Regioni, burocrazia, Europa: ecco perché mettere in sicurezza le case in Italia è impossibile

Gli stanziamenti nazionali per la prevenzione nel 2016 sono di appena 44 milioni di euro per quasi 4mila comuni. L’Italia non fa abbastanza e l’Europa non aiuta, né con fondi né con le regole di bilancio. Mentre si attendono i decreti attuativi sulla valutazione del rischio e sul bonus al 65%

Rischio Sismico

(Giuseppe Bellini/Getty Images)

26 Agosto Ago 2016 0825 26 agosto 2016 26 Agosto 2016 - 08:25

Undicimila euro a comune. Provateci voi a mettere in sicurezza un paese con quella cifra. Di questo stiamo parlando: i fondi stanziati per la prevenzione del terremoto sono pochi. Di più: irrisori, rispetto alle esigenze di messa in sicurezza di migliaia di borghi e città. Questo è uno dei punti da cui bisognerà ripartire, una volta superata la primissima emergenza, per la quale il Cdm di giovedì sera ha stanziato i primi 50 milioni di euro, oltre al blocco delle tasse nei comuni coinvolti. Ma non è l’unico. Ci sarà anche da valutare come velocizzare una procedura di assegnazione dei fondi che i tecnici giudicano farraginosa, perché parte dal governo centrale, passa dalle regioni e poi dai bandi dei comuni, in un dedalo di burocrazia che finisce per scoraggiare chi intende partecipare. E ci sarà da fare i conti con un’Unione europea che considera le spese per le emergenze fuori dai vincoli di bilancio e quelle per la prevenzione dentro gli stessi vincoli. In serata Matteo Renzi ha dato una prima risposta, anticipando un piano chiamato Casa Italia, che dovrebbe prevedere sconti fiscali per le case private e lamessa in sicurezza degli edifici pubblici. «Quello che non è stato fatto in 70 anni non sarà fatto in sette mesi - ha detto -. Ma è importante un cambio di mentalità. Non considero i soldi della prevenzione una spesa. Li considero degli investimenti». Per far funzionare questo piano, tuttavia, bisognerà evitare che finisca come quelli del passato, a partire da quello, altrettanto straordinario a parole, lanciato dopo il sisma dell’Aquila.

Finanziamenti col contagocce

Per il 2016 i soldi stanziati per la prevenzione del rischio sismico in Italia sono stati pari a 44 milioni di euro euro, un terzo dei già grami 145 milioni spalmati lo scorso anno tra 3.800 comuni. L’anno scorso faceva 35mila euro a municipio, quest’anno 11mila. È l’ultima tranche di uno stanziamento deciso subito dopo il terremoto dell’Aquila, nel 2009: in totale, tra il 2010 e il 2016, sono stati messi a disposizione 965 milioni di euro. La stessa Protezione civile è la prima a dire che serve a ben poco: la cifra, «pur se cospicua rispetto al passato - si legge nella pagina di presentazione di tali fondi - rappresenta solo una minima percentuale, forse inferiore all’1%, del fabbisogno che necessario per il completo adeguamento sismico di tutte le costruzioni, pubbliche e private, e delle opere infrastrutturali strategiche».

Di questa già piccola somma, solo una piccola parte viene messa a disposizione degli interventi dei privati. Prendiamo il Lazio: per il 2014 aveva ricevuto fondi dal governo (Dipartimento Protezione civile) per 12 milioni di euro, di cui 10,5 per interventi di manutenzione (il resto è per studi di microzonazione). La legge regionale ha previsto che solo il 20% fosse destinato ai privati. Ma c’è di più: come denunciato da Repubblica il 25 agosto, dei soldi stanziati nel 2014 e 2015 nella Regione, non un euro è stato assegnato, perché i fondi messi a disposizione per l’edilizia privata sono stati bloccati. E nel 2013, per 2,7 milioni assegnati ai privati, le domande presentate furono 1.342 (di cui 45 ad Amatrice e 24 ad Accumoli). Ma quelle accettate furono appena 191. Ad Amatrice, ha aggiunto il quotidiano, gli interventi furono 11 per 124mila euro, ad Accumoli sette per 86mila euro. Se le cifre sono così basse è perché le case dei non residenti venivano escluse dalle regole fissate dalla Regione Lazio (ma anche penalizzate nel criteri fissati a livello centrale) e, riporta Repubblica, anche per un ritardo di un dirigente del comune di Amatrice nell’inviare le domande. Ripetiamo: questo avveniva in una regione tra le più a rischio sismico d’Italia, Paese che nel suo complesso conta un 70% di edifici non adeguati a reggere un terremoto, tra cui metà delle scuole e tre quarti degli ospedali. E che, come ha ricordato su Linkiesta l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, richiederebbe investimenti per 40 miliardi in 15 anni. Quanto agli altri fondi, ci sono quelli delle regioni, che però sono diversi e limitati, orientati per lo più agli edifici scolastici. Per non parlare dei già prosciugati comuni.

