«Il problema del giornalismo è che non si occupa più della realtà»

Una conversazione a tutto campo con Gianni Mura, su come è cambiato il mondo e su quello che ci siamo persi, da Milano al mondo dell’informazione

Gianni Mura
1 Luglio Lug 2015 1600 01 luglio 2015 1 Luglio 2015 - 16:00
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Ad arrivarci in bicicletta, poco dopo l’ora di pranzo di un giorno bollente di giugno inoltrato, la sede milanese di Repubblica sembra una specie di avamposto in un territorio ostile e alieno. A poche centinaia di metri da piazzale Lodi, i suoi due palazzi di vetro — un parallelepipedo slanciato per Manzoni, un cubo tozzo per il gruppo L’Espresso — sono sormontati da una decina di parabole che captano il mondo, lo stesso mondo che le diverse decine di giornalisti che in quel cubo ci lavorano ogni giorno, cercano, chi più chi meno, di raccontare e interpretare.

Nel labirinto di stanze e corridoi di quel cubo c’è anche una stanza occupata quasi per intero da una scrivania affollata di documenti, libri, appunti, con un pacchetto di MS light che spunta in mezzo alle carte. È un disordine che lascia al computer soltanto il minimo spazio vitale. Un’emarginazione del digitale che forse è casuale, anche se, dopo aver parlato con il proprietario, viene da pensare che in qualche modo non lo sia, ma che sia piuttosto una sorta di psicosomatismo dello spazio che reagisce e si adegua a chi lo occupa.

Dietro alla scrivania c’è un signore di 70 anni dallo sguardo limpido, un’espressione vagamente malinconica e una barba grigia, tranquillizzante come il tono di voce, i cui sporadici scatti si manifestano a livello lessicale. Si chiama Gianni Mura ed è uno dei più bravi giornalisti sportivi italiani di sempre. Anzi, meglio, è tra le migliori penne del giornalismo italiano di tutti i tempi, punto.

Gianni Mura vive di giornalismo da quando non aveva ancora vent’anni e, uscito dalle aule del liceo classico, entrò nella redazione della Gazzetta dello Sport come praticante. Era la metà degli anni Sessanta. Milano era un’altra città, come l’Italia era un’altra Italia e il giornalismo un altro mestiere. Da professionista della parola e del racconto, di un modo di stare al mondo, di fare giornalismo, nonché dell’arte di condividere un tavolo mangiando e bevendo — come dimostra, da ultimo, il suo Non c’è gusto, pubblicato da Minimum Fax — Gianni Mura sa bene quanto sia importante, nelle chiacchiere, non fare troppi giri di parole: «Quando mi chiedi “Cosa ci siamo persi” intendi dire cosa vi siete persi, voi che avete trent’anni, vero?», chiede sorridendo appena prima di iniziare, senza lasciare il tempo alla domanda retorica di agire.

«Vi siete persi l’umanità di una città che era considerata la più umana del Nord, se non d’Italia»

«Vi siete persi l’umanità di una città che era considerata la più umana del Nord, se non d’Italia. Vi siete persi le osterie, i bar e tutti i posti dove, da studente, andavi e parlavi con chi trovavi e, se ci arrivavi la sera tardi, avevi a che fare con una clientela borderline, soprattutto nella zona della vecchia Gazzetta, in via Galilei. Ci trovavi anche delle vecchie battone, cordialissime e, almeno per un po’, rilassate, perché erano lì a mangiare con i loro protettori. Mi ricordo che una volta una mi disse che facevamo lo stesso mestiere (ride) e in fondo non è del tutto sbagliato».

Cosa c’era a quei tempi che ora è sparito?
C’era un clima di non forzata mescolanza sociale, anzi, direi spontanea, anche se era una Milano in cui le differenze tra ricchi e poveri esistevano eccome. Ma c’erano posti come le piole notturne, osterie come il Moncucco, il Meazza, la Magolfa, che a una cert’ora si riempivano di una clientela variegata e interclasse. Alcuni erano anche dichiarati ladri e malfattori, ma tra quella clientela variegata c’era anche la cosiddetta “borghesia illuminata” che frequentava quei posti per sentire le canzonacce. Mi chiedi cosa è sparito, ti rispondo non solo che sono spariti quei posti, ma che, ben più grave, è sparita quella borghesia illuminata.

