Fenomenologia di Valentina Nappi

Impietosa analisi di una finta intellettuale

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15 Novembre Nov 2014 1515 15 novembre 2014 15 Novembre 2014 - 15:15

Valentina Nappi mi ricorda quel tipo di ragazza che dopo un inizio titubante con il sesso, magari dopo essersi sentita bruttina per un po’, si dà una sistemata e incomincia a guardarsi allo specchio con maggiore fiducia proprio mentre scopre la magica legge del maschio italiano ( basta che me la dia, nda) e ne approfitta per uscire dal cono d’ombra grazie a una spregiudicatezza maggiore di quella delle amiche.

Questo genere di ragazze di solito ci prendono parecchio gusto e nel luna park di uomini che scoprono di avere a disposizione, al tutto sommato modico prezzo della propria disponibilità e della disapprovazione di Massimo Boldi, ottengono botte di autostima che si mischiano all’antica verità che, anche se non è il caso di farlo sapere a una certa categoria di femministe, scopare piace anche alle donne.

Valentina Nappi 1

Fino a qui tutto bene. Il problema si pone quando il sesso diventa l’unico motivo di vita e, in contemporanea, si ha la pensata che tutto questo, condito con quattro citazioni modaiole in croce poste lì ermeticamente a significare “cultura” possa dare a una donna, il cui unico merito è di avere una vagina particolarmente attiva, uno spessore intellettuale di alcun tipo. Non ha funzionato con Rocco Siffredi, costantemente ignorato dall’accademia che assegna i Nobel, non funziona nemmeno per le donne. È la parità dei sessi (questa, non quella della Nappi).

Capiamoci: lungi da me l’idea di colpevolizzare una donna che vuole fare del suo corpo una consapevole casa-accoglienza per cazzi di ogni risma e specie purché di suo gradimento (anche io so dire cazzo come la Nappi, ehi questo fa di me un ribelle!). Si tratta pur sempre di quello che un tempo avremmo chiamato “un servizio sociale fondamentale” ma se anche vogliamo ridefinirla come “scelta avanguardista di una femminista sui generis” va benissimo. Però, come dire, sarebbe sempre utile tenere a mente l’aureo principio che tutto sommato non ce ne frega un cazzo.

E il perché è presto detto: il modo di Valentina Nappi di usare la fregna più che un atto politico assomiglia alla consuetudine masturbatoria del bambino che ritiene che i propri genitali siano il centro pulsante dell’universo: una tendenza che se prolungata oltre l’infanzia una volta portava dall’analista, ora invece traghetta sulle prestigiose pagine di Micromega passate dalle manette al clitoride con una rapidità che sento necessiterebbe una parola di sicurezza.

Ingroia… Ah! Cazzo, avevo detto Ingroia!”.

Diventare degli intellettuali di riferimento a colpi di rapporti sessuali in video riesce ovviamente solo se siete una donna, ed è questo uno degli aspetti del maschilismo intrinseco in tutta la vicenda Nappi. Dato che lo spessore filosofico delle cose che dice la Nappi è riducibile all’unico assioma “faccio quel cazzo che mi pare”, magistralmente sintetizzato in questa risposta al “filosofo” della televisione e amico dei complottisti Diego Fusaro:

Per chi, come me, auspica un potenziamento del modello occidentale contemporaneo di libertà, in virtù del quale i ragazzi a scuola mettono i piedi sul banco e fanno scoppiare le gomme da masticare in faccia agli insegnanti

Credo quindi di poter prendere il rischio di dire che non ci troviamo di fronte alla nuova Hannah Arendt. Eppure la Nappi parla ormai a browser unificati.

Perché?

Immaginiamo Valentino Nappi, l’alter ego maschile di Valentina Nappi che esiste solo nella mia testa. Ora, Valentino Nappi fa il porno attore, e pensate un po’ gli piace la figa. Valentino Nappi, ogni tanto, oltre a montare giovani donzellette come se i suoi tessuti spugnosi non avessero un domani, se ne esce con delle frasi del tipo:

Nella presente fase storica, le grida contro il grande capitale finanziario globale sono grida in difesa della piccola e media borghesia. Sono grida reazionarie. Il processo di centralizzazione dei capitali è infatti condizione necessaria per un autentico progresso storico, e l’alternativa è restare impantanati nella dialettica borghese fra liberalismo ‘critico’ e fascismo.

La visualizzate le palle di fieno che rimbalzano nel vuoto? Sentite il ticchettio dell’orologio alle sue spalle? L’ululare dei coyote in lontananza? Percepite la totale e onnipervasiva solitudine che l’umanità dedicherebbe a quest’uomo? Dovreste allora anche coglierne la giustezza geometrica. Perché non succede lo stesso con la Nappi?

Io, ovviamente, ho una teoria.

Al contrario di Valentino Nappi, che cerca di alimentare la propria aura di scopatore come altri millemila maschi con le sopracciglia rifatte generando l’indifferenza della via lattea tutta, Valentina Nappi, dialoga con abilità con il mito comunicativo contrario, ma ugualmente maschilista, della zoccola.

