Napolitano, tutte le ragioni del suo no al settennato bis

Non ci sono solo questioni legate all’età e alla legittima aspirazione al riposo nella decisione del presidente della Repubblica di sottrarsi al dibattito sulla propria rielezione, innescato da Eugenio Scalfari. Le motivazioni sono politiche e riguardano soprattutto il delicatissimo ruolo di medi...

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24 Marzo Mar 2012 1810 24 marzo 2012 24 Marzo 2012 - 18:10
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C’è una ragione contingente e una di più largo respiro nella decisione di Napolitano di sottrarsi al dibattito sulla propria rielezione, proposta settimane fa da Eugenio Scalfari e dominante in questi giorni nei boatos romani. La ragione contingente è questa: Napolitano sa che a partire dalle difficile mediazione sull’iter parlamentare della legge sul mercato del lavoro i prossimi mesi lo vedranno impegnato in prima persona a tenere unito il quadro politico e quindi non vuole veder stravolgere il proprio ruolo con indiscrezioni sulle proprie ambizioni future. Il presidente è super partes e non ha interessi personali da difendere. Questo è il primo messaggio. Erga omnes. La seconda spiegazione, quella di più lungo periodo, attiene sia al peso della responsabilità accumulata in questi anni, sia al diritto al riposo necessario in ragione dell’età, sia alla considerazione che un mandato di sette anni è già abbastanza lungo da non richiedere e da non rendere opportuno una sua ulteriore dilazione.

Molti presidenti prima di lui non hanno fatto mistero, e spesso hanno anche brigato in questo senso, sul desiderio di restare al Quirinale per un altro settennato o per una breve proroga. Non è mai accaduto ed è stata una prova di saggezza del mondo politico-parlamentare aver rifiutato questa tentazione. Anche la scelta, assai frequente, di presidenti anziani è stata favorita per scoraggiare ambizioni di lunga durata probabilmente più tentatrici nel caso di candidati più giovani. Il Quirinale è una meta ambita. È il suggello di una lunga carriera e, per il modo dell’elezione, è spesso anche il segno di una larga convergenza di forze anche contrapposte. Da molto tempo il Quirinale svolge un ruolo assai più visibile sulla scena politica. Il presidente non è più il silenzioso notaio della nostra vita pubblica. In verità non lo è mai stato perché sempre l’inquilino del Colle è intervenuto sullo scacchiere politico anche con scelte drammatiche, basta pensare a Gronchi e al quel governo Tambroni allargato al Msi che provocò gli scontri di Genova o al ruolo di Segni nel tentativo, al limite della legalità, di arginare l’ascesa del centro-sinistra.

Ma da Pertini in poi il Colle è diventato anche meno silenzioso, anzi ha fatto suonare fragorosamente i suoi richiami. Lo stesso Pertini, il dirompente Cossiga, il politico puro Scalfaro. Solo Ciampi è apparso un presidente più restio a mettere le mani sulla politica e fece clamore solo la sua apertura pacificatrice rivolta ai ragazzi di Salò. Napolitano è stato eletto in modo pressoché imprevisto nel parlamento che venne fuori dalle elezioni del 2006. Quelle elezioni furono vinte per una manciata di voti dal centro-sinistra. Berlusconi cercò ripetutamente di invalidarle, fino a rompere con il suo ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, che le convalidò immediatamente. In quel clima si affacciò l’ipotesi di una candidatura D’Alema che non trovò consensi nella destra, anche se Giuliano Ferrara se ne fece paladino, e probabilmente venne osteggiata anche nel centro-sinistra. Furono giorni difficili. Il centro-sinistra non cercò di coinvolgere la parte avversa nella scelta del candidato e sperò che il nome di Napolitano potesse riuscire nel miracolo della designazione condivisa. Berlusconi, che pure quando vinse le elezioni nel 1994 attraversò i banchi della Camera per andare a congratularsi con Napolitano dopo che questi, capogruppo dei Ds, aveva svolto un discorso di opposizione serio e responsabile, ritenne invece di dover tenere tutto il centro-destra fuori dalla maggioranza che elesse l’attuale capo dello Stato. Iniziò così la difficile presidenza di Napolitano, sotto il segno di una spaccatura che avrebbe potuto essere drammatica. Invece Napolitano, uomo di forte temperamento e di grande senso dello Stato, è riuscito in poco tempo a guadagnarsi la fiducia dell’intero arco parlamentare culminata nel miracolo di ottenere le dimissioni di Berlusconi e l’avvio del governo Monti senza che nel paese volasse una sola mosca. Nasce da questa caratteristica della sua presidenza la tentazione di prolungarla. E nasce dall’unicità della stessa esperienza la decisione di Napolitano di rinunciarvi. Ieri il capo dello Stato ha detto di vedere con piacere una donna al proprio posto. Non saranno stati contenti lo stesso Monti e Romano Prodi, candidati in pectore. Molte donne del centro-sinistra, indicato da tutti i sondaggi come il probabile vincitore delle prossime elezioni, hanno cominciato da ieri a sognare. E probabilmente a farsi la guerra. Esattamente come fanno gli uomini.    

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