Sonia Modi
L’Altra Opinione
29 Maggio Mag 2019 2236 29 maggio 2019

La strage dei Georgofili: una ferita profonda ed indelebile per Firenze

Il ricordo della stagione degli attentati che scosse e cambiò la storia di una città e di un Paese

Sono passati ventisei anni ma il ricordo di quella ferita è ancora vivo, intenso ed indelebile. Erano le ore 01:04 del 27 maggio 1993 quando una forte esplosione svegliò tutta la città di Firenze. In quella notte, a seguito della deflagrazione di un furgone Fiat Fiorino imbottito con quasi 300 chili di tritolo, crollò la Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili. All’interno della Torre abitava la custode, Angela Fiume di 36 anni, assieme alla sua famiglia: il marito Fabrizio Nencioni, di 39 anni, e le loro figlie Nadia, di 9 anni, e la piccola Caterina, di soli 50 giorni. Tutti e quattro persero la vita. A seguito dell’esplosione, molti degli edifici circostanti presero fuoco, costringendo la gente a scappare per strada. In uno di questi, le fiamme tolsero la vita a un giovane studente di architettura, Dario Capolicchio di 22 anni, morto carbonizzato. Una cinquantina di persone rimasero ferite a seguito dell’attentato.

L’esplosione, oltre al crollo della Torre dei Pulci, causò ingenti danni al patrimonio storico-artistico della città: gravemente lesionati risultarono il vicino museo degli Uffizi, il Corridoio Vasariano e Palazzo Vecchio. Alcune opere andarono definitivamente perdute, mentre altre rimasero gravemente danneggiate; ci sarebbero voluti molti lustri, mani infinitamente esperte ed ingenti finanziamenti per riportarle agli antichi splendori. Quasi superfluo aggiungere che molte delle abitazioni private limitrofe al luogo dell’esplosione rimasero profondamente danneggiate.

Ai primi soccorritori apparve uno scenario di guerra: un tappeto di vetri copriva il manto del loggiato degli Uffizi, la Torre dei Pulci era stata sventrata e dalle strette stradine medievali di via Lambertesca e di via dei Georgofili si sprigionavano alte fiamme. Con la luce delle prime ore del mattino si capì che non poteva trattarsi di una tragica fatalità provocata da una grossa fuga di gas, come in un primo tempo si era ipotizzato. Ben presto si comprese che si trattava di altro: di un attentato terroristico, la cui matrice era in quel momento difficilmente inquadrabile.

Nessun fiorentino dimentica quel boato, subito accompagnato dal silenzio assordante della notte. Da quel momento, niente sarebbe stato più lo stesso per la città e per l’Italia: era iniziata la stagione delle stragi del 1993.

Facciamo però un passo indietro, esattamente di un anno. Il 17 febbraio 1992 a Milano fu arrestato Mario Chiesa, dando il via a quella famosa serie di inchieste giudiziarie, passata alla storia col nome di “Mani pulite” , che svelò un sistema di corruzione diffuso nell’imprenditoria e nella politica del Paese. Lo scandalo definito presto come “Tangentopoli”, aveva creato un crescente clima di sdegno e di malumore nell’opinione pubblica.

Sul versante di Cosa Nostra, all’inizio dell’anno, più precisamente il 30 gennaio, la Corte di Cassazione confermò gli ergastoli del “Maxiprocesso”. Il 12 marzo venne ucciso a Palermo il parlamentare europeo della Democrazia Cristiana ed ex sindaco di Palermo, Salvo Lima; il 23 maggio morirono nel terribile attentato di Capaci il giudice Giovanni Falcone assieme alla moglie, magistrato anch’essa, Francesca Morvillo e agli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani; il 19 luglio una seconda esplosione devastò via d’Amelio a Palermo e tolse la vita al giudice Paolo Borsellino assieme agli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Casentino e Claudio Traina.

In un clima di terrore e di inquietudine la Sicilia del 1992 si ribellò a questo stato di cose ritenuto, a differenza che in passato, insopportabile e non più ineludibile. I giovani uscirono dalle loro case per protestare contro la Mafia e, subito dopo, ad essi si unirono i loro genitori. Gli italiani cominciarono a pretendere una risposta energica dello Stato e i politici, fortemente indeboliti e delegittimati dalle inchieste di “Mani Pulite”, non poterono che approvare il regime del “carcere duro per i mafiosi”, noto come legislazione antimafia “Martelli-Scotti”. Pochi mesi dopo, venne arrestato Totò Riina.

Quando l’anno successivo ci fu l’attentato nel cuore di Firenze - preceduto alcuni giorni prima, il 14 maggio, dall’attentato a Maurizio Costanzo – tutti capirono che l’Italia stava cambiando troppo velocemente e che qualcuno, forse, non apprezzava la ventata di rinnovamento che attraversava il Paese.

La conferma venne poco dopo l’attentato di Firenze, quando nella notte fra il 27 e 28 luglio, quasi in contemporanea, tre bombe esplosero: due a Roma, davanti alle basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro, ed una terza a Milano, in via Palestro. Anche in queste occasioni ci furono morti e feriti.

E se l’Italia stava cambiando e per qualcuno lo stava facendo troppo velocemente, per molti, giovani soprattutto, era arrivato il momento di reagire. Il cambiamento era iniziato e le bombe non lo avrebbero frenato. E’ così che una generazione di giovani cominciò a impegnarsi in politica e nel sociale, partecipò in massa ai numerosi dibattiti che un po' in tutto il Paese si tenevano. Poi, con il tempo, molti di questi giovani si sono persi per strada, presi dalle difficoltà quotidiane e dal decrescente interesse per il sogno adolescenziale. Ma questa è un’altra storia.

di Sonia Modi

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