«Negli anni 60 si avvertiva l’importanza di questa classe di operai, gente che si era fatta un culo pazzesco, ma che però ci teneva a far studiare i figli»

Milano era una città operaia a quei tempi, in che cosa si vede che quel mondo è scomparso?
Se si parla di quello che si è perso seriamente qui a Milano, non si può non dire che si è persa quella civiltà incredibile che era la cultura operaia. Come dice il proverbio Chi ghe volta il cul a Milan ghe volta il cul al pann, e infatti Milano, da qualunque parte si arrivasse, era fasciata da grandi fabbriche. E non era soltanto una questione di posti di lavoro, che all’epoca si trovavano con facilità, anche dalla mattina alla sera, ma era anche altro. Intorno ai primi anni Sessanta, quando io scoprivo la città venendoci al ginnasio, si avvertiva l’importanza di questa classe di operai, gente che si era fatta un culo pazzesco, ma che però ci teneva a far studiare i figli. Pensa a quel verso di Contessa “anche l’operaio vuole il figlio dottore”: all’epoca era vero, era possibile che l’operaio si comprasse una casetta perché gli stipendi erano buoni e il lavoro era sicuro.

Era una città più ricca anche a livello culturale?
Quando parlo di cultura non intendo dire soltanto che c’erano molte più librerie, cinema, teatri, recite, concerti, cabaret, fino ai canti andini, ma che c’era anche un’abitudine che oggi si è persa: dire ai giovani che bisognava studiare e avere molto rispetto sia per il lavoro che per gli altri. Questa era la Milano operaia, ma, prima ancora, era la Milano delle case di ringhiera, che c’erano in Ticinese come a Lambrate prima che arrivassero i loft. Abitazioni molto lontane da quelle dei quartieri residenziali e anonimi di oggi, veri e propri luoghi di convivenza e di solidarietà umana, in cui era normalissimo che se una famiglia finiva la legna il 20 del mese quelli del piano gliela davano, che tanto poi ci si metteva a posto.

«Quello che rovina la gente a Milano oggi è un senso di profonda solitudine»

Che cosa è rimasto di quel tessuto sociale?
Quasi nulla. Quello che rovina la gente a Milano oggi è un senso di profonda solitudine. Una volta era una città diversa che, seppur si poteva odiare per il clima terribile e grigio, le si doveva riconoscere che quel senso di solitudine non te lo faceva provare mai. Ci si sentiva in compagnia e non ci voleva molto a trovarla. Questo spirito è sparito insieme ad altre cose che sono scomparse anche nel resto d’Italia, e che fondamentalmente sono due: la prima è il tempo libero, che praticamente non esiste più, la seconda è un’abitudine ai rapporti umani, che oggi sono devastati, confinati ai margini della vita dall’invasione degli smartphone e di tutte le altre trappole tecnologiche che ti danno l’illusione di essere connesso con il mondo, di avere 1753 amici, ma che in verità ti nascondo la verità: che non hai un cazzo. Se provi a chiedere 50 euro in prestito a uno di questi 1753 amici non credo che li avresti.

«Quello che vedo io a Milano è una sorta di fretta incazzata, che non è neanche una fretta consapevole, è una fretta senza senso»

E questa evoluzione, o involuzione, a che cosa ha portato?
Ha portato a un girare frenetico di criceti sulla ruota, quello che vedo io a Milano è una sorta di fretta incazzata, che non è neanche una fretta consapevole, è una fretta senza senso, da quando ci si sveglia e si cerca di saltare la fila per il caffè a quando si litiga per il parcheggio. Tutto questo una volta non c’era o, se c’era, c’era molto di meno, perché era attutito dalla presenza di un forte tessuto sociale e da una radicata educazione all’altro da sé. E non sto parlando di galateo, ma di un’educazione e un rispetto verso gli altri che ormai si è perso. Molto più delle trattorie fuori porta, anche perché qualche trattoria a Milano la puoi ancora trovare.

