina che avvolgeva le colline di Calabasas, 40 km a nord di Los Angeles. La notizia suscita sgomento perché Kobe in tutta la sua lunga parabola atletica è stato un superuomo in odore di immortalità, il più ostinato e irresistibile dei vincenti, un capo, il capolavoro vivente della più articolata coniugazione tra muscoli e cervello.

Nel 2016 il suo ritiro sportivo era stato vissuto come un primo lutto dai milioni di fan che lo consideravano il giocatore a parte dagli altri, uno da ammirare prima di parlarne, eventualmente venerandolo, o magari giudicandolo insopportabile per il suo strapotere, il suo narcisismo, il suo autocompiacimento.

Un vero padrone del gioco, come prima di lui era stato Michael Jordan e dopo di lui LeBron, ma con delle caratteristiche uniche particolari, alcune delle quali travalicavano il campo di gioco e appartenevano alla cultura popolare. Per noi italiani, prima di tutto, quella sua infanzia trascorsa da noi, al seguito del padre, Joe “Jellybean”, anch’egli giocatore a Rieti, Pistoia e Reggio Emilia, un giramondo non dello stesso valore sportivo, ma comunque il personaggio che gli aveva permesso di imparare la nostra lingua, di amare le nostre città, di lasciare un pezzo di cuore da queste parti. Per tutti, invece, anche per chi non frequentasse la pallacanestro, ma fosse conquistato dalla coolness dei look introdotti da questo sport, Kobe era il comunicatore, l’uomo di marketing, il mega-testimonial della Nike, che gli ha intitolato una linea di produzione d’infinito successo.

Ma c’è anche chi lo ha scoperto solo ai tempi delle sue turbolente disavventure private, vicissitudini ambigue che spesso s’intrecciano alle storie di questi supercampioni: la sua reputazione era stata violentemente scossa dalle accuse di violenza carnale da parte di una teenager, durante un incontro in un hotel del Colorado. Bryant respinse sempre le accuse, parlando di rapporto consensuale e infine il caso venne archiviato dopo che la vittima si rifiutò di testimoniare al processo, per un evidente patteggiamento. Kobe, comunque, tempo dopo si scusò, riconoscendo che la ragazza poteva aver interpretato la situazione in modo diverso dal suo e che era inevitabile che lui si assumesse le responsabilità dell’accaduto.

Consumato il ritiro dall’agonismo, nel 2018, Kobe aveva ribadito la sua frequentazione con l’eccellenza come una predestinazione, addirittura vincendo un Oscar con Dear Basketball, il cortometraggio basato sul poemetto che aveva scritto di slancio in coincidenza con l’addio al parquet.

Ma questa era la cornice della storia di Kobe. Solo il gioco era la sua vera ossessione. Una malattia, uno scopo. Bryant era consapevole di vivere una leggenda, di rappresentare l’asticella di uno sport che lui alzava di stagione in stagione, perché nessuno aveva il suo talento, la sua convinzione, la sua volontà, il suo perfezionismo: 20 stagioni disputate nell’Nba, 5 volte campione, Mvp nel 2008, 2 volte Mvp delle Finals, 2 volte campione olimpico, oltre 33mila punti segnati sempre con la maglia dei Lakers, sua unica squadra. Proprio sabato Lebron James l’aveva superato in questa graduatoria, nell’occasione rendendogli affettuosamente omaggio.

E l’abbandono della competizione era stato un passaggio difficilissimo nella vita di un animo teso ed inquieto come quello di Kobe. Eppure l’aveva amministrato con grazia, sottraendosi quasi sempre dalla luce dei riflettori, dedicandosi a riscoprire qualcosa di lontano ma d’indimenticabile: la pallacanestro degli inizi, anche dei suoi, quella che aveva imparato a giocare in Italia. Il gioco dei ragazzi, ancora liberi e inconsapevoli che uno sport così possa diventare una professione, un riscatto, una ricchezza.

Il più delle volte che ultimamente lo s’incrociava sui social, era in occasione delle partite di una delle sue quattro figlie, Gianna, nella squadra che Kobe aveva fondato appositamente per avviarla allo sport di famiglia. Si chiamavano le Mambas e Gianna, 13 anni, è morta con Kobe in volo verso l’allenamento, a bordo del monoelica Sikorsky S-76 col quale da anni schizzava sopra l’insopportabile traffico di LA, da Newport Beach in direzione dello Staples Center, campo di casa dei Lakers, o verso Redondo Beach, sede della facility dove la squadra si allena.

Ora la celebrazione di Kobe assumerà dimensioni titaniche, ultimo omaggio alla grandeur che s’intreccia con la sua carriera. La notizia si espanderà come un virus, durerà per settimane, mesi, come quella di Lady D. Modelli che si congedano prematuramente. Di cui, commovendoci su Kobe, menzioniamo l’aspetto meno visibile: quello dell’ispirazione appunto, del sogno, della fantasia, della proiezione dei più piccoli, I ragazzini su un campetto, i ragazzini di tutti i colori, quelli che giocando da soli, anche sotto la pioggia, sentono la presenza al loro fianco del campione conosciuto in tv, di cui si sentono misteriosamente fratelli minori. Kobe volava in alto, e loro dietro, verso il canestro. Kobe è morto, ma su quei mistici campetti continuerà a vivere placidamente, infilando punti su punti, fino alla vittoria.

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