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18 Luglio Lug 2019 0900 18 luglio 2019

Istruzione, startup e innovazione: è Israele il Paese per giovani

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Di: Chiara Maggi

Periodicamente i riflettori internazionali si accendono su Israele. Le ragioni sono quasi sempre le stesse. Dopotutto, quando si parla di Israele non possono che venirci in mente le spinose questioni legate ai suoi conflitti militari e controversie geopolitiche. Noi di Millennials invece, vogliamo raccontarvi di un aspetto di questo paese di cui non si parla mai e che invece vale la pena conoscere: Israele è un paese giovane e per giovani. A noi Millennials italiani cresciuti con il leitmotiv della “stagnazione”, del “debito”, dell’ “invecchiamento” o della “precarietà”, sembrerà di fare un viaggio su Marte.

Israele è un paese che nell’ultimo decennio è cresciuto a un tasso medio annuo di quasi il 4% (mentre noi ci attestiamo a un allarmante -0.4%). Non a caso, la distanza fra reddito pro capite in Italia e in Israele si va velocemente assottigliando, come mostrato nel grafico sotto.

Guardando ai dati demografici, il 28% della popolazione ha meno di 15 anni (da noi sono il 14%) e il 9% della popolazione ha oltre 65 anni (da noi oltre il 20%!). Sebbene questi dati riflettano la crescente presenza di Ebrei Ortodossi (che registrano in media 6 figli per famiglia), bisogna comunque sottolineare che il tasso di fertilità della popolazione laica è di 2.2 figli per donna, uno dei più alti fra i paesi sviluppati (in Italia ci attestiamo a 1.35 figli per donna).

Qual è il motore del successo economico israeliano? In una parola, “innovazione”. Israele è il paese con la più alta densità di startups nel mondo: 1 startup ogni 1400 abitanti (20 volte più che in Germania, e 5 volte più che nello UK). In Israele c’è una delle più alte concentrazioni di ingegneri e computer scientists, e si registra la più alta percentuale di Pil spesa in Ricerca e Sviluppo (oltre il 4.5% del Pil nel 2017, con l’Italia all’1.35%). Già dieci anni fa c’erano più compagnie israeliane quotate nel NASDAQ, che nell’intero continente europeo, e un valore di investimento venture capital pro capite ben 2.5 superiore a quello degli Stati Uniti, e 30 volte superiore a quello europeo.

In Israele oltre il 50% della popolazione è laureato (in Italia meno del 20%), e ben oltre il 20% della popolazione lavora nell’hi-tech (il doppio che in Italia). Nell’anno accademico 2017-2018, ci sono stati più iscritti in ingegneria, matematica e computer science che negli studi sociali (al contrario, l’Italia è il paese OCSE con la più alta percentuale di laureati in discipline umanistiche). Non stupisce, quindi, che Israele sia uno dei paesi OCSE con il più alto divario del tasso di occupazione e dello stipendio fra chi ha una laurea e chi, al più, un diploma. Laurearsi in Israele aumenta lo stipendio medio di oltre il 50%, rispetto a chi ha un diploma. Questo certamente aiuta a spiegare l’anomalia quasi tutta israeliana per cui il tasso di fertilità sia più alto fra i giovani con un più alto livello di istruzione.

La grande disponibilità di capitale umano altamente qualificato nell’hi-tech ha attratto ingente capitale da società multinazionali. Motorola ha il suo più grande centro di R&D in Israele, Microsoft ha costruito il suo primo centro di ricerca al di fuori degli Stati Uniti, e poi vi sono Intel, Google altre centinaia grandi società. Non stupisce quindi che negli ultimi 20 anni, Israele sia riuscito a invertire il trend crescente della fuga di cervelli, che aveva raggiunto il suo picco nella seconda metà degli anni Novanta. Essere giovani e istruiti in Israele conviene, e quindi i giovani restano!

La straordinaria crescita di Israele è stata studiata da molti. Come è possibile che un paese con meno di 9 milioni di abitanti, completamente privo di risorse naturali, circondato da nemici e perennemente in guerra possa diventare il principale hub tecnologico, secondo solo alla Silicon Valley californiana?

Sicuramente buona parte di questo successo è motivato dall’istinto di sopravvivenza di un popolo con un passato e un presente difficile e controverso. Sicuramente il ruolo centrale del settore militare nell’economia del paese e nella vita di ciascun cittadino (il servizio militare di circa 3 anni è obbligatorio per la stragrande maggioranza della popolazione) ha contribuito e contribuisce a creare domanda di innovazione e formare capitale umano specializzato in prodotti ad alto contenuto tecnologico. Israele o innova o sparisce.

Tuttavia, spiegare il successo tecnologico e imprenditoriale israeliano con l’importanza del settore militare è miope, e finirebbe per giustificare il nostro ritardo, come Italia. Israele non è l’unico paese con leva obbligatoria e ingenti risorse a disposizione in campo militare. Lo sanno bene a Singapore, dove nonostante la leva obbligatoria non sono ancora riusciti a realizzare l’obiettivo di diventare una startup nation. C’è infatti un’eccezionalità nella cultura israeliana e nella sua esperienza militare a cui dobbiamo guardare noi come Italia: una struttura organizzativa piatta e informale. Agli ordini si ubbidisce, ma di fronte a un problema da risolvere, l’opinione di tutti conta. Già dai primi mesi dell’esperienza militare, le giovani leve sono chiamate, appena ventenni, a proporre soluzioni rapide e creative a problemi reali e immediati. La competizione sulle idee è benvenuta e incoraggiata, e non importa da chi provengano. Offrire ai più giovani opportunità reali di esercizio di responsabilità e creatività è visto come un ingrediente necessario non solo per il futuro del paese, ma anche per il suo presente. Quando c’è da trovare una soluzione, tre teste funzionanti sono meglio di due.

Ascolta bene quindi, Italia. Fortunatamente, non abbiamo nemici che minacciano il nostro diritto di esistere. Il nostro futuro non dipende dalla nostra forza militare. Il primo nemico dell’Italia è, piuttosto, l’Italia stessa. La nostra minaccia più grande è quella dell’irrilevanza politica ed economica, del declino, dell’impoverimento della nostra generazione e di quella dei nostri figli. E la soluzione, come ci insegna Israele, viene anche dal guardare ai giovani e al futuro come a un’opportunità. Anche l’Italia allora, o innova e punta sul futuro e sulle sue giovani leve, o sparisce.

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