Il direttore Tondelli lascia Linkiesta, ecco perché

Una decisione strategica presa sopra la mia testa, la difesa del giornalismo come “dovere e libertà”

20 Febbraio Feb 2013 0946 20 febbraio 2013 20 Febbraio 2013 - 09:46

Poi arriva un giorno, e ti accorgi che è il giorno in cui devi – non hai altra scelta, devi – andare via. Quel giorno per me è arrivato oggi in seguito a una decisione degli organi di gestione de Linkiesta.it che non doveva essere presa sopra la mia testa. Succede invece che, a cose fatte e decise, mi viene comunicata verbalmente la decisione “già presa” del licenziamento del condirettore Massimiliano Gallo. Non solo già presa, ma materialmente già irrevocabile. Figurarsi.
Senza neanche entrare, qui, nel percorso decisionale e nell’impianto motivazionale della scelta, mi è parso evidente quale fosse il mio dovere e dove stesse la mia dignità personale e professionale: nelle dimissioni. Perché non si può fondare un giornale come Linkiesta aderendo anche come socio all’iniziativa; non si può pretendere di fare le pulci al potere, ai suoi tic, alle sue arroganze, ai suoi errori di valutazione e gestione, per poi annuire e magari anche ringraziare di fronte a un gesto che sa, palesemente, di esautorazione. Qualunque altra mia scelta, avrebbe voluto dire accettare e anzi istituzionalizzare, dentro al giornale che ho diretto sin dalla sua fondazione e di cui sono socio, il germe di ciò che più accesamente abbiamo criticato nelle società degli altri.

Quando un rapporto finisce così, il rischio è quello di farsi travolgere dal male e non restituire la gratitudine – immensa – per questa storia. La gratitudine per aver potuto dirigere in questi due anni una squadra di professionisti eccezionali. Proprio con Massimiliano Gallo, tante volte, ci siamo trovati ad osservare le evoluzione personali e professionali, provando a guidarle e a valorizzarle. Ci siamo sorpresi nel vedere la crescita di autorevolezza e audience, abbiamo sempre sorvegliato la tentazione di pensare che fosse fatta e anzi ci siamo rimproverati a vicenda quando sopravvenivano entusiasmi troppo accesi o delusioni troppo profonde. Con il mio infaticabile compagno di cayenna Jacopo Barigazzi, socio de Linkiesta.it e caporedattore encomiabile, geyser perenne di idee e visioni che arrivavano da paesi più civili del nostro, abbiamo dato sempre materiale concreto al sogno di un giornale nuovo, che guardasse lontano e a lungo. Che facesse dell’indipendenza un faro sempre acceso a sorvegliare ogni tentazione, che neutralizzasse l’ipocrita confusione tra comunicazione e informazione, che provasse a tenere alta la tensione intellettuale rispondendo alla sacrosanta domanda di chi – in internet – cercava profondità e qualità. Con l’altro socio fondatore, Lorenzo Dilena, abbiamo condiviso il peso e la responsabilità di descrivere per numeri il capitalismo italiano e quella strana cosa che è il “mercato” in un sistema allergico a competizione, regole, dove persino le autorità preposte fanno fatica a rendere conto, e figuriamoci se lo fanno volentieri i sorvegliati... Abbiamo condiviso l’eccitazione per gli scoop e il fastidio per quando arrivavano primi gli altri: perché non abbiamo mai giocato per partecipare.

