
“Giorgio on my mind”. La vecchia canzone è nella testa di Elly Schlein che ha ben presente il problema: sarebbe meglio evitare un’altra uscita dopo quelle di Pina Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini. Se con queste ultime ha fatto finta di niente, un’eventuale uscita di Giorgio Gori, dopo le prime tre, per la segretaria sarebbe un colpo davvero pesante. Anche perché se tre indizi fanno una prova, quattro farebbero un caso politico serio.
Così è partita l’operazione-corteggiamento culminata lunedì scorso durante un evento della delegazione del Partito democratico all’Europarlamento. La segretaria ha parlato con Gori. Lei sa che l’ex sindaco di Bergamo mantiene un felpato ma netto dissenso sulla linea frontista della segretaria. E sa ancora meglio che lui non solo ha un insediamento forte al Nord, ma soprattutto è il punto di riferimento principale di pezzi fondamentali del mondo imprenditoriale – tutta gente che non si confronta con Schlein e la sua cerchia, a parte Antonio Misiani, che essendo il responsabile economico del partito è automaticamente un interlocutore, e Stefano Bonaccini, per via del suo rapporto con le realtà produttive del suo territorio.
Ma Gori è un’altra cosa. Non è un dirigente classico. L’eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo ha un altra caratura. Schlein non intende privarsene. Per questo ha voluto sincerarsi che Gori non seguisse Picierno o Madia. Obiettivo a quanto pare raggiunto: l’uscita dal Pd «non è all’ordine del giorno», ha detto lui, anche se la formula non è poi cosi perentoria.
Gori pensa a qualcosa che non sia l’abbandono ma nemmeno stare dentro senza muoversi. Il personaggio per sua natura si trova bene in una collocazione dentro-fuori, e la discesa in campo alle primarie per la leadership del centrosinistra può essere la mossa giusta, per uno come lui. Candidarsi ai gazebo in quanto Giorgio Gori, punto e basta. Non come il cavallo di Matteo Renzi, cui certo l’ipotesi non dispiacerebbe (Renzi ha detto di volere un candidato che abbia fatto o faccia il sindaco: appunto) né come antagonista di Schlein. Ma con l’idea di costruire una proposta politica autonoma, capace di dare voce a chi considera insufficiente la semplice testimonianza identitaria e chiede invece un progetto di governo fondato su crescita, innovazione e competitività.
Un’ipotesi che può calamitare i consensi di tutti coloro che vogliono dare un segnale chiaro ai duellanti della sinistra populista, Schlein e Giuseppe Conte.
Gori, con l’aria che tira nel Pd, verrebbe certo accusato dal team del Nazareno di mettere i bastoni tra le ruote della segretaria. Ma è anche vero che dal 2013 lo statuto del partito consente la partecipazione di un dem oltre a quello del segretario: fu un’innovazione voluta da Pier Luigi Bersani quando scese in campo Renzi.
Elly ovviamente teme di perdere voti a vantaggio di Conte. Anche per questo la leader del Pd vuole evitare la discesa in campo dell’europarlamentare pure giocando la partita sui contenuti. Non è sfuggito che alla Direzione di martedì lei si sia dilungata come mai prima d’ora sul tema della crescita e della produttività anche con proposte molto concrete. Ma il problema non è quello delle singole idee. Puoi anche avanzare le migliori proposte riformiste ma se poi le getti nel calderone estremistico-populista di Nicola Fratoianni e di Conte non vai da nessuna parte.
Meglio, dunque, che i riformisti ci mettano la faccia, e quella di Gori può funzionare. Aspettando di capire se le primarie ci saranno, intanto lui ci pensa. Ma non deve fare passare troppo tempo, se vuole correre da protagonista.