«Questa vita di relazione di strada o di quartiere si è persa nel mare immenso degli ipermercati. Non c’è più ed è difficilmente ricreabile»

Su cosa si basava quel tessuto sociale?
Era sia quello delle grandi fabbriche, sia quello dei piccoli artigiani. Era formato da tutto ciò che nei quartieri definiva degli stati di relazione: una rete di ruoli che ognuno aveva all’interno della strada o del quartiere, dal fruttivendolo al macellaio, fino al panettiere, negozi che formavano un tessuto commerciale, ma anche sociale. Quando mi sono sposato avevo sei salumieri e due fruttivendoli nel raggio di 150 metri. Non ce n’è più uno. Ha resistito solo un panettiere. Questa vita di relazione di strada o di quartiere si è persa nel mare immenso degli ipermercati. Non c’è più ed è difficilmente ricreabile.

Quando sparisce l’umanità di un tessuto sociale così forte, che cosa resta?
Subentra qualcosa di molto vicino al nulla, subentrano dei locali d’acchiappo che si assomigliano tutti uno con l’altro, dietro a cui ci sarà uno studio di mercato: si rivolgono tutti più o meno alla stessa fascia di pubblico ed è tutto appiattito, anche in una zona che era uno dei luoghi alti della letteratura milanese come i Navigli. Perfino Simenon, che era preoccupato solo di scopare, aveva chiesto che gli affittassero un appartamento sopra il vicolo dei lavandai. Anche Vittorini abitava là vicino. Insomma, si è perso moltissimo, e dubito che si sia guadagnato qualcosa. Ormai alla mia età c’è una certa tendenza al reducismo, ma a me non viene voglia molto di uscire la sera in questa città, che è comunque popolata da una fauna in larga parte poco nota e che sinceramente non so se ho voglia di conoscere.

«Era una Milano così, ma talmente naturale che qualcuno è riuscito anche a scriverla, raccontarla nell’immediato, come Beppe Viola, mentre qualcuno l’ha cantata, come Jannacci»

Che gente si incontrava a quei tempi?
C’erano attori, come la Melato, che era spesso al Jamaica. C’erano intellettuali come Bianciardi, Viola, cantautori come Jannacci, e poi pittori, fotografi, artisti. Si conoscevano tutti. Beppe Viola aspettava Trintignant che usciva dal set e che, se non andava a giocare ai cavalli, gli portava un paio di bottiglie di Borgogna. Era una Milano così, ma talmente naturale che qualcuno è riuscito anche a scriverla, raccontarla nell’immediato, come Beppe Viola, mentre qualcuno l’ha cantata, come Jannacci.

E Bianciardi?
Bianciardi anche, però lui più che un amore verso questa città provava un rancore profondo e quindi la viveva da esule, da incazzato e si ancorava ad alcune amicizie, ma il suo non era il modo migliore di vivere Milano, per quanto gli abbia ispirato un grandissimo libro come La vita agra, in cui però il lottare non esce particolarmente bene.

Perché la cultura oggi sembra non avere più questa attrattiva?
Forse all’epoca si parlava meno di cultura, eppure le si riconosceva un valore molto più importante, un valore che non le si riconosce più. La cultura era importante per quelli che facevano politica, per quelli che scrivevano sui giornali — perché all’epoca bisognava essere soprattutto bravi a scrivere — era importante per chi faceva spettacolo, sia teatro che cabaret. C’era una vita culturale vivacissima a Milano che secondo me è quasi completamente sparita, così come hanno chiuso tanti teatri, tanti cinema, tante librerie. Ma non solo, Milano era anche una città di musicisti, pensa che arrivavano i più grandi dall’America a cercare Sellani o Cerri, facevano jam session, cantava Billie Holiday al Puccini, o anche i Beatles al Vigorelli, era esattamente 50 anni fa.