Con Paolo Stefanini, tra un reportage profetico e l’altro sul “comico in politica”, abbiamo cercato lungamente la strada che porta il miglior giornalismo a parlare la lingua di internet. Coi nostri pochi, pochissimi mezzi, abbiamo fatto per lungo periodo miracoli: ma sarebbe più corretto dire i miracoli li hanno fatti lui e il nostro grafico Carlo Manzo. Con Fabrizio Goria, mentre un uccellino che cinguetta 300 volte al giorno ci sbatte in faccia come cambia il mondo, abbiamo guardato da dentro la crisi finanziaria e dell’euro, abbiamo spiegato e documentato il default greco prima che fosse una hit. Abbiamo aiutato l’Italia a sorvegliare la sua situazione di malata d’Europa. Con Alessandro Da Rold abbiamo raccontato, passo a passo, il deflagrare di un sistema decennale, e abbiamo guardato fin nel dettaglio come il mitico “asse del Nord” si era innamorato degli stessi difetti che rimproverava al sud: o forse, li aveva sempre avuti. Con Marco Sarti, eroicamente abbandonato da solo in parlamento e nei ministeri, abbiamo guardato con dovizia di particolari il lavoro della politica, e quello dei politici. Abbiamo spulciato le carte delle commissioni, annodato i fili delle alleanze, visto mutare il clima politico e intuito l’emergere di nuovi personaggi. Con Antonio Vanuzzo abbiamo messo l’entusiasmo al servizio dell’informazione economica, del dettaglio tecnico che è importante non perdere, del lavoro più minuzioso e noioso che però rende servizio al cittadino, risparmiatore e consumatore. Con Michele Fusco abbiamo adoperato l’antidoto del cinismo e dei sentimenti, del sarcasmo e della caciara: ad alcuni, con lo stomachino delicato, le sue parole spesso non piacevano; a noi sembravano talora le uniche possibili per guardare in faccia un’Italietta immarcescibilmente simile ai propri peggiori difetti. Lungo la strada, poi, abbiamo incontrato giovani professionisti alla prima esperienza, come Marco Braghieri che è stato con noi quasi un anno, e poi Dario Ronzoni e Lidia Baratta con ancora lavorano nel seminterrato di via Brocchi e smazzano tanto lavoro senza fiatare, perché a Linkiesta si lavora parecchio. Con Giuseppe Alberto Falci, uno che ha iniziato a frequentare queste redazioni grazie alla tenacia di chi davvero vuole fare questo lavoro, abbiamo raccontato la Sicilia e la sua classe politica: uno specchio, troppo spesso snobbato, che restituisce la forma di altre latitudini. Con Marco Alfieri, firma importante del giornalismo italiano e ultimo arrivato in redazione, avevamo invece sognato, un tempo, di riannodare i fili di un ormai antico percorso professionale comune, ed è davvero un peccato che il tentativo debba abortire prima ancora di poterci provare.

Il pezzo di cammino che ha portato fin qui Linkiesta, naturalmente, non è avanzato solo sulle spalle della redazione. Abbiamo incontrato nuove intelligenze e – Dio li benedica – ci siamo portati dietro diversi maestri. Penso anzitutto a David Bidussa, il maestro che ringrazio sempre ogni volta che devo dire un grazie. A lui voglio aggiungere il nome di un grande giornalista politico, Peppino Caldarola che con la generosità del ragazzino che inizia e l’esperienza di quello che le ha viste tutte non ha mai fatto mancare la sua nota politica quotidiana, un piccola perla che mi riempiva sempre di onore. Un grazie strano e sincero lo devo a Giulio Sapelli: nei turbinii che capitano con le personalità spigolose, ha regalato a Linkiesta un grande ritratto, quasi profetico, dell’Italia dei tecnici e del suo declino. E poi penso al lavoro puntuale e originale sulle istituzioni europee svolto da Giovanni Del Re, ai consigli di saggezza di Giuseppe Baiocchi, alla puntualità di Alessandro Marzo Magno, agli obituaries di Andrea Jacchia, al santo del giorno disegnato da Jean Blanchaert, a Paolo Bottazzini, che ci insegna che l’informatica è una scienza umana, ai tanti talenti incontrati sulla nostra strada, come Valerio Bassan, Luca Rinaldi, Stefano Casertano, Edoardo Petti, Antonio Aloisi, Gabriele Catania, Stefania Divertito, Alberto Crepaldi, Andrea Moizo, Laura Lucchini e a tanti altri che mi vorranno scusare se non li menziono.

Abbiamo fatto degli errori qua dentro, naturalmente. Del resto, le cose nuove non sono notoriamente le più facili, e dovendo scegliere ogni giorno cento volte che passo fare, può capitare di sbagliare. Dalle nostre parti, tra l’altro, quando si sbaglia lo si ammette. Ma non abbiamo mai perduto di vista l’obiettivo di provare a raccontare la realtà economica, politica, sociale del paese. Con numeri, dati, inchieste, notizie esclusive, analisi di altissimo profilo per il panorama italiano, e anche qualche riconoscimento. Abbiamo giocato con le opinioni? Certo, e ci mancherebbe altro che privarsi della forza inquirente della provocazione. Soprattutto, abbiamo sempre diffidato dalle formule magiche, e a questa cosa abbiamo dato il nome di libertà e dovere.

Nel congedarmi da chi ha frequentato Linkiesta negli anni della sua fondazione, cioè i lettori, voglio ringraziarli per ultimi, ben sapendo che sono stati i primi. I primi a credere davvero alla nostra capacità di dare informazione indipendente; i primi a stimolarci e a migliorarci; e soprattutto i primi a darci l’unica vera grande soddisfazione di un giornalista: accorgersi di fare un lavoro prezioso, utile, di servizio e adrenalina, insomma un lavoro bellissimo. A tutti voi, dunque, un grazie di cuore, e un auguro di ogni bene. Lo stesso augurio che, certo di aver sempre voluto il bene per questo giornale e per questa azienda, rivolgo alla storia editoriale e imprenditoriale de Linkiesta.it. 

 

 

 

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