Per il 2016 i soldi stanziati per la prevenzione del rischio sismico in Italia sono stati pari a 44 milioni di euro euro, un terzo dei già grami 145 milioni spalmati lo scorso anno tra 3.800 comuni. La stessa Protezione civile è la prima a dire che serve a ben poco

Europa non pervenuta

Se i finanziamenti nazionali sono pochi, quelli europei sono ancora meno. Di fatto, non c’è una voce specifica, nei fondi Por-Creo-Fesr, destinata al rischio sismico. ««C’è qualche piccolo fondo di tipo europeo. Sono soldi legati ai bandi del Por-Creo-Fesr 2014-2020, e sono indirizzati per altri interventi. Nelle maglie di questi bandi ci può rientrare qualcosa legata alla prevenzione, legata a scuole ed edifici pubblici», dice Walter Baricchi, consigliere del Consiglio nazionale degli architetti, nel quale è coordinatore Dipartimento Cooperazione, Solidarietà e Protezione Civile. «Ma non c’è un programma specifico e soprattutto manca una programmazione. Si va avanti a piccoli step».

L’Unione europea è attenta, in modo encomiabile, al tema del risparmio energetico, ma la questione del rischio sismico, che in Europa interessa di fatto solo Italia, Grecia e in prospettiva le altre nazioni dei Balcani, non è mai stata al centro della programmazione della Commissione. Come ha fatto notare MF il 25 agosto, siamo inoltre di fronte a un paradosso: il Fiscal compact in caso di eventi non soggetti al controllo da parte dei Paesi e che hanno rilevanti ripercussioni sulle finanze pubbliche, e quindi nel caso delle calamità naturali, ammette una deviazione temporanea, purché non sia compromessa la sostenibilità di bilancio nel lungo termine. Le regole sulla flessibilità ammettono quindi spese una tantum, che esauriscono con la soluzione del problema insorto. Un passo avanti rispetto a quando non c’era la flessibilità. Ma che crea un effetto paradossale: «dopo una catastrofe naturale, si attivano le deroghe che consentono una maggiore spesa pubblica in disavanzo - scrive il quotidiano -. Prima di una catastrofe no: non ci sono deroghe per gli investimenti volti a mettere in sicurezza i centri abitati, e nessuno mette mano al portafoglio per evitare le peggiori conseguenze». Vale solo la pena di ricordare che per la ricostruzione dell’Aquila e delle altre zone colpite dal sisma del 2009 i costi sono stimati in oltre 10 miliardi di euro.

Dopo una catastrofe naturale, si attivano le deroghe che consentono una maggiore spesa pubblica in disavanzo. Prima di una catastrofe no

Un iter complesso

Dar la colpa alla burocrazia è un mestiere semplice, perché non ci sono nomi e cognomi. Ma quando tutti i tecnici interpellati lo mettono al centro delle loro lamentele, vanno ascoltati. L’iter per l’assegnazione dei fondi è razionale, ma è estremamente lungo. Lo si capisce guardando l’articolo 3 dell’ultima ordinanza della protezione civile sull’assegnazione dei fondi. In caso di interventi su edifici pubblici, il Dipartimento per la Protezione civile ripartisce i contributi tra le regioni sulla base dell’indice medio del rischio sismico. Le regioni, che gestiscono i contributi, definiscono il quadro dei fabbisogni e i programmi di attività per la realizzazione degli interventi, sentiti i comuni, le province e le Anci regionali. I comuni trasmettono la proposta di priorità degli edifici da sistemare, indicando interventi, tempi, modalità di attuazione. Le regioni selezionano le domande in base a criteri che tengono conto della valutazione del rischio sismico, trasmettono i programmi di attività al Dipartimento di Protezione civile, dove c’è un tavolo tecnico di monitoraggio. Questo opera a titolo gratuito ed è composto da rappresentanti delle regioni, dell’Anci e della Protezione civile.

Nel caso dei privati, in fondo all’iter si aggiungono i bandi dei comuni. I cittadini partecipano, i progettisti devono indicare che si raggiunge un indice di vulnerabilità sismica superiore al 60%. Poi la regione decide, sulla base di diversi criteri. Tra questi c’è l’occupazione giornaliera media: vale a dire che le seconde case, come molte di quelle delle vittime di Amatrice e degli altri borghi colpiti, sono in coda.

Regioni, l’anello debole

A sentire i tecnici, gli anelli deboli sono diversi. L’architetto Walter Baricchi li individua in primo luogo nelle regioni. «Il meccanismo si inceppa ovunque, soprattutto a livello delle regioni - commenta - . Io vedo il calvario della ricostruzione anche qui in Emilia. È veramente una cosa demenziale: è tutta una cavillatura, una procedura complessa, una burocrazia allucinante». «È chiaro - aggiunge - che le regole ci devono essere e i controlli devono essere fatti. Ma serve una radicale deburocratizzazione. Tutte le volte che esce un provvedimento di semplificazione, in realtà è un’aggiunta di complicazione che si somma a quelle esistenti. Dobbiamo partire da una considerazione per uscirne: i progettisti sono tenuti a prendersi le responsabilità nel momento in cui firmano un progetto. Se sbagliano pagano». Per il consigliere del Consiglio nazionale degli architetti, le regioni hanno anche il difetto di non avere una interazione sufficiente con i professionisti, anche se esistono i tavoli tecnici. Secondo Giovanni Cardinale, consigliere del Consiglio nazionale degli Ingegneri, il problema è simile, ma non va visto nelle inefficienze delle singole regioni, quanto nella mancanza di un coordinamento centrale. Una conseguenza sono le perdite di tempo: «Dal momento dello stanziamento dei fondi all’avvio dei lavori, passano anni per le difficoltà burocratiche. La variabile tempo non è mai considerata, ma ha un’importanza fondamentale per questi interventi».

