Prosegue la nostra intervista a connazionali che hanno fatto della terra iberica la seconda casa, o chissà sia meglio dire la prima, ripensando a quel blabla sulla differenza tra house e home che avverto sempre più sulla pelle, e sempre meno come inutile cavillo della lingua anglofona.
Oggi vorrei presentarvi una persona a cui tengo molto: Valentina, sicula doc, a Madrid dal 2009.
Scopriamo insieme se sta vivendo o meno la crisi del settimo anno, tra citazioni di Arbore e Calvino, tapas e musica jazz, Odissea e Rosa Balistreri.
1. Come sei finita a Madrid?
Sono arrivata a Madrid una domenica di settembre del 2009. Avevo 21 anni, quasi 22. Il giorno dopo avrei iniziato i nove mesi del periodo Erasmus. Poi è successo di tutto: amore, disamore, un po’ come tutti. E teatro, quello quasi da tutta la vita. Avevo organizzato all’Universidad Complutense, un piccolo laboratorio di teatro per studenti come me. Poi sono finiti i nove mesi e io non avevo nessuna voglia di tornare a Pisa, città in cui frequentavo l’università, e da cui credevo di aver preso ormai tutto quello che poteva offrirmi. Invece Madrid sembrava promettermi esperienze nuove, possibilità quasi infinite, mi feci coraggio: mi mancavano solo un paio d’esami e la tesi, quindi decisi di provare a restare a Madrid. A settembre passai le selezioni per entrare in un’accademia d’arte drammatica e nel frattempo facevo la cameriera e l’insegnante di italiano, quando c’era un appello d’esame prendevo un aereo e facevo un fine settimana lungo a Pisa, in modo da discutere anche il progetto di tesi con il mio relatore e vedere i cari amici che avevo lasciato lì.
Poi mi sono laureata, due anni dopo è arrivato anche il diploma all’accademia e ho iniziato a lavorare come attrice, oltre che come insegnante.
Nel frattempo ho conosciuto tante persone, e circa due anni fa, un po’ per caso, un po’ per “necessità” (degli altri, in quel momento), ho iniziato a cantare. Alcuni amici musicisti, anche loro un po’ alle prime armi, avevano ricevuto un’offerta interessante per un concerto in una sala da ballo swing, nel loro circolo non c’era neanche una cantante disponibile, e allora sapendo che avevo familiarità con il pubblico, hanno pensato di chiamare me. Da lì è cominciata una bella avventura musicale, in cui ho scoperto che – per fortuna- avevo ancora da imparare un sacco di cose. Da quel momento ho cantato nei bar, a teatro e in varie jam e feste in giro per Madrid. Amo profondamente il jazz, anche se non ho ancora ben capito se è un amore corrisposto (ride). Negli ultimi mesi poi, ho avuto la possibilità di interpretare la musica popolare mediterranea ed in particolare ho scelto di cantare Rosa Balistreri, cantautrice della mia terra, che mi fa sentire meno sola quando tutto va male e mi prende il mal di Sicilia.
2. In generale qual è la tua esperienza di italiana all’estero?
Intensa. Non posso fare altro che sentirmi grata per tutte le cose che ho fatto, visto e per – quasi – tutte le persone che ho conosciuto.
Ci sono state grandi tumpulate, proprio in piena faccia, e perchè no? Spesso anche tanti momenti di solitudine, anche se noi isolani, in fondo, ci siamo abituati. Ma anche momenti di grande gioia e condivisione che mi hanno fatto pensare che si potesse davvero morire di felicità.
E forse è proprio tutta questa intensità e passione, che mi fanno credere che la sorpresa sia il regalo più bello che possa darci questo grande viaggio da emigrante che è la vita.
Però è difficile per chiunque cercare il proprio posto nel mondo, figuriamoci poi se ci si mette in testa che bisogna trovare un posto solo. E’ facile buttarsi giù molto spesso, credere poi di dover cambiare di nuovo paese, oppure di tornare in Italia, e poi un’altra volta pensare e capire che cambiare residenza non risolverà per forza i tuoi problemi, non sazierà la tua ansia di sapere qual è il tuo progetto di vita, nè ti farà sentire meno incompleta, meno sola.