Quando ha iniziato a cambiare?
Questa non è mia, ma di Giacomo di Aldo, Giovanni e Giacomo, che diceva: «ho cominciato a spaventarmi quando a Milano chiudevano le librerie e aprivano solo centri d’abbronzatura». È qualcosa di più di una battuta, perché è vero che hanno aperto un sacco di centri d’abbronzatura e che oltre alle librerie stanno chiudendo anche molte edicole.

Però stanno rinascendo un po’ di questi posti, in particolare librerie, ma anche panetterie e altre attività legate all’artigianato. E proprio a partire dalla mia generazione, quella che ora ha trent’anni e che ci sta provando...
Sì, ma con che soldi li aprono questi posti? Io non ho le idee chiarissime, e poi non considero i giovani una categoria immutabile, ma per aprire una libreria servono dei soldi alle spalle...

«Questa è una delle grandi problemi sociali di oggi: la dipendenza, spesso forzata, dei figli dai genitori.»

Spesso sono soldi dei genitori immagino...
Immagino anch’io, e devo dire che certamente preferisco che aprano una libreria piuttosto che un centro per le unghie. Però mi fa pensare a una cosa: al fatto che il conflitto sociale non sia più percepito come interclasse ma che venga dipinto sempre di più come conflitto intergenerazionale. Ma far credere ai più giovani che basta far fuori i più vecchi per subentrare loro nelle stesse posizioni è una presa per il culo. Purtroppo di questi tempi molti giovani hanno bisogno dei più vecchi, se no come si comprerebbero il telefonino, dove dormirebbero, cosa mangerebbero? Ecco questo è una delle grandi problemi sociali di oggi: la dipendenza, spesso forzata, dei figli dai genitori.

«Era possibile conquistarsi la vita, come si diceva allora, oggi invece è molto più difficile»

Negli anni Sessanta come funzionava?
Negli anni del famoso ’68, che io ho fatto poco perché già stavo lavorando alla Gazzetta, la tendenza era uscire di casa il prima possibile, oggi invece è quasi restarci il più a lungo possibile, con tutti i casini che ne possono derivare. Allora si poteva fare, anche perché era possibile affittare un appartamento grande a prezzi onesti e andarci a vivere insieme ad amici, a far la famosa “comune”. Io avevo amici che andavano a scaricare le casse al mercato per poter affrancarsi dai propri genitori. Era possibile conquistarsi la vita, come si diceva allora, oggi invece è molto più difficile. Se io penso a cos’era il mondo a quei tempi devo dire che sono stato molto fortunato, sono stato fortunato per Milano, ma anche per il mio mestiere.

Finisce la frase, guarda il pacchetto di sigarette appoggiato tra la montagna di carte, poi fa: «quando vuoi ce ne fumiamo un’altra eh?» E così, fermata la registrazione, continuiamo a parlare su un terrazzino del secondo piano di quel cubo di vetro. Il posacenere pieno e la posizione tattica di una sedia ne fanno il luogo ideale del lavoratore tabagista. Sembra un dettaglio superfluo, ma non lo è. Cambiare per un attimo luogo e condividere un gesto — cose che nelle interviste succedono di rado — fa muovere l’intervista oltre il recinto delle domande previste. Cinque minuti, il tempo di una sigaretta, ma sono sufficienti per continuare a parlare di Milano, di Lambrate, in verità, — «quei viali mi ricordano Parigi ogni tanto» dice Mura — e arrivare al nostro lavoro, al giornalismo, al senso che ancora hanno, o non hanno, le scuole, fino a che approdiamo al tu — «facciamo lo stesso lavoro, dai, non darmi del lei».

Le chiacchiere sul terrazzino continuano nel corridoio e arrivano fino alla scrivania disordinata, sulla quale ritorna anche il pacchetto di MS Light: «La fatica oggi è valutare le notizie», continua Mura, «perché ora sono dovunque e in un numero incommensurabile rispetto a prima».

Prima com’era?
Una volta per i giornali c’era solo l’ANSA, France Press e la Reuters che ti arrivavano in redazione. Ora arriva di tutto, e non solo, perché in questo momento le notizie privilegiate sembrano spesso essere le peggiori. Non so, c’è un assessore da qualche parte in provincia che scrive un commento razzista contro la Kyenge e va in prima pagina.

