
La settimana scorsa ha segnato un momento rilevante per le città in Europa. Due call finanziate dai programmi europei per l’innovazione urbana, quella della European Urban Initiative e quella di URBACT, si sono chiuse registrando la partecipazione più elevata dal loro primo lancio. I numeri sono di per sé notevoli: più di quattrocento candidature ricevute dalla European Urban Initiative e oltre novanta da URBACT. L’Italia, se il dato sarà confermato nella distribuzione finale, sembrerebbe risultare tra i Paesi più presenti, forse il primo, per numero di progetti candidati.
Buona notizia? In parte, certamente sì. Ma non solo. Questi numeri raccontano la vitalità delle città italiane e, allo stesso tempo, l’emergere di un bisogno molto chiaro. In aggiunta ai finanziamenti ordinari, che restano cruciali, molte amministrazioni locali cercano in Europa non soltanto risorse finanziarie, ma anche, e soprattutto, confronto, metodo e la possibilità di sperimentare soluzioni che difficilmente troverebbero spazio nella programmazione ordinaria.
Da una notizia apparentemente tecnica possiamo allora ricavare almeno tre messaggi politici. Il primo riguarda il bisogno di sperimentare dal basso. Le città sono il luogo in cui le grandi trasformazioni diventano problemi concreti: casa, clima, sicurezza. Sono anche il luogo in cui l’Europa, quando funziona, si vede meglio. Anni di politica di coesione europea hanno contribuito a riqualificare piazze, sostenere progetti climatici e a creare nuove alleanze tra amministrazioni, università e imprese.
Programmi come EUI e URBACT hanno valore proprio perché permettono alle città di affrontare sfide straordinarie con strumenti non ordinari. Il punto non è solo spendere, ma provare, osservare, misurare e correggere. È una logica diversa da quella dei bandi costruiti esclusivamente intorno all’assorbimento delle risorse. Qui il punto è generare apprendimento pubblico e cambiamento di lungo periodo. Si tratta di innescare processi, ancora più che di finanziare progetti isolati.
A dieci anni dal Patto di Amsterdam del 2016 e dall’avvio dell’Agenda urbana europea, questo messaggio è particolarmente importante. Se vogliamo che le politiche europee intercettino davvero i bisogni urbani, bisogna dare più spazio a strumenti che partono dai territori e non solo da priorità definite dall’alto.
Il secondo messaggio riguarda la capacità amministrativa. Per molte città italiane, soprattutto medie e piccole, il problema non è soltanto avere più fondi, ma sviluppare le condizioni per usarli bene. È qui che l’esperienza europea diventa preziosa. Qualche tempo fa, intervistando la vicesindaca del Comune di Rafelbunyol, in Spagna, ho chiesto che cosa rappresentasse per lei l’Europa. La risposta è stata semplice: «Per noi l’Europa è una forza trasformatrice, lo strumento per portare avanti il cambiamento a livello locale. Non solo per i soldi, ma per il confronto e la legittimità che dà ai processi». Questa intuizione vale anche per molte città italiane medie e piccole, dove l’innovazione urbana si misura soprattutto nella capacità di costruire competenze, coinvolgere attori innovativi e aprire traiettorie di sviluppo che da sole faticherebbero a sostenere.
Il terzo messaggio riguarda la cooperazione europea. Si potrebbe dire che le città hanno semplicemente bisogno di più finanziamenti, non necessariamente di più Europa. Ma il successo di un programma come URBACT suggerisce qualcosa di diverso. URBACT non è un programma dall’enorme dotazione finanziaria: una rete di città dispone di circa un milione di euro complessivo. Eppure la domanda è altissima. Perché? Forse perché offre ciò che molte amministrazioni cercano: confrontarsi e cooperare con esperienze diverse, sperimentare su piccola scala, essere accompagnate con metodo.
Questo è un punto decisivo per il prossimo quadro finanziario pluriennale europeo 2028–2034 e per il futuro della politica di coesione. Se le decisioni si concentrano troppo tra Bruxelles e i governi nazionali, il rischio è che le città tornino a essere destinatarie di fondi, ma molto meno protagoniste delle soluzioni. La coesione perderebbe così una delle sue funzioni più innovative: mettere in relazione i territori, far circolare soluzioni e rafforzare le amministrazioni locali, soprattutto quelle più fragili e meno competitive.
Qualcuno potrebbe essere portato a considerare la cooperazione tra città come poco più di un passatempo. In realtà, è l’elemento che forse più di tutti contribuisce a rendere la coesione un apprendimento pubblico e non un mero trasferimento di risorse.
La lezione per l’Europa è chiara: nel prossimo ciclo finanziario bisogna proteggere e potenziare la dimensione urbana, sperimentale e interregionale della coesione. Le città chiedono risorse, ma anche strumenti e capacità. La lezione per l’Italia suggerisce il bisogno di una politica urbana nazionale capace di prendere sul serio questa domanda. Non solo per le grandi città, ma anche per quelle medie e piccole, dove le fratture e le contraddizioni sono ancora più evidenti. Le candidature italiane a EUI e URBACT segnalano certamente che esiste una domanda forte, che dovrebbe essere ascoltata non solo in Europa, ma anche quando chiede politiche nazionali sempre più attente ai territori.
In “Le città invisibili”, Italo Calvino scriveva che «le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure». Oggi molte città italiane portano entrambe le cose in Europa: ogni progetto rappresenta le paure e i desideri dei cittadini che vi abitano. Proviamo a partire da qui, per rendere possibile ciò che, nonostante tutto, le città provano a immaginare.