Luca Serianni: altro che “petaloso”, l'italiano è consegnato al banale

Il linguista: il lettore spesso non sa riconoscere, né produrre, argomentazioni. Introdurre l'inglese al posto dell'italiano è una "corrosione" della lingua. Il politicamente corretto è «una gabbia»

Alvaro Vitali
5 Marzo Mar 2016 0822 05 marzo 2016 5 Marzo 2016 - 08:22
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Più che il temutissimo "analfabetismo di ritorno" il problema che gli italiani hanno con l'italiano sembra essere una sempre maggiore "genericità" nell'uso della lingua. L'impoverimento del vocabolario a disposizione di parlanti e scriventi (le famose duemila parole che non possono bastare), sempre meno sfumature concettuali e sintattiche; una scuola che abitua sempre meno a leggere, fin dall'inizio. In breve: l'asservimento al banale.
«Il problema è la perdita del lessico che non sia proprio quello corrente. Non sto parlando di parole rare e preziose» dice a Linkiesta Luca Serianni, filologo, ordinario di Storia della lingua italiana a "La Sapienza" di Roma. E spiega: «una mia amica che insegna al liceo mi raccontava che un ragazzo non sapeva cosa volesse dire il verbo "cingere"»

E non è una parola particolarmente ricercata.
Non lo è. E se applichiamo questa carenza lessicale alla comprensione, per esempio, di un editoriale di un giornale ci accorgiamo che anche quest'ultimo può risultare opaco. Ma c'è un altro elemento preoccupante.

Quale?
L' organizzazione testuale. Costruiamo un'argomentazione per cercare di arrivare a una certa conclusione, disponiamo tessere come "dunque", "infatti" e simili, secondo una certa strategia precisa che non può essere alterata. Ma questa non viene riconosciuta dal lettore, né spesso la si sa produrre scrivendo in proprio.

Stiamo creando nuove generazioni di a-grammaticali, persone che non sono in grado di creare delle connessioni esprimere un ragionamento?
C'è poca attenzione verso questo problema. Ormai, da qualche decennio abbiamo raggiunto "l'italiano standard". Non c'è più il problema del conflitto col dialetto: quest'ultimo esiste ancora, ma non minaccia il possesso dell'Italiano. Manca l'abitudine alla lettura di testi saggistici, che l'editoria pensa per il cosiddetto "lettore colto" (e non sto parlando di testi particolarmente ardui). E questo produce delle conseguenze generali anche sul modo di pensare.

I libri di letteratura in uso alle superiori sono fatti di poche righe d'autore, accompagnate da pagine e pagine di analisi del testo, più o meno di derivazione strutturalista. Le pare un approccio in grado di educare alla lettura?
Sicuramente no. Il commento di un testo non deve schiacciarlo. E il testo non è da sottoporre ad una griglia interpretativa rigida, anche se l'infatuazione "narratologica" si sta ormai attenuando, e questo è un bene. Anche un testo antico andrebbe commentato spiegando sobriamente il significato delle parole. Ed espicitando le sfumature. Quando Leopardi, nel Canto Notturno di un pastore errante nell'Asia dice: "Altro ufficio più grato/Non si fa da parenti alla lor prole", "ufficio" è il dovere, i "parenti" sono i genitori, e il "dovere" è quello appunto dei genitori di consolare il bambino appena nato. Come si vede ci sono parole che a noi sembrano riconoscibili, ma sono usate, in un grande classico non troppo lontano, in un'accezione diversa da quella corrente.

Un po' come Dante. In "Tanto gentile e tanto onesta pare", "gentile" non vuol dire gentile, "onesta" non vuol dire onesta, e "pare" non vuol dire pare. Ma parlando di rimedi all'analfabetismo: cosa ne pensa dei riassunti?
È un ottimo esercizio, è l'esercizio principe, perché verifica insieme sia la capacità di capire il testo che si legge, sia quella di individuarne le gerarchie, sia, infine, quella di abituare a un uso della lingue essenziale, senza allungare il brodo. Il riassunto funziona anche come arricchimento del lessico.

I neologismi. C'è stata una fiammata "petalosa" per l'invenzione linguistica del piccolo Matteo di Copparo, che è rimbalzata sui social. L'invenzione di nuove parole sembra sempre più a carico della "lingua d'uso", e sempre meno merito degli autori letterari.
Intanto le parole introdotte da un singolo individuo (quelle di cui possiamo riconoscere il cosiddetto "onomaturgo", vale a dire l'inventore) sono pochissime. "Inurbarsi" è una parola introdotta da Dante, ma appunto da Dante, non dall'ultimo venuto: i neologismi sono in maggior parte parole senza un padre. Detto questo, l'episodio di "petaloso" dimostra l'intelligenza della maestra. Che ha valorizzato l'errore creativo del bambino (del resto comunissimo: chiunque sia a contatto coi ragazzi sa bene che la loro creatività di parlanti è del tutto fisiologica) e ha coinvolto l'Accademia della crusca.