«La cosa grave è che questa apertura al pettegolezzo è generalizzata, come se ogni giornale dovesse averla per forza»

Sì, ma quello è gossip...
Eh sì, è gossip, che da quando non si chiama più pettegolezzo è stato sdoganato completamente. Tanto è vero che, quella che una volta chiamavi roba da Oggi o da Gente o, peggio, Novella2000, Eva Express eccetera, adesso le trovi regolarmente su Repubblica o sul Corriere, magari scritte in un modo leggermente più sfuggente, ma resta sempre un “chi scopa con chi”, o un “come finisce l’Isola dei famosi”. La cosa grave è che questa apertura al pettegolezzo è generalizzata, come se ogni giornale dovesse averla per forza.

Perché?
Trent’anni fa non se lo ponevano il problema. Pensa che Repubblica per anni è andata avanti senza una pagina sportiva. A un certo punto però tutti i giornali sono diventati come la vetrina della Standa, cioè più roba hai dentro e più gente attiri. Una vetrina...

Alla prova dei fatti però non sembra vero. Tutti i giornali perdono lettori...
Eh sì, e questo dovrebbe fare riflettere i direttori dei quotidiani, perché, se tutti perdono, qualcosa che non va c’è, e anche molto grosso.

Che futuro hanno, o meglio quanto futuro hanno?
Leggevo che per gli americani il termine di estinzione dei quotidiani è tra il 2025 e il 2028. Vuol dire avere avanti una decina d’anni. Io sentimentalmente sono dalla parte della carta, è evidente. Non posso essere dall’altra per motivi anche solo di frequentazione e di conoscenza. Però mi rendo conto che la carta crea sempre più problemi, soprattutto per quel che dicevamo prima sulla mancanza di tempo libero, e che c’è sempre meno gente che ha voglia di leggere un giornale stampato.

«Quasi tutti i cambiamenti grafici o restyling si risolvono in una diminuzione dei testi e un ampliamento dei titoli e delle foto. È sempre più difficile capire che c’è anche qualcosa da leggere»

Anche perché ogni tanto sembra che ci sia sempre meno da leggere...
Sì, esatto, quasi tutti i cambiamenti grafici o restyling si risolvono in una diminuzione dei testi e un ampliamento dei titoli e delle foto. È sempre più difficile capire che c’è anche qualcosa da leggere, anche perché se quel qualcosa — che sia la bomba atomica o uno stupro in metropolitana — è sotterrato da un titolo alto così o da una foto gigante e da leggere ci sono solo cinquanta righe. È poco. Per dire che ho ragione, almeno su questo, basta che andare in emeroteca e guardare le prime pagine dei maggiori quotidiani di vent’anni fa — Repubblica, Corriere, La Stampa, Il Giornale, quelli che c’erano insomma — e confrontarli con quelli di adesso. Lo si capisce al volo: il testo, che dovrebbe essere la parte più importante in un giornale scritto, è quasi sempre sacrificato. A meno che non ci sia il pezzo della grande firma di turno, o la grande inchiesta. Ma altrimenti, su cose per cui prima ci facevi un taglio basso, ora ci fai una pagina.


 

MESSAGGIO PROMOZIONALE


Perché tendiamo a vedere carta e digitale come due nemici e non cerchiamo di vederne una possibile alleanza?
Non è detto, certo. Ma la tendenza è questa. Tu sei pratico di scoiattoli? Immagino di no. Ma avrai visto che da quando sono stati importati gli scoiattoli americani — quelli grigi — i nostri scoiattoli europei, quelli rossi, sono stati sterminati. Perché hanno delle abitudini e anche una grandezza differente rispetto a quelli americani, che sono molto più aggressivi. Grossolanamente secondo me gli scoiattoli americani nel mondo dell’informazione di oggi sono il web, mentre quelli rossi siamo noi, la carta stampata. Ripeto, non è detto che ci estinguiamo entro i dieci anni di cui sopra, ma certamente è vero che da un po’ di anni abbiamo una vita sempre più difficile.