Quando penso alla vita da italiana all’estero, mi vengono in mente due citazioni, che poi possono anche perfettamente andare bene per chiunque sia disposto a scommettere, nella e sulla vita, e quindi delle volte si ritrova anche a cacarsi un po’ addosso. Una è de “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino,: “Alle volte uno si crede incompleto, ed è soltanto giovane”. E l’altra invece è il testo di “La vita è tutto un quiz”, di Renzo Arbore, che vorrei avere l’onore e la gioia di ringraziare un giorno, per averci fatto una satirica canzonetta sulla vita, che poi in fin dei conti, è quel che è.
3. Hai in programma un rientro in patria?
Questa è proprio la domanda di rito. Ogni volta che in qualsiasi parte del mondo io mi trovi, la conversazione cade sull’Italia e sulla Sicilia, tutti gli autoctoni mi chiedono se e quando penso di tornare al suolo natìo. Per me è molto difficile rispondere a questa domanda, perchè una cosa sono i pensieri, i desideri e i progetti su un futuro poco prevedibile, vista la mia professione e la mia testa, un’altra cosa invece è prendere la valigia, raccogliere tutta la tua vita e tornare in Italia con un’idea chiara. La realtà è che non c’è giorno in cui non pensi di tornare. Ed è vero che voglio lavorare nei teatri italiani, dall’estero poi, mi sembra proprio che sia il desiderio primo calpestare da adulta le tavole di un teatro siciliano. Il problema è che non so quando.
La terra è un legame troppo forte per far finta di non esserne in qualche modo dipendenti o nostalgici, è un po’ come il dolce richiamo delle sirene dell’Odissea.
Forse la soluzione sarebbe un giorno riuscire a vivere e lavorare tra Spagna e Italia. Credo fortemente che le persone come me, che hanno fatto una scelta di vita fuori dall’Italia per dissenso, delusione e/o per curiosità, prima o poi debbano tornare per raccontare e cercare di cambiare le cose insieme agli altri. Ma forse questo pensiero è un po’ presuntuoso ed io ho ancora tanto, troppo da imparare. Ecco, per me è proprio vero che Nemo propheta in patria, ma ammiro chi emigra, impara e poi torna a casa per far vedere agli altri che è possibile cambiare, basta soltanto alzarsi dal divano, smettere di parlare per lamentarsi, alzarsi le maniche e mettersi a fare.
4. Che cosa ti dà la Spagna in più ed in meno rispetto all’Italia?
Amo l’Italia, ma proprio tanto. Amo la nostra cultura, la versatilità, la dignità e forse un po’ anche quella faccia tosta che ci fa sempre uscire illesi – o quasi – da qualsiasi situazione. Mi manca casa mia, la cucina soprattutto, con mia madre, mio padre e mio fratello adesso adolescente. E poi il mare, il caffè, l’accento siciliano, ma pure tutti gli altri. Il senso dell’umorismo. Non può non mancarmi la nostra gastronomiaQua insistono a dire che hanno gli chef più importanti del mondo, e io sarò anche campanilista, ma la parmigiana, il gelato e l’iris alla ricotta con gocce di cioccolato che facciamo in Sicilia, se li sognano proprio. Mia madre, spesso più affascinata di me da questa frenetica vita spagnola, quando sa che magari una sera non ho tempo per cucinare, esordisce sempre con “e dai, semmai stasera ceni fuori e ti mangi una (?!) tapas, non sapendo che la maggior parte delle volte la tapa che ti servono nei bar è un pezzetto di pane duro con della terribile insalata russa schiaffata sopra, o una cosa che loro chiamano “mortadela siciliana” e io non mangerei manco pagata.