Chi riesce ad arrivare alla fine del dedalo, può ottenere un finanziamento di 100 euro al metro quadrato per i rafforzamenti locali (gli interventi più semplici), 150 euro per i miglioramenti sismici e 200 euro per demolire. Perché questa potrebbe essere la soluzione più efficace, sottolinea Andrea Bassi, docente di estimo civile al Politecnico di Milano. «Non dobbiamo dimenticarci che anche le case sono prodotti, e come tali soggette a usura. Dopo 50 anni il calcestruzzo armato perde la forza iniziale e andrebbero quantomeno fatte delle verifiche, per capire se sia necessario un intervento di manutenzione straordinaria».

«Dal momento dello stanziamento dei fondi all’avvio dei lavori, passano anni per le difficoltà burocratiche. La variabile tempo non è mai considerata, ma ha un’importanza fondamentale per questi interventi»

Giovanni Cardinale, consigliere del Consiglio nazionale degli Ingegneri

L’alternativa del bonus del 50%. E il fantasma del 65%

Secondo Bassi la cifra di 100 euro al metro quadrato difficilmente coprirebbe le spese reali, sebbene non sia possibile utilizzare un parametro unico per tutti gli interventi, il cui costo cambia molto in base ai materiali e alle condizioni di partenza. Proprio per questo motivo, per i privati vale la pena muoversi autonomamente, sfruttando le detrazioni al 50% in dieci anni previste per le ristrutturazioni edilizie. Si tratta di interventi utili anche se, sottolinea Cardinale, sono generici e non sono accompagnati da una valutazione del rischio sismico a seguito della ristrutturazione. Più specifico sarebbe il bonus del 65%, ossia l’ecobonus. La legge di Stabilità 2016 l’ha reso accessibile non solo per gli interventi di risparmio energetico, ma anche per quelli di mitigazione del rischio sismico. Accessibile però è una parola grossa. Architetti e ingegneri denunciano che la confusione regna sotto il cielo. «Quando la misura fu annunciata nella legge di Stabilità fummo i primi ad applaudire», dice Cardinale. «Ma ci sono grandi difficoltà ad interpretare nel concreto la legge, aspettiamo un decreto del ministero delle Infrastrutture che chiarisca le procedure». Una di queste riguarda come intervenire nei condomini. Tuttavia sono in molti a ritenere che, dati i problemi dal lato della domanda, vale a dire i cittadini in bolletta, un piano che possa veramente funzionare non può limitare ad appellarsi alla buona volontà dei singoli cittadini.

Il certificato che non c’è

Secondo gli ordini degli ingegneri e degli architetti, c’è un certificato, se vogliamo un pezzo di burocrazia in più, che servirebbe a far partire davvero le ristrutturazioni. Si chiama fascicolo del fabbricato e in questi giorni è stato invocato a più riprese dal presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Armando Zambrano. È come una cartella clinica di una persona, o il libretto di circolazione di un’auto. O, per restare in tema di case, è come il certificato di efficienza energetica che bisogna procurarsi quando si vende una casa.

Per le professioni tecniche il primo tassello per arrivarci si chiama “verifica di vulnerabilità” degli edifici. SI tratterebbe di creare una scala, come per l’energia, assegnando una lettera per ogni grado di pericolosità in caso di terremoto. Servirebbe per modulare gli incentivi (in base al passaggio da una lettera all’altra) e per attribuire un valore diverso alle case in diverse condizioni al momento della vendita. «Oggi noi non sappiamo nulla della casa dove viviamo», dice Fabio Freddi dell’associazione Isi, Ingegneria sismica italiana. Per stilare le linee guida relative alla valuzione del rischio sismico, nel 2013 il ministro Maurizio Lupi mise in piedi un gruppo di lavoro. Le bozze delle linee guida furono presentate nel 2015 al ministro Delrio. L’atteso decreto attuativo, promesso dal governo anche dopo un’interrogazione parlamentare la scorsa primavera, però non è ancora arrivato.

Ma quanto costa far valutare questi edifici? Per le case, risponde il professor Andrea Bassi, tra mille e duemila euro. Per gli edifici pubblici più delicati, come gli ospedali, il prezzo sarebbe molto maggiore, di circa 12-15 euro al metro quadrato. Sarà anche per questo che la valutazione del rischio sismico di scuole, ospedali e altri edifici pubblici, pur obbligatoria, non è stata fatta quasi da nessuna parte. L’obbligo, d’altra parte, alla scadenza, nel dicembre 2014, è stato prorogato.

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