Però in natura esiste anche il meticciato...
Sì, ma in questo caso mi riesce difficile immaginare una qualsiasi intesa, per non dire un flirt o un matrimonio. Individuare una strada comune tra quello che è il mondo dell’informazione web e quello della carta è complesso anche da immaginare. Sono molto diversi i concetti fondanti, concetti che in parte la carta ha smarrito. Ma sta di fatto che il web sta vincendo, sta conquistando sempre più pubblico. E non è, credo, una questione di novità, ma piuttosto di velocità con cui tutto ti arriva davanti. Dei due quello che resta indietro è certamente la carta.

«Se dirigessi un giornale, non farei una pagina sui pomodori nell’agro campano, ne farei dieci. Manderei qualcuno per tre settimane, gli darei molte più pagine, ci manderei quattro giornalisti e un fotografo»

In molti pensano però che la carta non sia morta. Come potrebbe riprendere terreno?
La carta potrebbe riguadagnare un po’ del terreno che ha perso se i giornali fossero fatti diversamente. Ma invece non lo sono. Vedo che si continua a fare una pagina di intervista a questo o quel politico del tutto ininfluente, semplicemente per riempire una pagina e tenersi buono il politico, che tra l’altro, il più delle volte, non ha un cazzo da dire. Mentre credo che oggi, soprattutto in una situazione di crisi, al lettore medio, alla gente, interessi molto di più quello che succede intorno a lui. Non dico di fare il giornale di quartiere, dico però di occuparsi molto più di vite vere andando in giro e raccontandole. O facendo delle inchieste molto serie che non durino un giorno. Perché l’autorevolezza di un giornale la misuri dalla sua capacità di impegnarsi nel tempo, ed è così che fidelizzi i lettori. E gli esempi possono essere mille. Se io dirigessi un giornale, non farei una pagina sulla raccolta dei pomodori nell’agro campano, ne farei dieci. Manderei qualcuno per tre settimane di seguito, gli darei molte più pagine, ci manderei quattro giornalisti e almeno un fotografo, magari da difendere come si fa in Iraq con una pattuglia davanti e una dietro, visto che lì non amano molto chi ficca il naso nei loro affari. Però lì c’è la notizia: è il capire come è possibile che in Italia succeda che il 64 per cento di tutti quelli che lavorano in quelle situazioni non hanno accesso all’acqua, non possono lavarsi, non hanno un bagno, e hanno una paga da fame.

«È questo che mi stupisce, che i grandi della terra, in un periodo in cui le comunicazioni sono diventate facilissime e potrebbero parlarsi con Skype quando vogliono, si debbano ritrovare fisicamente in un posto»

Perché i giornali non ne parlano abbastanza?
Immagino che sia perché non sono convinti sia interessante, ma anche perché sono sempre più prevedibili, inseguono i riti. Io ho una ribellione per tutto ciò che ormai è diventato un rito. Mi danno fastidio. La cosa che mi dà più fastidio è il G8. Io non ho capito, da cittadino, perché debba riunirsi ogni 15 giorni, per fare le foto di rito, farsi riprendere mentre si stringono le mani — Renzi possibilmente senza giacca — e non concludono un cazzo. E si rivedono da lì a quindici giorni. Che la Grecia sia sull’orlo del fallimento è mesi che lo sappiamo. Ora è un po’ più in qua, ora un po’ più in là, ma non è una cosa seria. Ed è questo che mi stupisce, che i grandi della terra, in un periodo in cui le comunicazioni sono diventate facilissime e potrebbero parlarsi con Skype quando vogliono, si debbano ritrovare fisicamente in un posto, mettere su il teatrino dove poi si radunano di fronte tutti i black bloc a far casino — un altro rito — e non ne esce mai niente. Il problema dei migranti, per esempio, sono anni che se ne parla e si dicono sempre le stesse cose. Ma soprattutto non cambia nulla, non succede niente. È c’è una opinione pubblica che viene costantemente manovrata.