Prese in giro a parte, io in Spagna ci sto da quasi sette anni e c’è più di un motivo per cui ho scelto di restare. Il primo: qui si respira libertà, una sorta di libertà sociale che ti permette di vestirti come ti pare, uscire con chi ti pare, mangiare quello che ti pare alle ore che ti pare, senza che qualcuno ti additi come sfigato. E senza che tu debba preoccuparti di sembrare fashion ad ogni costo. Credo che la maggior parte degli italiani (tanto gli uomini, come le donne) non abbiano ancora abbandonato un certo retaggio provinciale, per cui si sentono quasi in dovere di spettegolare del prossimo, salvo poi andarci a bere il caffè insieme per spettegolare su un altro e così via… ma anche su sconosciuti! In Italia ho sentito tante di quelle conversazioni incentrate addirittura sull’ultimo fidanzato e/o calendario della showgirl di turno che mi è venuta voglia di implodere…
Un’altra cosa che mi ha dato in più Madrid è la sua apertura multiculturale. Io vivo a Lavapiés, un quartiere multietnico, in cui convivono quasi 100 nazionalità diverse, in meno di 2 chilometri quadrati. Qui è impossibile sentirti immigrato, piuttosto ti senti parte di un movimento che scambia, ricicla, insegna e impara. In questi tempi duri, in cui lo straniero è visto come colui che vuole sottrarci quello che è solo nostro, per diritto di nascita, farei fare un bel fine settimana in una casa occupata di Lavapiés a Salvini, Borghezio e compagnia cantante…
In Spagna poi, la pressione sociale sulle donne non è così forte come in Italia. Anche la Spagna è un paese maschilista, ma in Italia la violenza gratuita, tanto personale, come mediatica, verso chi non si conforma all’immagine di donna desiderabile a tutti costi e a tutte le età, tocca veramente livelli allarmanti. Quando apro facebook, o mi capita per sbaglio di vedere un programma televisivo italiano, quello che più mi sconvolge è vedere la normalità con cui la donna debba essere catalogata come prodotto carnaceo vendibile, da classificare poi comunque come santa o puttana. Continua a esistere un incoerente moralismo democristiano per cui l’oggetto donna deve sempre essere scelto, perchè se per caso si azzarda a decidere qualcosa della propria vita, chissà cosa dicono gli altri, non sia mai… Dobbiamo solo essere sempre giovani, belle e soprattuttamente[cit.] zitte. Per ultimo, un altro motivo per cui ringrazio la Spagna di darmi di meno, è che qui non esistono i prediciottesimi.
5. Su cosa stai lavorando attualmente?
Adesso sono impegnata con l’associazion “A Madrid si muove un’altra Italia”, che da alcuni anni organizza iniziative a Madrid per dare visibilità alla storia dei movimenti antifascisti ed antimafia in date importanti per la storia d’emancipazione della società italiana: il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, e il 9 maggio, data in cui la mafia assassinò Peppino Impastato, giornalista e attivista politico.
Il festival si chiama Italia_R-eXistencias_2016, e ingloba una serie di eventi, dal cinema alla musica, passando per laboratori e attività per adulti e bambini, che si diffondono per vari spazi popolari che sono l’anima del cuore di Madrid, come La Cebada e il Mercado de San Fernando. . E anche nel teatro della Scuola Italiana di Madrid, con i più giovani, a cui porterò con immenso onore la buona novella di Rosa Balistreri. Quella che con l’associazione ci proponiamo di visibilizzare è un’Italia bella, allegra, consapevole, ricca di memoria, multietnica, e plurale. Inoltre per questa occasione canterò con una nuova ensemble italo-spagnola, i Briganterra, cercando di creare l’atmosfera delle feste italiane popolari, mediterranee e non solo.
6. Cosa consiglieresti a un italiano che desidera emigrare in Spagna?
Il primo consiglio è l’arte dell’umiltà. E qui la Spagna non c’entra.
Tutti abbiamo diritto all’emigrazione, anche se taluni vorrebbero farci credere che questo è un privilegio destinato solo agli europei. Però purtroppo ho conosciuto molti miei cari compatrioti che sono andati -o hanno intenzione di andare- all’estero sperando che per il solo fatto di essersi mossi dal divano, adesso fosse dovuto loro un premio per il coraggio, stile programma MilleMiglia Alitalia… Quindi il mio consiglio, proprio spassionato, è: prendi la valigia e vai, viaggia, emigra, chiamalo come vuoi, basta che ti muovi. Ma cerca di tenere bene a mente che è necessario avere qualcosa da dire, da fare o almeno volere imparare a dire e fare qualcosa. Non sei figlio, nipote, nè amico di nessuno. Niente ti è dovuto.
Poi comunque, veramente, se venite per lamentarvi, state a casa vostra: in giro per il mondo gli scassapalle sono in esubero già da un pezzo.