Nel farlo non lo mette in discussione né lo supera, ma lo usa meramente per cementare la propria notorietà, alludendo ad una generica critica che di fatto poi non prende alcuna forma se non quella del puerile “faccio sempre quello che voglio”, bensì fondamentalmente lo celebra come stato di eccezione tipico della superdonna. Magari buttando un “tecnocrazia” qua e uno “scientismo” di là, sempre senza dare l’impressione di sapere veramente di cosa sta parlando.

Nel mentre la Nappi non punta a eliminare la vergogna dalla sua condizione di donna affamata di uomini ma a sopportarla strenuamente in favore di telecamera e solo in quanto Valentina Nappi, confermando cioè tutti i peggiori stereotipi sulle donne che hanno una sessualità libera, vivendosi però come stato di orgogliosa eccezione, in cui l’estremo non è una possibile scelta, ma l’unica condizione veramente accettabile.

Valentina Nappi senza una tacita accettazione del maschilismo più bieco non è nessuno, ma la sua non è una denuncia, bensì un’appropriazione comunicativa a scopi commerciali, un flame spacciato per una liberazione che di fatto non solo non avviene, ma non è neppure teorizzata attraverso alcun tipo di reale complessità, a parte le parole supercazzola e la bambinesca affermazione unilaterale dell’ego. È mero marketing, e pure dozzinale.

In altri termini quello che separa Valentino Nappi da Valentina Nappi, sono sostanzialmente due cose: 1. l’idea, assieme puritana e maschilista, che una donna a cui piace scopare rappresenti una cosa eccezionale rispetto alla norma di colei che va manipolata per farla cadere in tentazione distraendola dai suoi sogni di matrimonio color rosa confetto e 2. che una medesima eccezione sia rappresentata da una donna che nelle sue frasi non usa esclusivamente parole come “rimmel, migliore amica, svendite”.

Per tutti quelli di noi che non vivono nel 1960, Valentina Nappi è in ultima analisi l’espressione più avanzata del maschilismo italiano, quella cultura provinciale che vede nella parodia egotica dell’emancipazione rappresentata dalla pornostar che usa parole complicate un modello di donna interessante e non una ragazza impreparata che fa la gioia dei click baiter.

Che il dio che veglia benevolo sugli stabilimenti della Durex mi sia testimone, qui nessuno è un nazi-femminista convinto che ogni pornostar o donna a cui piace molto fare sesso sia da criticare. Il problema piuttosto è chi, per il solo fatto di farlo, si sente l’alfiere di una nuova cultura della supercazzola filosofica vaginale (o penica, ci risentiamo la prima volta che Trentalance citerà Žižek solo per darsi un tono).

Su di un altro livello Valentina Nappi intellettuale, più che un simbolo di liberazione, è semmai un’offesa prima di tutto alla cultura, e in secondo luogo alle donne e agli uomini (che ci volete fare, sono per la parità dei sessi, io) più preparati di lei, quelli che hanno studiato veramente indifferentemente da quanto siano disinvolti sessualmente.

Per quanto mi riguarda potete anche fottere degli asini intonando la marsigliese, ma quando volete scrivere di filosofia su un giornale assicuratevi di sapere come farlo.

La prosa arrancante, quasi illeggibile (in fondo non serve veramente che abbia un senso, basta dare una generica sensazione di profondità), della Nappi va anche oltre la pseudo-cultura di cui parlava Arbasino, quella che in mezzo alle feste si mette a leggere il libro del momento assicurandosi che tutti vedano, qui siamo alla più banale rielaborazione della vergogna provinciale per il sesso attraverso la sua ostentazione meccanica (due facce della stessa medaglia). Si tratta del contrario dell’emancipazione, siamo di fronte alla versione scandalistica e paesana della pseudocultura.

La farraginosità con cui la Nappi ogni due parole evoca, dandoli per scontati, concetti così enormi che necessiterebbero interi libri, la disinvoltura imperativa, da lettore di sussidiari, con cui usa categorie filosofiche in accezioni in realtà tutt’altro che universalmente condivise, e il percorso labirintico delle sue subordinate che si conclude spesso nell’equivalente di una richiesta di ritenerla intelligente sulla fiducia, mi hanno fatto venire in mente queste parole di Goffredo Parise:

I lettori stiano in guardia da coloro che usano parole “difficili”, perché sono persone che vogliono far credere di sapere cose che gli altri non possono sapere: chiunque siano, da qualunque parte stiano, la loro natura è infida”

Quel che è peggio del suo usare la vagina, lo scopare, i pompini, lo squirting e del dare del represso sessuale a chiunque metta in questione il suo narcisismo come mezzo di scandalo fine a se stesso, è che la Nappi è arretrata proprio dove crede di essere avanguardista e il suo successo è la tremenda cartina tornasole della condizione femminile in Italia, oltre che una cosa incredibilmente noiosa.

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