Da questo punto di vista quanto conta la presenza costante dei politici in televisione?
Mi son sempre chiesto perché Salvini deve essere sempre in televisione quando il fenomeno Lega nasce con Bossi, che non aveva toni troppo diversi da Salvini, ma che aveva più voti. E in televisione non ci andava mai. Che ci sia così tanto Salvini in televisione a me francamente preoccupa, anche se ormai mi sembra appurato che la politica non la facciano tanto i politici quanto la grande finanza mondiale. È come se qualcuno avesse deciso che l’Europa deve andare verso gli Orban, verso le Le Pen, verso i Salvini, perché questo rappresenterà non so cosa, la purezza o la salvezza dell’Europa, o meno rotture di coglioni. Però l’impressione è che questi siano politici letteralmente imposti dalla televisione.

«Cosa decidono tutti questi grandi statisti? Il nulla. Sono il nulla. Ma il nulla che i giornali, con la loro enfasi, dipingono come il tutto. Ma non sono niente»

Il ruolo del giornalismo sarebbe quello di mettere in discussione il potere e smascherare le manipolazioni, perché lo fa sempre di meno?
Si, in effetti il giornalismo, almeno quello dei grandi giornali e delle televisioni, si sta limitando a dare la vetrina a questi incontri — le classiche foto da terza media — ma da questi incontri cosa viene fuori? Cosa decidono tutti questi grandi statisti? Il nulla. Sono il nulla. Ma il nulla che i giornali, con la loro enfasi, dipingono come il tutto. Ma non sono niente.

Perché non si oppongono?
Forse perché sono pigri, o forse semplicemente perché sono vecchi, mentre forse occorrerebbe un giornale nuovo, o quantomeno con un po’ di fantasia. Quando Zavattini, che è stato un grandissimo, dirigeva mi pare Confidenze, in piazza Carlo Erba, il giorno delle nozze reali di Elisabetta uscì con una prima pagina con titolo Le nozze di Elisabetta. Solo che quella Elisabetta era una Elisabetta Rossi di Crema. Cioè, era andato al matrimonio di una che si chiamava Elisabetta e lo aveva trattato come se fosse il royal wedding. Una cosa geniale. Cazzo, queste cose le faceva cinquantanni fa.

«Il mio ideale è un giornale che racconti storie vere, in prima persona, che faccia delle inchieste che non abbia paura di scrivere pezzi da 10-12 pagine. Il problema è che se vengono a mancare i fondi questa cosa non la fai»

Questa verve si è persa?
Queste idee ci possono ancora essere, il problema sono i fondi. Io ti parlo ancora sanguinando dalla ferita di E, il mensile di Emergency. Quello credevo che fosse il giornale che somigliava di più al mio ideale di informazione: un giornale che racconti molte storie vere, in prima persona, che faccia delle inchieste che non abbia paura di scrivere pezzi da 10-12 pagine. Il problema è che se vengono a mancare i fondi questa cosa non la fai.

E il finanziamento dal basso, il crowdfunding?
Io non credo molto nella raccolta dei fondi dal basso. Il problema è che non esiste più una borghesia illuminata, perché probabilmente una Giulia Maria Crespi trent’anni fa un giornale o un mensile che puntava in alto ma partendo dal basso, lo avrebbe finanziato. Ma questi di oggi assolutamente no...

Cosa è successo alla borghesia “illuminata”?
Semplicemente credo che i figli siano diversi dai genitori e che abbiano — intendiamoci, con tutti i diritti — interessi diversi dal giornalismo. Non è detto che uno debba essere un coglione, basta anche che sia convinto che investire sulla carta stampata sia buttare i soldi e che decida così di investire su altro. Tu che vai in bici lo puoi capire: quello che sta attraversando il giornalismo oggi sembrano gli ultimi venti chilometri di una tappa di montagna. Non vedi quella freschezza necessaria per fare uno scatto, ma nemmeno per copiare quelle vecchie idee alla Zavattini, anzi direi che l’immaginazione, che una volta si sperava andasse al potere, non sia mai stata nemmeno vicina ad andare al potere nel mondo del giornalismo.