Accenno ai social. Basta una parola per scatenare ondate di entusiasmo (come nel caso petaloso) o di terribile indignazione. Guerre tra i significanti che spesso nascondono il legame tra la parola e la cosa. E' vero come disse Umberto Eco facendo infuriare mezzo il mondo umbràtile degli utenti Facebook, che i social hanno dato la parola a legioni di imbecilli?
[Ride n.d.r] Riconosco la tipica impronta di Eco in questa affermazione. Il rischio naturalmente c'è. Ma c'è anche un aspetto positivo di socializzazione. Anche se dal punto di vista educativo il troppo tempo passato sui mezzi telematici è comunque un surrogato del contatto diretto. E soprattutto riduce in modo impressionante il tempo dedicato alla lettura e alla riflessione; quello in cui si costruisce la propria lingua e la propria identità. Ma sono rischi inevitabili.

In queste settimane sta tenendo una serie di conferenze romane sulle "Tre corone" (Dante, Petrarca, Boccaccio). Gli scrittori antichi sono un polveroso magazzino a cui l'ingresso è consentito solo a specialisti attrezzati, o una riserva di creatività di senso e lessico a disposizione di tutti i parlanti e gli scriventi?
Sono certamente ancora attuali. E durante la mia prima lezione ho constatato che il pubblico era fatto di tanti ragazzi di scuola. Certamente è importante come si presentano i classici ma, attenzione, è ancora più importante non volerli attualizzare a tutti i costi.

Non rendere troppo attuali i classici, dice. Perché?
Non bisogna cercare e trovare l'identico significato, quello che noi ci aspettiamo ci debba essere, nelle varie epoche storiche di cui ci occupiamo. Presentare i classici come identici a noi significa proiettare su di essi il nostro punto di vista "moderno", e invece è essenziale trovare lontananze, differenze, che stimolino per contrasto anche noi. E ci portino a conoscere meglio noi stessi.

Esempio di questo atteggiamento, che ha a che fare con il "linguisticamente corretto". Qualche anno fa la Commedia di Dante è stata attaccata per presunti contenuti razzisti/sessisti/omofobi...
Non possiamo pretendere che uomini o donne vissuti secoli fa ragionino secondo le nostre categorie, avendo assunto certi principi di uguaglianza. Basterebbe un po' di buon senso.

Alla base del linguisticamente corretto c'è l'idea di modificare le cose attraverso le parole.
Ed è sempre più una gabbia, fondata sul linguaggio, che non ha nulla a che vedere coi comportamenti reali. Guardi, non mi fisserei troppo sulle parole, le parole non sono azioni. Lo dico io che in quanto studioso di lingua sarei al di sopra di ogni sospetto...

Dialetto? Linguaggi tecnici? Gerghi? Lingue straniere? Quali sono gli agenti "corrosivi" dell'italiano attuale?
Non ci sarebbe nessun agente corrosivo in quanto tale. La corrosione agisce quando si pensa di sostituire un codice ad un altro. Per esempio quando si pensa di introdurre l'inglese al posto dell'italiano nelle scuole, con il cosiddetto Clil (Content and Language Integrated Learning). Un'idea generosa da un certo punto di vista. Ma se questo significa che in una scuola matematica e fisica si fanno solo in inglese vuol dire che alla fine "isoscele" sarà una parola sconosciuta.

E per le materie umanistiche?
In quel caso l'attuale grado B2 richiesto agli insegnanti sarebbe assolutamente insufficiente. Con un B2 non si riuscirebbe a fare (se non a livello elementare, banale, rozzo) una lezione di italiano o di storia. Il progetto è debole in partenza. E poi la lingua è un elemento identitario.
Se rinunciamo all'italiano siamo in una condizione di rischio grave, vedi il liceo milanese in cui si è deciso di insegnare tutto in inglese. Sono presunte "spinte in avanti" che rivelano una sola cosa: il nostro persistente provincialismo.

Qual è lo stato della ricerca sulla lingua in Italia
I soldi sono pochi per la ricerca in genere, non solo quelli per la ricerca sulla lingua. Nonostante di solito sia restio a formare appelli ho firmato quello del fisico Giorgio Parisi perché il problema è generale: il settore universitario si sta depauperando in tutte le discipline. E per quello che si realizza fuori dall'università le cito un episiodio virtuoso che per una volta ci pone all'avanguardia. L'Ovi (Opera del Vocabolario Italiano) del Cnr di Firenze che ha realizzato uno strumento straordinario: il Corpus Ovi. Mette insieme i testi italiani anteriori al 1375. Li classifica e permette ricerche e consultazione. Nessun altro paese l'ha fatto.

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