E chi è andato al potere, e chi è al potere oggi è tutto fuorché immaginativo, anche in Italia...
Esatto...

«Ce ne fumiamo un’altra?», fa, e si alza, proseguendo il discorso, che scivola verso altri argomenti: il suo rapporto con Gino Veronelli e con gli anarchici — «io mi mi definirei un anarchico pigro», dice a un certo punto — e poi di nuovo Lambrate. Si parla di cibo, poi a un certo punto di certe birre che da quelle parti si chiamano in dialetto — Ghisa, Ligera, Magutt, Ortiga — ma soprattutto della fantastica varietà umana che si raduna intorno a quelle birre, una fauna che forse somiglia a quella di cui si parlava prima — «io come sai preferisco il vino, la birra la bevo solo in Belgio, ora ci vado a seguire il Tour, però una volta ci organizziamo e me ne fai assaggiare una di quelle birre».

Poi si continua, spenta la prima MS Light, Mura ne accende un’altra. Parliamo di internet, di smartphone, di social network, di confronti generazionali — «quando mi arrivò lo stipendio per la prima volta lo passai a mio padre, che quella sera si alzò dal tavolo senza mangiare. Guadagnavo più di lui, che aveva combattuto, aveva fatto la resistenza, era un maresciallo dei Carabinieri». Poi spegne la sigaretta e si torna al registratore, al giornalismo, alla stanza e alla scrivania disordinata.

«Sono cambiate tante cose nei giornali», riattacca appena riparte la registrazione. «Parliamo dell’uso degli intellettuali, visto che in qualche modo siamo partiti da lì, da Bianciardi, da Viola e gli altri. Io credo che sia molto interessante questo discorso, anche per capire cosa sia successo nei giornali. Prendi Bianciardi, che se è vero che scriveva soprattutto di calcio, scriveva anche di spettacolo, società, televisione. O Pasolini, uno che scriveva di politica, di costume, di società».

«Una volta gli scrittori scrivevano sui giornali in quanto scrittori, ora lo fanno in quanto tifosi, il che equivale a chiedere a chiunque, basta entrare in un bar, perché i tifosi sono tutti uguali in fondo»

Ora invece?
Ora se cerchi un pezzo di un intellettuale su un giornale trovi ben poco. Ogni tanto Veronesi scrive sulla Gazzetta, ma scrive della Juve in quanto juventino, non perché ha delle cose da dire sul calcio, solo perché è un tifoso. Questo è un salto in basso, esattamente come Gramellini, che le cose peggiori le scrive quando scrive del Toro. Moravia faceva il diario d’Africa sul Corriere perché si chiamava Moravia, esattamente come a fare la Russia ci andava Biagi. Una volta gli scrittori scrivevano sui giornali in quanto scrittori, ora lo fanno in quanto tifosi, il che equivale a chiedere a chiunque, basta entrare in un bar, perché i tifosi sono tutti uguali in fondo. Soprattutto nello sport c’è stato un afflusso di penne buone, perché servivano, perché all’epoca popolare non era abbinato a nazionalpopolare. Il popolare non era ancora una cosa da guardare come si guarda una medusa morta, per me non lo è nemmeno adesso. Però una volta Buzzati andava al giro d’Italia, o pensa ad Alfonso Gatto, Pratolini, Anna Maria Ortese, Mosca, Montanelli, ci andavano quelli bravi. Esattamente come ai mondiali dell’82, che non sono cent’anni fa, la prima firma di Repubblica era Gianni Brera, la prima firma del Corriere era Mario Soldati, la prima del Giornale era Arpino e la prima de La Stampa era ODB, al secolo Oreste Del Buono. Capisci che siamo un po’ lontani. E il problema è che questi non sono stati sostituiti da persone all’altezza. Avere un racconto di gente come Soldati e Brera non è la stessa cosa di avere gente come Cazzullo o Riotta, con tutto il rispetto per Cazzullo e Riotta. E poi il problema non sono gli scrittori sono i giornalisti.



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